Ventiquindici

Come l'ultimo post dell'anno passato e dell'anno prima, è il momento di fare il mega recappone di questo 2014 che sta per finire. 

Per ragioni di tempo vi sarete accorti che nella seconda parte dell'anno "Why I Blog" si è un po' fermato, ma conto di rimetterci mano con il 2015, ho già preparato un set di amici, conoscenti, blogger da contattare per arricchire il tutto.

Menziono soltanto Gigi che qualche giorno fa ha scritto una semplice grande verità:

I blog non sono morti e non moriranno mai. Possono solo migliorare.

Torniamo ai post più significativi sotto ogni punto di vista:

Passiamo senza troppi indugi, come da tradizione, alla parte migliore del post. I migliori album del 2014.

Beh, quest'anno la scelta è stata molto complicata, tuttavia sul podio vanno loro 3:

In pole position, come già avevo scritto all'uscita posiziono sicuramente i Royal Blood e l'album di debutto omonimo. Finalmente sonorità nuove, molto potenti, create solo da un basso elettrico e una batteria. Il duo britannico si è formato soltanto un anno fa, ma il sound garage rock ha già ipnotizzato i big. Lì vedrò prima a marzo qui a Milano e successivamente insieme ai Foo Fighters a Wembley il giorno del mio compleanno (Si ce l'ho fatta!).

Secondo posto per gli Spoon con They Want My Soul. Conoscevo già la band, ma questo album ha riportato freschezza alle sonorità rock mascherate da indie, merita più di un ascolto perché è stata veramente una perla rara di quest'anno musicale.

Infine, la maturazione dei Kasabian (qui alcuni video girati durante il concerto a Milano) con 48:13.  Qui troverete le tipiche fusioni tra indie rock ed elettronica caratteristiche della band, con qualche richiamo alla musicalità tipica dell'hip-hop. Bow e Clouds i pezzi da non perdere. 

Ho dovuto lasciare fuori dal podio altri due album. Sonic Highways dei Foo Fighters e Rip This dei The Bass Drum of Death. Il primo non ha dei brani rivoluzionari, tuttavia lo si può comprendere al meglio solo sei si guardano gli 8 episodi della serie TV omonima. Il progetto personalmente mi ha appassionato tantissimo. Il secondo è stata una rivelazione, potenti e veloci come piace a me. 

Ad ogni modo, per svegliarvi nel migliore dei modi domattina, ho preparato una personale selezione delle migliori canzoni del 2014.

La Contz's 2014 Playlist. Da ascoltare direttamente qui!

Anche quest'anno ripeto quanto gli auguri non facciano parte del mio essere, ma quello che posso fare è di ricordarvi che perdersi è sempre la cosa migliore.

Buon inizio anno!

LifeAndrea Contino
The Interview e il marketing

Questa mattina aprendo il mio feed RSS trovo la notizia di come il film The Interview abbia guadagnato, nel weekend appena trascorso, 15 milioni di dollari online e poco più di 2 nelle sale cinematografiche degli Stati Uniti dove è stato trasmesso:

The Interview did far better online than it did in its limited theatrical release. Sony Pictures has revealed that the film pulled in over $15 million over the holiday weekend from online purchases and rentals alone in the US and Canada. The studio has also announced that the film has already been rented or purchased over 2 million times.
That handily beats the estimated $2.8 million the film earned over the same time period in theaters. However, only a relatively small sampling of independent theaterscarried the film — had the major theater chains been willing to show The Interview, these numbers would likely be very different.

Non male davvero per 4 giorni di vita pubblica della pellicola. Un risultato acquisito nonostante il presunto attacco hacker Nord Coreano ai danni di Sony Pictures nelle settimane passate e la minaccia di chissà quale ritorsione politica.

Beh, in passato siamo stati tutti testimoni di almeno un lancio di un prodotto a seguito di un leak, soprattutto quello di un nuovo smartphone ritrovato casualmente in un bar poco prima del lancio dello stesso.

Un'idea bislacca forse, ma resto convinto che in Sony abbiano messo in campo una delle più grandi campagne di marketing degli ultimi decenni. Un concerto di azioni per vendere un film che, a detta di molti (Vox e Polygon), è una risma di luoghi comuni su un Paese che pochi al mondo possono dire di conoscere. 

Es el marketing.

TV e CinemaAndrea Contino
I blog e i tatuaggi

Leonardo ne sa ancora. A pacchi. Dal suo ultimo post:

[...] Prima o poi ci stancheremo di FB - ci siamo stancati di tutto - e troveremo qualcos'altro che all'inizio funzionerà bene e poi sempre peggio ma comunque avrà attirato così tanti utenti che resterà comunque per un pezzo il posto più interessante e divertente. Funziona sempre così - dove sono le discoteche della nostra adolescenza? Ci sembravano eterne, e invece - il problema è che disfarsi da Facebook sarà oggettivamente più difficile. Ci abbiamo rovesciato troppa vita dentro, e senz'altro Zuck non ce la restituirà. Non gratis. È un po' il problema dei tatuaggi.

A me non piacciono i tatuaggi. Sono una persona costituzionalmente incerta, tendo a pensare al me stesso del futuro come a un estraneo che avrà senz'altro gusti diversi dai miei, a cui devo consegnare il mio corpo nella condizione il più possibile ottimale, e quindi trovo stupidi i tatuaggi. Non vedo l'ora che passino di moda. Il problema è che il tatuaggio non è un anellino qualsiasi. Non passa di moda per definizione. Chi si fa un tatuaggio a vent'anni potrebbe trovarlo disgustoso a ventuno - ma non lo farà. Cristallizzerà il suo gusto al tempo in cui gli piacevano i teschi o i font esotici. Svilupperà milioni di teorie - una per ogni giorno in cui si vede il collo tatuato allo specchio - per spiegarsi come mai quella macchia sul collo è interessante a dispetto di ogni ragionevole estetica. Farà il possibile e l'impossibile per autoconvincersi che i tatuaggi sono belli e probabilmente riuscirà a convincere qualcuno più giovane di lui a replicare il suo errore all'infinito. Intere civiltà del passato sono discese in questo abisso.

Mi chiedo se Facebook non sia un po' la stessa cosa. Vedo un sacco di gente buttarci dentro la loro vita, indifferenti al fatto che sia una lavagna indelebile, e di proprietà altrui. Poi si lamentano se Zuck per augurargli il buon Natale gli risputa la foto della figlia morta - hai regalato le tue foto all'unico edicolante in città, che t'aspettavi? C'è gente che ha chiuso i blog - per carità, li capisco - e poi scrive cose intelligenti su facebook, ma perché lo fate? Davvero avete tanta intelligenza da regalarla gratis agli incroci delle strade, come la Sapienza dei Proverbi? Non vi interessa più tenerla in archivio, volete lasciarla tutta a Zuckerberg?
E se un giorno ve la cancella?
O se un giorno voleste cancellarvi voi?
Vi state tatuando facebook sul collo, rendetevi conto.

La lamentela a cui fa riferimento in chiusura è questa, dove un padre si è trovato tra il meglio del 2014 le foto della figlia da poco deceduta come una celebrazione dell'anno in chiusura.

Facebook ha chiesto scusa incontrando di persona il padre. Un bel gesto.

Gli algoritmi, tuttavia, non hanno cuore.

Trasparenza

Seguo TechnoBuffalo da qualche anno ormai. L'ho incontrato per la prima volta con la serie di video Console Wars: Xbox 360 vs Playstation 3. Serie ripresa da poco con la sfida tra Xbox One e PS4.

Un po' nerd e facilone alle volte, ma è un sito di tecnologia puntuale, attuale e piuttosto obiettivo. Ha avuto il merito, o meglio due meriti, che l'hanno caratterizzato nel corso del tempo: fare del mezzo video il principale accesso all'informazione dei propri utenti e, non meno importante, la capacità di restare indipendente nonostante il successo.

La storia è quella, per chi ha avuto come me a che fare con l'apertura di siti di informazione tecnologica della prima ora, di un ragazzo con voglia di raccontare una passione e condividerla con il più ampio pubblico possibile. Trovando, riuscendoci, una modalità differente di raccontare il mondo hi-tech attraverso, appunto, lo strumento video.

Ieri Jon Rettinger, proprio il ragazzo di cui sopra, ha pubblicato un video diverso dal solito. Un video da cui le grandi major dovrebbero imparare, ma che mai avranno il coraggio di imitare. Ha condiviso con il proprio pubblico quanto traffico genera TechnoBuffalo e da dove provengono le principali fonti di guadagno pubblicitario. 

Imitate.

Le opinioni delle persone cambiano a seconda delle piattaforme?

Se una persona è maleducata, ama fare trolling e accendere flame credo trovi piacere a farlo su qualsiasi sito, mezzo o piattaforma nella quale si trovi ad interagire con il prossimo suo. 

Sebbene nel corso degli anni dell'Internet si è cercato di arginare questo tipo di "fastidio", dapprima nelle chat istantanee e successivamente nei forum, solo nel corso dell'ultimo anno (The Week, Re/Code, SunTimes e Reuters) molti editori di blog hanno deciso di chiudere la possibilità di commentare i propri post da parte degli utenti invitando a proseguire la discussione su Facebook e Twitter.

Una bella scusa di facciata per liberarsi di impicci fastidiosi, forse un elevato pagamento di qualcuno richiesto per moderarli, oppure un'assenza di business da quale ricavare soldi. Trovo tuttavia più interessanti le posizioni di Mat Yurow, responsabile sviluppo audience del NY Times. 

To simply give up, and hand our most engaged users over to Facebook and Twitter is a major loss to an industry that is in dire need of loyalty. We need to come up with real, sustainable solutions — solutions that view community through the lens of modern culture, technology and business. It is imperative that we save comments. We owe it to our readers, we owe it to our writers, and we owe it to ourselves.

I commenti sono un valore per l'editore, la community in cui risiedono ed equivalgono a una preziosa risorsa per la pubblicazione nella quale si trovano. 

Commenters do (at least) two things most site visitors do not: they explicitly demonstrate interest in your product, and they willingly hand over their email address. In any other business, we’d call these people “warm leads.” In media, we call them trolls. The problem with most publishers is that they don’t know how to turn explicit interest into revenue. Engagement is only a means to action. Action is what keeps the lights on. Before we attempt to measure ROI, we — the publishers — must decide what our end goal is.

Come sostiene Yurow sarà difficile liberarsi di chi nasce per rompere le scatole, ma piuttosto di lasciare la discussioni in mani di altre società, piuttosto di estraniare le discussioni dal contenuto originale ci sarebbe forse da ripensare a come le piattaforme di pubblicazione dovrebbero trovare uno spazio diverso ai commenti

Medium, così come Quartz, devo ammettere aver saputo ovviare alla staticità di relegare l'opinione dei lettori in un luogo dove ben pochi di essi arrivano, in fondo all'articolo, concedendo invece la possibilità di commentare su praticamente ciascuna riga del post. 

C'è ancora tanta strada per far "galleggiare" e dare il giusto peso a quanto i lettori possono portare come contributo ad una testata. Qualcuno lo sta sperimentando, fortunatamente. Da sottolineare comunque quanto i commenti siano rilevanti anche se protetti da anonimato. 

Spesso ho parlato qui di esperimenti di pubblicazioni completamente anonime, ora uno studio della piattaforma di commenti Disqus mostra come anche l'utilizzo di semplici pseudonimi sia comunque credibile e preso in considerazione sia da chi legge, sia da chi commenta.

Che ne pensate? C'è ancora spazio per commentare nello stesso luogo in cui l'articolo viene scritto? Non servono altro che i Social Media a risolvere la questione?

Commentate 😁

Andrea Contino
Kinja e la definizione di Blogging

Trovo parecchio fastidioso il leak di comunicazioni interne mandate ai dipendenti da parte di CEO e management vario. Tuttavia, in questo caso visto che è pubblica, condivido quanto scritto da Nick Denton ai suoi dipendenti nella giornata di ieri in un post chiamato "Back to Blogging".

Gawker Media

Denton è il fondatore e CEO di Gawker Media, publisher online di alcuni famosi blog tra cui Lifehacker, Kotaku o Gizmodo. A chi non è appassionato di tecnologia o videogiochi questi nomi significano poco o nulla, ma posso garantirvi che gran parte dei siti di informazione che conosciamo oggi, può aver preso spunto dallo stile di pubblicazione da uno di questi blog.

Una definizione, dicevo, molto focalizzata sui tempi attuali di cosa significhi scrivere su un blog.

As a company, we are getting back to blogging. It’s the only truly new media in the age of the web. It is ours. Blogging is the essential act of journalism in an interactive and conversational age. Our bloggers surface buried information, whether it’s in an orphaned paragraph in a newspaper article, or in the government archives. And we can give the story further energy by tapping readers for information, for the next instalment of the story, and the next round of debate.
— Nick Denton

Probabilmente un chiodo fisso. Ne comprendo le ragioni. Denton ha pubblicato come terzo post la già citata lettera ai propri dipendenti su un blog da poco aperto nick.kinja.com. Non ne ho trovato molta diffusione, ma Gawker Media ha aperto da qualche mese al pubblico la propria piattaforma di pubblicazione, Kinja, la stessa utilizzata per pubblicare i 9 blog commerciali della società. Sempre Denton spiega cosa si immagina da una risorsa come questa:

Our primary target is the independent blogger, the archetype of the modern media curator — represented in our own company by Foxtrot Alpha and Paleofuture, for instance, and outside by independents such as Maria Popova or John Gruber. For the archetype, look back to the Elizabeth Spiers and Pete Rojas of 12 years ago — who made their own careers and left us with Gawker and Gizmodo, the support pillars for this business. We are building the platform we needed then!

The independent blogger represents the new user, getting into the rhythm of posts and discussions — with at least the possibility in mind that this might turn into a living, or a business.

Our belief is that an independent media sector can flourish — and the independent thought that we as a company put above all other values — only if the barriers to entry are lowered.

Our business plan is to define a simplified media ecosystem in software: taking the friction out of the essential interactions between blogger, commenter, reader and advertiser; and lowering the barriers to entry for blogging businesses.

It is as a platform for bloggers — a profession we helped define — that we have greatest credibility. And the blogger is the character we at Gawker Media know best, because it represents our founders.
— Nick Denton

Senza dimenticare lo stimolo proveniente da chi commenta e può arricchire la produzione originale:

Our secondary target is the collaborative commenter, a contributor of tips, opinion, background information, eyewitness accounts or fact-checking — something that moves forward the story or discussion and is recognized by the blogger.

In 2012, at the outset of this Kinja project, we diagnosed the internet’s condition as a tragedy of the comments, the inevitable decay of a public space without appropriate rules governing rights and responsibilities. We are trying to create the conditions for collaboration — and first of all the most basic form of that, the conditions for intelligent discussion.

Here’s the hypothesis. It is only when commenters become collaborators that a blogger’s work can be truly spontaneous and interactive, taking full advantage of the medium.

The independent blogger needs the encouragement of a community of commenters and tipsters, and a supportive but stimulating environment for story development.
— Nick Denton

Una vista sintetica e sicuramente interessante di cosa deve essere una produzione mediatica online oggi, forse Medium è già su quella strada da un po' più di tempo, a dimostrazione di come la liquidità e la contaminazione di idee istantanea farà da padrona anche ad un certo tipo di contenuto prodotto online.

BlogosphereAndrea Contino
Napster cambiò tutto

Bella, se pur breve, retrospettiva di Napster nel documentario del NY Times. La rivoluzione del concetto di gratis su Internet.

Most important, it irrevocably altered not only the way in which Americans absorbed music but also their belief system in what they should pay. The conviction theologically held by many boiled down to a single word: nothing. “You have a generation of people now who expect their music for free,” Greg Hammer, managing director of Red Bull Records, a branch of the energy-drink company, told Retro Report. “It’s very difficult to change.”
— Grappling With the ‘Culture of Free’ in Napster’s Aftermath
Music, TecnologiaAndrea Contino