TV e Cinema

I 35 anni di Ken il Guerriero

Rivista Studio per i 30 anni di Ken Il Guerriero. O meglio, la vera essenza di un cartone animato che ha cambiato le generazioni sul finire degli anni ‘80:

Se c’era dell’epica in Kenshiro, più che nell’insieme dell’opera risiedeva nei dettagli che oliavano il complesso sistema di torti che legavano un personaggio della serie all’altro anche a decenni narrativi di distanza.

Quei dettagli per cui – quando alla fine Kenshiro, con la sua anatomia improbabile e le gambe lunghe il triplo del busto, si allontana per sempre sul suo cavallo nero con un occhio solo e ricorda tutti gli avversari affrontati e gli amici perduti – lo spettatore, bambino o meno, si sentiva anche lui giunto alla fine di un’esperienza, in qualche modo toccante e complessa.

Un’esperienza sicuramente anche eccessiva, ingenua e un po’ pasticciata, come il decennio che l’aveva partorita, ma che comunque era valsa la pena di fare. Perché al di là dello shock value e delle polemiche legate alla sua grande violenza e di noi che alle elementari provavamo a farci “esplodere” a vicenda ripetendo ata-ta-ta-ta con le nostre vocette stridule e i nostri pugnetti imbelli, se a sette anni mi sono appassionato alle storie ben raccontate, ho provato i miei primi brividi da emozione narrativa e la sensazione di stare guardando qualcosa che trascendeva lo spazio che occupava, non lo devo ai cartoni per bambini per bene che trasmettevano sulle reti nazionali ma a questa pulsar di iperboli che davano alle 17 su Italia 7 (non ancora Gold).

Il 25 e 26 settembre torna al cinema il film Ken Il Guerriero - La Leggenda di Hokuto per celebrare i suoi primi 35 anni, in attesa del nuovo videogioco Fist of the North Star: Lost Paradise.

La Casa Di Carta

Finalmente ho terminato la visione de La Casa Di Carta. La serie TV Netflix di produzione spagnola, divisa in due parti, che racconta la storia di un'epocale rapina alla zecca di stato di Madrid. 

Il classico stile heist movie, ricalca tanti cliché del genere. I nomi di città per identificare i personaggi protagonisti, la resistenza contro il Sistema, il farci apparire i cattivi come buoni e i buoni come cattivi. 

L'intreccio viene snocciolato da uno dei personaggi, Tokyo, raccontato dal suo punto di vista come voce narrante. Il colpo del secolo ha una piano perfetto e studiato nei minimi dettagli dal Professore, il cervello di tutta l'operazione che mette insieme un gruppo di disperati, ognuno con la propria storia personale e motivazioni che l'ha condotto sin lì. 

La fiction ha come minimo comun denominatore il surrealismo. Dalla scelta del travestimento con l'utilizzo di una maschera di Dalì da parte dei rapinatori, fino ad alcune scene di dubbia credibilità circa l'incapacità della polizia nel poter affrontare lo "scacco matto" della banda.

Queste prime due parti (sono già state confermate le parti 3 e 4) sono eccessivamente prolisse, molti episodi sono superflui per la comprensione della trama, ma forse indispensabili per approfondire molto bene il profilo dei personaggi.

Senza contare i colpi di scena, stressati in maniera estrema, che caratterizzano in abbondanza ogni puntata. Il plot twist è sempre dietro l'angolo e forse anche questo aspetto alimenta l'aura di surrealismo di cui la serie è intrisa. 

Non mancano le citazioni e rimandi alla filmografia di genere. Le scene di stallo a "Le Iene" di Tarantino, Il tuffarsi su una montagna di soldi come in Breaking Bad, la voglia di riscatto come in "V per Vendetta", il significato potente della "maschera" come in Superman etc. La Casa di Carta è un continuo rimando e celebrare un grande miscuglio di rivincita e libertà fatto di antipatia verso il Sistema. 

Infine, l'amore. Per come viene trattato l'argomento sembra il più delle volte di trovarsi in una puntata del Grande Fratello o Tempation Island per la facilità con cui alcuni dei personaggi cambiano partner.

Tuttavia è innegabile che il fil rouge dell'amore faccia da generatore di empatia nei confronti di tutti i rapinatori, il cui profilo viene sviluppato perfettamente nel corso della serie senza scadere in stereotipi o banalità, e sarà poi l'elemento scatenante delle tante difficoltà nel procedere della rapina. 

Perché guardarlo?

La Casa di Carta ha il pregio di tenerti incollato allo schermo. Regia, fotografia e colonna sonora sono eccellenti. Nonostante il costante climax di avvenimenti sia più vicino al paradosso che alla realtà, non si può fare a meno di andare avanti e scoprire cosa ne sarà del destino di questi antieroi che resistono per la libertà, senza rubare realmente a nessuno. 

Penso sia LA serie da seguire in questo 2018 ancora scarno di grandi colpi di scena. Dagli attori scelti, al doppiaggio eccellente in lingua italiana (benché comprensibilissima in Spagnolo, la voce reale dei personaggi non rende giustizia), La Casa di Carta è la dimostrazione di come si possano creare degli ottimi contenuti a livello locale senza dover essere necessariamente a Hollywood.

E in questo Netflix sta facendo un eccellente lavoro nel portare alla ribalta attori poco famosi, ma qualitativamente molto validi, così come accaduto anche per Suburra in Italia. 

Sicuramente da guardare.

★★★☆

Ready Player One

In attesa di leggere il libro da cui prende ispirazione, il mattino di Pasquetta, con una scelta del tutto astrusa, sono andato a godermi Ready Player One. 

Realtà virtuale, videogiochi, revival anni 80/90. Una combo di nerdismo allo stato puro, diretto da Steven Spielberg. Lo stesso regista di cui ho studiato di tutto e di più durante il mio esame di Storia del Cinema con il Prof. Gianni Canova, dal quale rubo le parole dalla sua recensione per "We Love Cinema". 

Si può ancora parlare di regia, di fronte a un film (ammesso che sia ancora un “film “…) come questo? Cosa fa il regista di un meccanismo testuale giocosamente complesso come quello di Ready Player One? Dirige gli attori? Non proprio. Per almeno metà film gli attori sono determinati dalla performance capture e dai sensori che li trasformano in ibridi semivirtuali. Sceglie le inquadrature? Non esattamente. Le immagini e le scene piroettano e saltellano come la pallina di un vecchio flipper sparata dentro un videogame anni ’90. E allora? Dov’è il regista? Che fa? È il capitano della ciurma. Tiene insieme il team. Assembla. Shakera. Mescola. Cuce. Come un barman dell’immaginario. Come un game designer che prova a fondere e a ibridare cinema e videogame, fumetti e subculture pop, reale e virtuale, pixel e carne.
[...]
Cosa c’è dentro Oasis? C’è tutto l’immaginario che Spielberg ha contribuito a creare. C’è il cubo di Zemeckis. C’è la DeLorean di Ritorno al futuro. Ma poi ci sono Alien e Godzilla, King Kong e i Transfomer, Dune e Clark Kent, Pac Man e Space Invaders, ma anche Quarto Potere e perfino Ejzenstejn, citato per la scena della battaglia sul lago gelato di Alexander Nevskij. E poi, su tutto, c’è Shining, a cui Spielberg dedica un omaggio intertestuale che porta ai confini dell’incredibile il rapporto fra la pellicola originale e la sua riscrittura elettronica-virtuale. Dopo A.I., Spielberg torna di nuovo a Kubrick e ancora una volta ne proclama la centralità in tutto il nostro immaginario: proprio la parte ispirata a Shining è quasi un compendio di tutta l’estetica citazionista degli ultimi trent’anni, oltre che la fucina di una delle scene più visionarie di Ready Player One (quella degli zombi che ballano sospesi nel vuoto e immersi in una luce verdastra, sulle note della musica che accompagnava le feste dell’Overlook Hotel).
Lì, in Oasis, il cattivo si chiama Nolan, come il regista di Inception e Interstellar: l’unico vero avversario che negli ultimi anni ha insidiato a Spielberg l’egemonia dell’immaginario contemporaneo. L’unico alla sua altezza. Per batterlo, per sconfiggere il suo avatar nel film, Spielberg mette insieme una banda di nerd: come i ragazzini di E.T., come quelli di Hook. Dotati di saperi incomprensibili agli adulti, alla fine vinceranno loro. E salveranno il cinema dal rischio di essere un’invenzione senza futuro. Fanno sorridere quei critici cisposi che lamentano assenza di profondità nei personaggi. Sarebbe come chiedere a Indiana Jones di cercare di assomigliare a un personaggio di Dostoevskij. Questo Spielberg – visionario, allucinatorio, spericolato – ci dice che il regista oggi è il detentore dell’archivio. È il Bosch del web. Il Bruegel del virtuale. Il Tintoretto del visual contemporaneo.
Che sia lui il “creatore che odia la sua creatura” di cui si parla nel film? Chissà. In ogni caso, con Ready Player One Spielberg ci dice che bisogna mescolare, ibridare, confondere. Bisogna entrare nel labirinto: perché solo lì dentro, dopo essersi perso, ognuno di noi può trovare il proprio easter egg: quello che ti spiega una volta per tutte come il virtuale altro non è che “un posto dove andare senza andare da nessuna parte”.

The Cloverfield Paradox

Ieri sera, finalmente, ho visto The Cloverfield Paradox.

Il film ha ricevuto pesanti critiche, sia in Italia che all'estero. È assolutamente vero. Questo terzo capitolo della serie è girato in modo mediocre, il cast, benché di livello, ha poco spazio per sviluppare il proprio personaggio e per finire le regole della nuova dimensione in cui si trovano non ha spiegazioni e non vengono date in modo approfondito.

L'idea di questo film, benché prequel del primo Cloverfield uscito 10 anni fa, si basa sullo script La particella di Dio acquistato da J.J. Abrams nel 2012. E a me è piaciuto!

Perché nonostante abbia utilizzato delle furbate molto elementari per spiegare le cose accadute negli altri due film, la storia ha un senso, lascia quel grandissimo punto di domanda finale come i due predecessori.

Funziona molto bene la superficialità della narrazione e trattandosi di un film di fantascienza ci si può spippolare all'infinito domandandosi del perché e percome il film abbracci certe regole di un universo multiverso.

Il provarle ad accettare per come sono, guardare questo non come un capitolo conclusivo ma iniziale, apprezzare la volontà di dare un senso agli altri due, sono le giustificazioni necessarie che mi han fatto apprezzare il film.

First Team: Juventus. La docu-series su Netflix

Se non l'hai ancora capito tifo Juventus. Contestualmente sono un discreto divoratore di serie TV. Facile immaginare il mio giubilo nello scoprire la combinazione delle due cose.

Vedete. A me il trailer ha fatto lo stesso effetto di quello di Batman vs Superman. Doveva essere il film dell'anno e poi sappiamo tutti come è andata. Ecco, la serie documentario prodotta da Netflix sulla Juventus ha il sapore di quei dvd che cercano di farti comprare alla fine di una gita in gondola a Venezia.

Una voce narrante molto lontana da una fruizione italica, davvero troppo impostata, quasi copia-incollata da quella utilizzata in inglese. Da cui si percepisce chiaramente come la serie è più indirizzata ad un pubblico estero, del resto l'obiettivo della Juventus è quella di espandere il suo pubblico al di là dei confini nostrani.

Nonostante credo sia la prima squadra di calcio al mondo a fare un'operazione del genere sulla più importante piattaforma di streaming, lo storytelling si è concentrato soltanto sulla prima parte della stagione attuale, un prodotto quindi destinato ad una fruizione poco duratura nel tempo.

A mio avviso si sarebbe potuto fare un'operazione differente, non per forza quella nostalgica improntata a raccontare i fasti della squadra che fu, ma quantomeno cercare di estrapolare i valori per i quali la Juventus dovrebbe essere riconosciuta e famosa.

Buon tentativo, ottima la fotografia così come la regia, ma dallo storytelling scialbo e superficiale.

The End of the F***ing World

Lo scorso weekend, in una serata e mezza, abbiamo terminato di vedere The End of the F***ing World la nuova mini-serie Netflix basata sul fumetto di Charles S. Forsman

Sono pochi episodi, 20 min ca. ciascuno, quindi non troppo impegnativa. Ho pensato sia lunedì che ieri di scrivere qualcosa su questi moderni e apatici Bonnie & Clyde in cerca di emozioni forti, instancabili nel riuscire a provare qualcosa almeno una volta nella vita.

Tuttavia, leggendo le recensioni online il più è stato già scritto: la serie non eccelle per una narrazione o un girato da Oscar, ma il suo punto forte sta proprio nel riuscire ad infilare scene macabre e, per i più, truci, trattandole in maniera banale e leggera. Quasi a ricordarci costantemente quanto la generazione di oggi spesso rimanga senza reazioni di fronte alla tragedia o al lutto. 

La chiave di lettura che avrei voluto dare è proprio quella di Vulture. Al di là del piattume e della mediocrità che fanno da sfondo alla serie, alla leggerezza dei cliché sbattuti sullo schermo come se stessimo guardando il nostro NewsFeed di Facebook, The End of the F***ing World nasconde un significato profondo e impercettibile, non troppo complicato da decifrare ma che richiede attenzione per essere compreso. 

Il senso ultimo è l'arrivo alla comprensione dell'importanza dell'altro, della condivisione delle esperienze, il completamento esistenziale, nonostante il contesto, nonostante le situazioni circostanziali della vita.

“I’ve just turned eighteen, and I think I understand what people mean to each other,” James thinks to himself. Alyssa screams for him. The screen goes black and we hear a final gunshot.
I don’t know what else there is to say. This was a tremendously compelling love story. This was the last show that’s ever allowed to have a self-professed psychopath because it’s the first one to ever pull it off. Everyone involved with The End of the F***ing World should be making television forever and ever, but I hope this is the last we see of Alyssa and James as characters, because this is a perfect way for their story to end.

Nonostante quindi la messa in scena tragicomica di crimini più o meno gravi, i secondi finali della serie guadagnano quel sentimento unico e sconvolgente che molte persone provano quando l'amore della loro vita è minacciato, se non addirittura portato via: è come se il mondo fosse, appunto, finito, e l'atto di sacrificio di James combinato con le suppliche di pianto di Alyssa evocano quella precisa sensazione.

Ci sono cose buone in questo mondo - amore, risate e vita - anche se devi scavare nello schifo per trovarle.

10 anni di Breaking Bad

AMC, il network televisivo che per la prima volta nel gennaio 2008 ha mandato in onda il primo famoso pilot, rende omaggio ai primi 10 anni di Breaking Bad con questo video.

Se siete appassionati della serie, ho scritto un paio di anni fa questo lungo post che puoi leggere qui

Nel frattempo anche i due protagonisti della serie, Aaron Paul e Bryan Cranston, rendono omaggio ai 6 anni passati insieme. 

Loving Vincent

Il 7 febbraio esce in DVD e Blue-Ray Loving Vincent. Un film d'animazione sulla vita di Vincent Van Gogh, il famoso pittore olandese. (Anche se lo potete già acquistare in streaming su YouTube o Chili TV).

È stato trasmesso al cinema per una settimana soltanto nell'ottobre del 2017 e ho avuto la fortuna di vederlo.

Ho già messo in wish-list di Amazon l'edizione in 4K UHD perché merita di essere visto alla massima definizione possibile.

Perché?

È il primo film della storia ad utilizzare 66.960 inquadrature pitturate ad olio e trasposte per diventare un film vero e proprio, dove, come mostra il Making Of qui sotto, i pittori hanno dovuto imparare le sequenze e il discorso filmico per poterlo trasporre in pittura. 

Il film, inoltre, arriva da molto lontano e "dal basso". I primi fondi, infatti, sono stati raccolti tramite Kickstarter. I produttori, infine, per non metterci decenni, si sono avvalsi di 125 pittori ad olio sparsi per il globo per poter dar vita ai personaggi di 94 opere di Van Gogh.

Nonostante abbia visto anche Coco, avrei sicuramente premiato questo ai Golden Globe come miglior film d'animazione. Sarebbe stato più che meritato, non solo per lo sforzo, ma anche per la riuscita dello stesso, già dal primo secondo di visione capace di trasportarti dentro in un sogno a colori.

Da vedere assolutamente.

Please welcome my next guest

Ah sì, poi c’è questa cosa che David Letterman torna in TV. Dice dove?

Beh di questi tempi c’è solo una piattaforma che fa rima con televisione, ed è Netflix. 

Un appuntamento mensile, Non c’è bisogno di presentazioni, con ospiti illustri provenienti da generi diversi. Si parte con Barack Obama.

Mi sono sempre chiesto, anni addietro, perché il suo Late Show fosse così famoso e perché in tanti negli anni in Italia avessero cercato di imitare il suo stile, gestualità, e lo zoccolo duro inconfondibile dello stile comico-satirico-giornalistico. 

Poi, più avanti negli anni, ho capito. Quando con l’arrivo del Digitale Terrestre veniva proposto dalla Rai in uno dei suoi canali cacciati nella lista dei canali sfigatissimi oltre il 20, ma che invece dovrebbe essere il palinsesto delle prime tre reti, iniziavo a guardarlo spesso. 

Letterman nel 2016, un anno dopo il pensionamento

Semplicemente quel format talk show e quel pizzico di irriverenza era in grado di portare ad un livello accessibile il VIP ospitato. Lo potevi guardare dritto negli occhi, alla tua stessa altezza e per quei minuti in cui era seduto su quella poltrona sapevi che era come te, vulnerabile.

Quando poi Letterman andò in pensione nel 2015 mi fece un po’ l’effetto super tristezza alla Keanu Reeves che dà da mangiare ai piccioni sulla panchina. Una trasformazione fisica da  physique du rôle. Ma evidentemente non poteva stare senza ciò che sa far meglio.

Molto curioso di vedere tutte le puntate.

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