Ventidiciassete

L’anno che si sta per chiudere (Qui 20152014, 2013, 2012) è stato un anno pieno di cambiamenti sotto ogni punto di vista. Professionalmente sto affrontando una nuova bella avventura, diversa e più complessa, ma che mi sta aiutando a crescere molto e a diventare per forza di cose più tollerante nei confronti di alcune situazioni difficili da digerire, ma contingenti rispetto al mercato e alla cultura, avendo un ruolo che sconfina dall'Italia.

Sento di dovere delle scuse innanzi tutto a questo blog, al quale non ho dedicato il tempo che avrei voluto, ma che ne meriterebbe molto di più, a tante amicizie seppur ritrovate e rinsaldate alle quali avrei dovuto maggior tempo di qualità. Alle mie passioni, sebbene per alcune delle quali finalmente ho trovato lo slancio, ma ancora non riesco a dedicargli quanto vorrei.

Forse uno dei tre desideri che chiederei ad un ipotetico genio della lampada, sarebbe proprio quello di concedermi più tempo. Anzi no, la capacità forse di rallentarlo e dilatarlo, così non da concedermi 48 ore in 24, ma riuscire ad assaporare quelle a disposizione con la calma plastica di un portiere in volo per raggiungere una palla prima di entrare in porta.

Quest’anno, inoltre, da appassionato osservatore delle dinamiche comunicative e mediali mi ha fatto gustare ancora una volta quanto le persone scambiano il significato di opinione personale con quello di tuttologia e visione esclusiva delle cose. In ben tre occasioni – Brexit, votazioni presidenziali americane, referendum costituzionale italiano – ho assistito ad esternazioni da fini politologi che nemmeno un editoriale del Corriere della Sera, ma la cosa peggiore è stata leggere alcune persone esternare la più assoluta intolleranza verso una visione minoritaria delle faccende, tacciando il diverso come il perdente e l'incompetente di turno. E non perdente perché avesse scelto uno schieramento sbagliato, ma piuttosto perché la sua idea non rientrerebbe nei canoni del ben pensante o peggio ancora di un pensiero comune su cosa sarebbe giusto fare.

Quanto queste esternalizzazioni fossero lontane dalle classiche chiacchiere da bar, io sinceramente non lo so. So solo che la foga e la furia non sono state così differenti dall’aver giocato una carta sbagliata a scopone scientifico al bar sport del mio paese, con annessi insulti in dialetto milanese.

I social network sembrano aver definitivamente abbandonato la loro natura prettamente testuale, non che fosse stato differente nei tre anni precedenti, ma mai come quest’anno l’affermazioni dell’audio-visivo come attestato di potenziale viralità ha funzionato tanto nei vecchi social network, così come ha fatto da volano per la spinta dei più giovani. Vedasi Snapchat o l’introduzione delle Instant Stories di Instagram.

Aggiungo che, nei miei personalissimi confronti, hanno perso qualsiasi forma attrattiva. Uso praticamente solo Twitter e abbandonato pian piano tutto il resto. Qualche sporadico update su Facebook, giusto per condividere qualcosa, e niente più. Sono ritornato invece ad essere assiduo frequentatore di una community a cui sono iscritto da 13 anni. Trovo quotidianamente maggiori spunti d'interesse lì dentro che in tutto il resto della rete, e forse, per il tempo a disposizione è la dimensione a me congeniale.
Senza abbandonare mai la lettura del mio feed, che è pubblico e potete consultare qui: https://feedly.com/contz

Riflettendoci, la maggior parte del tempo è stato speso in viaggi in questo 2016. Sia per lavoro che per piacere. Facebook riporta 94 registrazioni differenti, sinceramente non ricordo, ma credo sia un numero molto vicino alla realtà. E tra l'altro ne mancano un paio avvenuti in dicembre che il sistema non ha fatto a tempo a registrare. È forse l'anno in cui ho viaggiato di più in vita mia e mi piace da matti. Spero di tenere botta ancora a lungo e non stancarmi delle tante trasferte, ma cosa c'è di meglio che scoprire il mondo?

Come di consueto la lista dei post che hanno scandito l'anno appena terminato, meritevoli di una rilettura:

Musicalmente parlando il 2016 è stato un anno di grandi ritorni, soprattutto delle punk rock band californiane come Blink 182, Green Day e Weezer. Oppure i Sum 41 se ve li ricordate ancora. Così come due grandi ritorni sulla scena metal/trash come gli album degli Antrax e Metallica. Tutti album molto interessanti, fedeli alle sonorità d'origine, ma allo stesso tempo molto originali. Estraggo secondo me le due canzoni dell'anno.

A seguire, invece, due parole sull'album del 2016.

Che è quello dei SIMO, Let Love Show The Way, al quale ho dedicato un post a febbraio. Da ascoltare più e più volte, un suono di altri tempi e che in pochi riproducono oggigiorno. Infine, se volete dare un'occhiata a quanto ho ascoltato questi 12 mesi, ho tracciato più o meno tutto su Last.fm: http://www.last.fm/it/user/Contz/listening-report/year

Cinema e TV. Un'altra categoria di cui parlo spesso qui sul blog. Quest'anno ho mediamente visto un episodio di una serie TV - un film al giorno. Di cui 320 episodi visti e una trentina di film.

Il report completo su Trakt.tv che è la piattaforma che utilizzo per tener traccia di quanto visto: https://trakt.tv/users/contz/year/2016

Oggi, ultimo giorno dell'anno, questo post arriva a voi programmato qualche giorno fa. Sono a Miami a godermi qualche giorno di sole e mare lontano dalla nebbia della Val Padana.

Buona fine e buon principio a tutti. 

LifeAndrea Contino
Fate un passo avanti

A cosa pensate quando sentite la parola felicità?

Un sogno nel cassetto in procinto di vedere la luce? Un bacio rubato sulle scale prima di salutarla? L'alba di una nuova mattina d'inverno, con il sole caldo e il bruciore del freddo?
Una vita prospera? 
Fama o anonimato?
Ricchezza o salute?

A qualsiasi cosa corrisponda l'associazione mentale in risposta alla mia domanda, non cambierà le sorti del mondo, non allevierà le sofferenze del prossimo, non risolverà problemi irrisolvibili.
Ma il mettersi in moto per ricercarla, quella sì è l'azione differente da tutte le altre. 

Solo il nostro travalicare lo stato di inattività è in grado di cambiare le cose. E ci fa scoprire che non è poi così complicato superare paure, pregiudizi e non sentire il peso della colpa se si ci lascia andare. 

Seppur piccole, invisibili ai più, insignificanti ai tanti, le nostre quotidianità fatte di coraggio e di voglia di cambiare sono le poche cose che ci restano per guardare avanti e direzionare il nostro destino evitando di confonderci con il conformismo fatto di staticità del pensiero unico e di rimpianti irrealizzati.

Forse così usciremo dall'impasse di una felicità effimera, ma sarà in grado di diventare contagiosa e prolungata. 

Oggi forse è il giorno giusto per cominciare.

Fate i buoni.

LifeAndrea Contino
Tutti abbiamo pregiudizi
Everyone has a bias, because that's the only way to survive in a world where we have insufficient information. 

Per me la parola più usata e abusata del 2016 è bias. Seth Godin ne riassume i tratti generali. 

LifeAndrea Contino
Se non si vede, non vuol dire che non esista

Dopo aver visto questo video, condivido da qualche amico su Facebook quest'oggi, la mia mente ha fatto una rapida associazione.

Ricordo, subito dopo gli attentati di Parigi, che moltissimi contatti cambiarono la propria foto profilo in memoria delle vittime parigine. Mi scagliai apertamente contro questa politica, forse non riuscendo nell'intento di far capire il mio punto di vista.

Sta di fatto che oggi nessuno cambia la propria immagine profilo per la Siria, per gli abitanti di Aleppo. Peggio, chi dovrebbe darci notizie sembra relegarle in coda alle proprie pagine web. Uno scempio. Ma le stragi umanitarie restano tali anche in un continente diverso e a migliaia di chilometri da noi.

Spero lo stiate già facendo in tanti. Dare una mano si può, forse non per cambiare o fermare una guerra, ma nell'immediato aiutare. Qui e qui alcune associazioni che stanno già facendo molto e che potrebbero aver bisogno di molto aiuto.

LifeAndrea Contino
Cosa resterà?
Ma «per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti, tenendo presente che per tali modi di procedere non possono essere addotte le ragioni igieniche, sociali o economiche che possono motivare la scelta della cremazione. Nel caso che il defunto avesse notoriamente disposto la cremazione e la dispersione in natura delle proprie ceneri per ragioni contrarie alla fede cristiana – conclude l’Istruzione – si devono negare le esequie, a norma del diritto». 

Nel periodo storico in cui il Papa è diventata anche una serie televisiva, la comunicazione della congregazione per dottrina della fede di fine Ottobre 2016 mi sembra innanzi tutto anacronistica, ma seconda cosa contraria a quanto uno può trovare nei testi sacri.

Ora, sono anni che il sottoscritto ha perso alcunché stimolo di fede o credenza, ma porsi delle domande è insita nella nostra natura, ed essendo cresciuto con un'educazione cattolica, questi temi mi lasciano sempre piuttosto perplesso.

Se io uomo, creatura di Dio, volessi avvicinarmi a lui e al suo creato spargendo quanto rimane del mio corpo in un luogo che per me risulta significativo, poniamo il caso sul fondo dell'oceano, perché ritengo che proprio lì ci sia Dio, perché mai altri uomini, supposti intermediari terreni, devono dirmi dove Dio risiede con assoluta certezza?

So già che chi si vedrà di fronte le mie ultime volontà avrà qualche bel grattacapo con questi loschi figuri, i quali, per altro, ne sanno quanto noi di cosa ci aspetta una volta deceduti.

 

LifeAndrea Contino
Gears of War 4 - La recensione

Nonostante la serie sia sempre stata tacciata di portare sui nostri schermi violenza gratuita e iper-mascolinità, con modelli umani dai fisici da lottatori di wrestling, pronti a uccidere come se fosse lo sport nazionale, Gears of War ha avuto anche il pregio di essere stato arricchito man mano di concetti di amicizia, cameratismo e questo connubio dall'apparenza molto distante, è diventato l'ingrediente chiave che mantiene altissima la fedeltà dei fan della serie.

Questo nuovo capitolo della saga è ricco di prime volte. Gears of War 4, infatti, è il primo prodotto dallo studio di sviluppo canadese The Coalition, eredità presa in carico dai Microsoft Studios, di cui comunque rimane una parent company. È anche il primo episodio senza Cliff Bleszinski, il genio carismatico dietro gli episodi precedenti.

Storicamente si colloca alcune decine di anni dopo l'ultima grande guerra contro le Locuste vinta dagli umani, i sopravvissuti della COG (Coalition of Ordered Governments) abitano alle porte delle grandi città con il costante ricordo della minaccia, a protezione dell'umanità intera se mai dovesse essercene ancora bisogno.

Allo stesso modo, alcuni agglomerati umani rifiutano la nuova realtà iper-controllata e decidono di passare la propria vita contrastandola, vengono chiamati Estranei, sono persone che rimangono in costante stato di tensione verso le macchine. Tra questi il nostro protagonista J.D. Fenix, figlio dell'eroico Marcus, che assieme ad altri amici, ma soprattutto con l'aiuto del padre, cercheranno di rendere più "umana" la nuova realtà, lottando sia contro gli androidi COG che vogliono estirpare ogni forma di rivolta, sia la Swarm in fase di rinascita.

La difficoltà di una software house che eredità IP da un'altra, sta tutta nel cercare di comprendere quanta originalità e differenze inserire per firmare un'opera videoludica in modo che sia immediatamente riconoscibile rispetto a ciò che è stata in passato. Il rischio c'è, in alcune circostanze è giusto correrlo, in altre si può sentire il bisogno conservativo di non deludere un certo tipo di aspettative. Sono abbastanza convinto che The Coalitionsia voluta rimanere fedele a quest'ultimo aspetto.

Uno sguardo nostalgico al passato

Acquistando una copia di Gears of War 4, otterrete la possibilità di giocare i capitoli precedenti della serie, così come il primo capitolo completamente rimasterizzato. Per sfizio, dopo aver ricevuto la nostra copia in redazione, ho iniziato a giochicchiarealcuni spezzoni dei capitoli precedenti, e dopo aver posato il pad dopo alcune ore di Gear of War 4 la sensazione è stata che, c'è stata una perfetta continuità narrativa tra i differenti episodima a livello di meccanica di gioco poco è stato rivoltato e rivoluzionato.

Pertanto, mi sento di dire che questo è sicuramente un titolo indirizzato in primis agli appassionati dei third person shooter, ma soprattutto a chi è stato un fan fedele alla saga sin dalla prima ora.

Rispettate le attese e riproposte le modalità delle precedenti edizioni, il nuovo Gears of War 4 porta con sé anche una nuova modalità Live denominata Orda 3.0, una co-op distante dalla storyline principale, ma votata all'azione e caratterizzata da un nuovo sistema di classi e abilità che invogliano a giocare sostanzialmente all'infinito.

Una modalità adatta a 5 giocatori, nella quale ci si appresta ad affrontare 50 sessioni di nemici intervallate a gruppi di dieci da un boss da eliminare per poter proseguire. Qui ritroviamo uno degli elementi fulcro della campagna, il Fabbricatore, una specie di grande cassa da cui si può attingere con punti energia non solo per equipaggiare armi differenti, ma anche per recuperare parti utili alla costruzione della mappa, per mettere in piedi migliori fortificazioni adatte a respingere le ondate nemiche (o per lo meno far perdere loro del tempo, che noi di conseguenza guadagneremo).

Una volta terminata la partita, si possono ottenere le card utili per potenziare le abilità classe, così da aumentare l'esperienza, ma anche le vesti del nostro personaggio.

La concomitanza del rilascio di Xbox One S e la disponibilità della tecnologia HDR ha creato le condizioni perfette per far uscire Gears of War 4, il secondo titolo dopo Forza Horizon 3 ad approfittare della tecnologia ad alta definizione, un colpo da maestro da parte di Microsoft che a suon di esclusive sta riguadagnando terreno su Playstation 4 nonostante l'annuncio di Ps4 Pro.

Da malato di tecnologia, mi sono dotato sia della bianchissima One S in edizione limitata da 2 TB, che di un televisore 4K che mi permette di poter apprezzare titoli come questi nella loro massima risoluzione ed espressione. E, così come è stato per il titolo automobilistico targato Microsoft Studios, anche Gears of War 4 graficamente dà il meglio di se lavorando di fino sugli effetti particellaridi acqua e terreno, un po' meno su le amenitiesdell'ambiente circostante.

Il frame rate a 60 fps in multiplayer è una manna dal cielo che, soprattutto nelle fasi più concitate, fa percepire un frame rate sempre solido e privo di rallentamenti. L'occhio meno attento non noterà invece differenze in modalità campagna, dove il frame rate per secondo stagnasui 30.

Il quarto capitolo della serie, Judgment a parte, giunge come una boccata d'aria fresca liberatrice dai molteplici FPS dominanti sulla console targata Microsoft, ai quali abbiamo assistitoultimamente. Uno sparatutto in esclusiva, in 4K e in grado di omaggiare uno stile di gioco unico nel suo genere, altro non è che una gioia per gli occhi e per chi è accanito followerdella serie.

Per i più curiosi, a questo linkè possibile trovare l'interessante long-form di Microsoft sul reparto IT di The Coalition, e su come si sono preparati a livello di infrastrutture e server per il lancio di questo nuovo capitolo.

VideogiochiAndrea Contino
Black Mirror Stagione 3
Grazie alla rivoluzione tecnologica abbiamo il potere di accanirci e accusare, di formulare giudizi senza conseguenze, ma il potere che la tecnologia ci conferisce comporta anche una responsabilità individuale

A circa metà del sesto episodio di questa nuova stagione di Black Mirror, una delle protagoniste legge questa frase. Me la sono appuntata, un perfetto riassunto di cosa significhi questa serie.

Avere a che fare con Black Mirror equivale ad avere una prospettiva sul futuro. Un pessimistico futuro in cui difficilmente siamo in grado di controllare la tecnologia, apparentemente in mano a pochi e in grado di colpire diffusamente la massa.

Le tematiche trattate sono strettamente collagate tra loro in questi primi 6 episodi prodotti e rilasciati da Netflix sulla sua piattaforma. Similari a quanto già visto nelle due precedenti, si ha a che fare con la realtà virtuale, i social media, api (sì, gli insetti) e la volontà dei governi di controllarci e attacchi hacker etc.

Mi trovo però, nonostante consideri questa serie tra le mie preferite, particolarmente d'accordo con alcune tesi di questo articolo

But that depth is not actually all that deep. The things Black Mirror uncovers about the nature of people and technology are pessimistic visions of humankind, and they’re also remarkably absent of nuance. Guess what: Reality shows are dehumanizing. Social media makes people say and do horrible things. Documenting every single moment of our lives has downsides. It’s like stepping through the wardrobe into C.S. Lewis’s Narnia, but instead of a magical land full of fauns and evil queens and talking beavers, there’s just a note that reads, “This is an allegory about Jesus.”

Nella quasi totalità degli episodi costruiti in una realtà distopica, fatta eccezione per San Junipero in cui si evince una speranza di fondo e la voglia di vivere oltre la morte, anche questa terza stagione di Black Mirror dà per scontato un futuro in cui ciò che ora stiamo cercando di trasformare in un aiuto per migliorare le nostre vite, debba forza di cose diventare qualcosa di malato, paranoico, incontrollabile o gestito per monitorare le nostre vite tout court.

Ma sta proprio qui il punto di forza della serie. Sfruttare egregiamente le paure e le problematiche di questa iper digitalizzazione di ogni aspetto della quotidianità, mantenendole su un livello umano.Gelosia, cupidigia o il desiderio di vendettà non sono sentinmenti nuovi, la tecnologia ci sta solo fornendo gli strumenti per esprimerle in nuove forme e modalità.

Sono tanti gli spunti di riflessione al termine di ogni episodio. Domande imprescindibili: accadrà davvero questo tra qualche anno? Saremo più controllati di quanto lo siamo già? Devo dismettere completamente ogni rapporto con la tecnologia?

Resta, anche sotto l'attenta cura di Netflix, una produzione pregevole dal concept narrativo di ogni singolo episodio, alla scelta degli attori (tantissimi provenienti da HBO), così come la cura quasi da corto mertraggio più che da serie episodica.

E, benché ogni episodio faccia storia a se stante, e quindi apparentemente immune dalla noia, Black Mirror porta con se il rischio di non trovare sufficienti nuovi argomenti da trattare. Di fatti, molti di questi sono rivisitazioni in chiave più grande, oppure semplicemente trattati da un'angolazione diversa.

Comunque da non perdere se siete appassionati di tecnologia e di come potrebbe essere in grado di influenzare le nostre vite da qui a pochi anni.

TV e CinemaAndrea Contino
Mafia III: la recensione

Descrivere Mafia III può essere semplicissimo, scadendo nel banale e nel già visto, così come molto complesso sconfinando in tematiche più altee nobili. Provo a trattarlo così come l'ho giocato con le impressioni scaturite durante queste paio di settimane di gioco.

Questo titolo porta un'eredità pesante sulle spalle. Parlare di mafia non è mai facile, ma credo sia un atto doveroso dei nostri tempi per tenere alta la guardia e per far scattare quell'effetto catartico che questo tipo di videogiochi porta con sé. Dopo 6 anni dall'uscita del secondo capitolo, a cui sono molto legato così come al capostipite della serie, le basi su cui poggia il plotdi Mafia 3 sono simili al suo predecessore.

Meglio, è molto simile alla trama delle trame mafiose, quella che fa da sfondo al Padrino, così come è stato per Mafia 2. C'è un militare di ritorno da una guerra, in una situazione che non è più quella che ha lasciato prima di partire e si vede costretto, per vendetta o per DNA, a schierarsi dalla parte della criminalità organizzata.

Mafia III, sin dall'inizio, trasmette il suo intento di essere un frammento documentaristico dei tardi anni '60, dove le problematiche razziali, di integrazione tra differenti culture e la forte presenza sudista e razzista la fanno da padrone. Il nostro alter ego è Lincon Clay, un ragazzo di colore appena tornato dal Vietnam. Sono gli anni in cui camminare nel quartiere sbagliato fa voltare le persone, le stesse che nel contempo ti urleranno contro un "Go away nigga" senza troppi problemi, epoca in cui -tra l'altro- non si trova lavoro neanche per errore.

New Bordeaux, nome di una cittadina di fantasia sotto le cui mentite spoglie si nasconde invece New Orleans, ci accoglie come un olio su tela raffinato, in grado di riprodurre fedelmente i tanti stili che caratterizzano la città della Louisiana. Dai cottage creoli ai quartieri in stile francese è facile rivivere l'unicità di una metropoli del sud degli Stati Uniti, illuminatada una colonna sonora impossibile da sbagliare, visti gli anni di fiorente produzione rock.

Allora perché non arrangiarsi, in una città del genere, stare alla larga dai casini e magari concentrarsi solo su un unico colpo? Magari quello della vita. Ci si sistema per sempre che poi si sa, i soldi comprano la felicità. Un colpo ad una banca federale che vada tutto liscio è però pressoché impossibile da vedere nella realtà, men che meno se di mezzo ci sono loschi figuri della mafia italiana.

Ci rimediamo un bel colpo in testa, all'apparenza mortale, ma altro non sarà che la nostra occasione di riscatto. Tutte quelle cut-scene costruite ad arte per narrare le vicende da prospettive diverse sono servite per farci rendere conto del merdoso periodoin cui siamo capitati, dove violenza e corruzione sono all'ordine del giorno. Noi siamo l'underdog, chiamato non a contrastarle, ma a dominarle, farle proprie anche grazie al lavoro svolto da Hangar 13, in grado di produrre non solo un magnifico e realistico open world, ma di rendere omaggio a una ricostruzione storica di cui troppo spesso ci si dimentica.

Oppressione e discriminazione

Tuttavia il profondo contrasto di Mafia 3 risiede proprio qui.L'operazione rimembranza storica cozzapalesemente con i nostri comportamenti, un ragazzo di colore che non si fa scrupoli a investire suoi simili, oppure capace di risolvere situazioni solo con pistola alla mano, o mettendo a tacere rivali a suon di coltellate piantatenel cuore. Ammirevole lo sforzo, ma di un contrasto troppo elevato per un gioco di questa portata e intenzioni.

L'obiettivo principale della nostra riconquista, non solo dell'onore perduto, ma anche della fama e del controllo della città, passa inevitabilmente da un processo fatto di piccoli passi. Dobbiamo farci prima degli amici, il vendicatore solitario non è una figura ben accetta in caso di faide. Perché non iniziare proprio da quegli haitiani e tutte le loro stranezze?

Partiamo dalla riconquista dei vari distretti della città, impadronendoci delle attività criminali di altri boss e da cui iniziare a generare profitti. Tutti i racket di cui decidiamo di impadronirci necessitano di essere messi sotto-sopra prima di poterli considerare nostri, per poi affidarli a fidi collaboratori. Il modello, va detto, inizia a stare strettodopo 10 ore di gioco troppo somiglianti tra di loro in termini di meccanica di acquisizione di interrogatori e intimidazioni, ma soprattutto di omicidi atti a riprendere il controllo su questo o queldeterminato business. C'è da dire che se sulle prime, quando sconfiniamo in territorio nemico, non si avrà vita facile (dall'inseguimento della polizia all'allerta di sentinelle nemiche), la cosa andrà scemando nel momento in cui controlleremo sempre più territori. La corruzione della Polizia ci garantirà inseguimenti e fastidi sempre più ridotti.

Interessante l'introduzione di moltissime armi letali dell'epoca di guerra vietnamita, facilmente accessibili in qualsiasi punto della mappa, anche sotto attacco nemico, attraverso un piccolo furgone pronto a intervenire in nostro soccorso e farcene acquistare in quantità.

Questo sandboxin terza persona, mi sento di dire, non aggiunge molte novità rimarcabili di genere, nulla da inserire negli almanacchi procedurali per ricordarne una determinante caratteristica, così come non ha dalla sua la varietà delle situazioni. La struttura è basata sulla ripetitività, e ogni territorio è costituito da un paio di attività illecite da rivoltare come un calzino, come già detto. Sono invece interessanti le side quest, ce ne sono davvero un'infinità, e aumentano le ore spese sul gioco a oltre 40. La varietà di situazioni però non è, anche in questo caso, sopperita dalla stessa varietà in cui ci viene richiesta di affrontarle. Si uccide, si interroga, si insegue. Torna da capo e ripeti il tutto.

L'ulteriore tallone d'Achille che ho riscontrato in fase di gioco, è costituito sicuramente dalle reazioni poco accurate dell'intelligenza artificiale. Ho notato come alcune situazioni hanno rasentato l'imbarazzantenel momento in cui alcuni nemici non sono stati in grado di vedermi uccidere un loro compare a pochi metri da loro, nonostante fossi in piena luce del giorno e sicuramente all'interno del loro campo visivo (oltre che nella linea di tiro). Nonostante ciò, la stessa reagisce bene in termini di dialoghi e nelle situazioni di allerta, scatenandoci addosso il maggior numero di forze disponibili nel momento in cui ci rendiamo avvicinabili e vulnerabili.

Mafia III sicuramente eccelle per la magnifica tramae il sapiente uso delle cut-scene in grado di immergerci in un racconto degno de Gli Intoccabili. Di più, sta riscuotendo da più parti il favore della critica per essere riuscito ad inscenare con così tanta cura ed attenzione il problema della discriminazione razziale di quel periodo buio degli Stati Uniti.

Tuttavia, nonostante la fluidità fissa a 30 frame per secondo nella versione giocata su Xbox One, davvero poco infestata dai fastidiosi glitch della versione PC, è inevitabile constatare come alla lunga il titolo possa risultare un po' troppo ripetitivo nelle sue meccaniche di gioco, non aggiungendo nulla di caratterizzante e caratteristico rispetto ai diretti competitor di genere.

Detto ciò è un capitolo della saga che va sicuramente giocato e magari affrontato con la dovuta calma per evitare l'effetto noia, ma che grazie a qualche piccolo trucco dettato dall'esperienza e l'esplorazione di una spettacolare città, saprà garantire molte ore di divertimento per gli appassionati del genere.

VideogiochiAndrea Contino