Social Media

Su Twitter torna la timeline cronologica

L’altro ieri Twitter ha annunciato di voler apportare qualche modifica alla propria timeline, o meglio all’algoritmo che da un paio di anni è stato introdotto per governarla e renderla più interessante agli utenti.

Se si va sotto le impostazioni del proprio account, nella sezione contenuti, sarà possibile selezionare o meno la proposta dei migliori tweet mostrati per primi nella timeline o meno. Io ho scelto di non attivarla, in modo da avere gli ultimi update e decidere io cosa vedere tramite le liste che mi sono creato molto tempo fa.

Se li si fa si perdono sostanzialmente quei tweet consigliati raggruppati nella sezione: “…nel caso te li fossi persi..”.

Twitter continuerà a offrire funzionalità come la pagina di ricerca in cui argomenti o momenti di tendenza possono essere visualizzati immediatamente, dando un'idea di ciò che sta accadendo nel mondo indipendentemente da quali account seguiamo, ma ora dovremo selezionarlo.

Finalmente si può tornare alla modalità puramente cronologica, lasciando da parte l'algoritmo e recuperare la sensazione di controllo sulla nostra timeline senza alcuna interferenza.

Twitter Cronologia

Questo è un buon esempio di un'azienda che ascolta i suoi utenti, capisce le loro preferenze e consente loro di godersi il prodotto nel modo desiderato, senza che gli venga detto come farlo. Per quanto intelligenti possano essere, gli algoritmi non sono sempre giusti o bravi a risolvere i problemi. In effetti, alcuni li creano. Come dice il proverbio, se non è rotto, perché aggiustarlo?

Brand e icone. L'impatto di #CR7 sugli account social della @Juventusfc

Dopo 12 giorni dall'annuncio, questi alcuni effetti:

Old but gold

What Seth Godin says in his post may be applicable from the very first day of social media advent. Something you should better remember anytime you start your hunt for likes: 

More than ever, people, lots of people, hordes of anonymous people, can watch what you do.

They can see your photos, like your posts, friend your digital avatar.

An essentially infinite collection of strangers are in the audience, scoring you, ranking you, deciding whether or not you're succeeding.

If you let them.

The alternative is to focus on the audience you care about, interacting with the person who matters to you. Your audience, your choice. One person, ten people, the people who need you.

Everyone else is merely a bystander

Grandi Dati per grandi servizi

Riportare qui gli interventi di Scott Galloway al DLD è ormai diventata una mia abitudine. Quest'anno me lo stavo quasi perdendo, ma grazie a Gianluca l'ho recuperato. 

Al di là del lungo excursus sui giganti della tecnologia online, Scott suggerisce in apertura una lettura banalissima, ma più che mai vera e concreta per le società che hanno compreso l'importanza dei dati. 

Come sono in grado di recepire questi dati, come li masticano e li riutilizzano per migliorare il prodotto già esistente, o semplicemente per offrire un servizio personalizzato all'utente/utilizzatore. 

Questi sono i veri vincitori del mercato di oggi. E allo stesso modo, se ci pensate, il lavoro dell'advertising dovrebbe andare di pari passo, suggerirmi qualcosa di molto personalizzato e targettizzato, visto l'enormità di dati che ogni giorno permettiamo ai siti di accedere sulla nostra vita online.

Eppure, la cosa più targettizzata che riceviamo oggi è ancora il re-targeting dei prodotti amazon che, visitati una volta, ci seguono praticamente ovunque su ogni sito che decidiamo di visitare. 

L'esempio migliore è forse quello di Spotify. L'azienda sta facendo un lavoro egregio nel "masticare" il permesso di accedere alle nostre preferenze musicali per restituirci dei suggerimenti molto vicini ai nostri gusti. Cosa che purtroppo quest'anno Apple ha dimenticato di fare con il lancio del rinnovato Apple Music. 

E ancora, come dice in chiusura Gianluca nel suo post:

I perdenti italiani?  Sky: potrebbe sapere cosa mi piace e cosa no, sono cliente da 14 anni. E invece, grazie allo scatolotto stupido, mi propone il film del mese uguale a quello di altri dieci milioni di italiani. Leggi almeno qua, Sky: “detesto Checco Zalone”. La grande distribuzione: faccio la spesa da 15 anni in due supermercati, dovrebbero sapere tutto e ancora entrambi mi propongono lo stesso volantino di altri mille milioni di italiani. Trenitalia, Le Frecce: faccio sempre lo stesso percorso. Milano-Bologna-Padova-Firenze. Ma continua a propormi di andare a Bari – di recente pure a Trieste. Uso la app, sa dove vado. Ma i ricettori sono spenti. E forse anche la capacità di elaborare i dati.
Cosa dire ancora dell’editoria? Ancora con il concetto di home page e di gallerie morbose, di business model non basati sui dati. Se Netflix (e persino Flipboard!) riesce a capire cosa mi piace dopo tre serie della BBC perché l’editoria no? Capire cosa considero di valore è fondamentale per capire quanto e dove sono disposto a pagare (o quanto sono disposto a sopportare l’adv per averlo). La carta è ovviamente priva di ricettori, ma il web no. Eppure i modelli di business dell’editoria sembrano ancora basati su di un approccio tentativista-opinionistico simil-broadcast, in cui solo la pubblicità è (a volte/mal) targetizzata. E su tentativi che misurano solo le impression in modo indifferenziato per utente e contenuto.
Chi continua a fare business basandosi su impressioni personali o sul parere di colui con lo stipendio più elevato nella stanza, non farà tanta strada, contro gli algoritmi e il loop prodotto-dato-prodotto dei vincenti.

 

Twitter, Billboard e Onde Gravitazionali

In queste ultime 4 settimane ho viaggiato come mai in vita mia. Seattle, Barcellona, Londra e poi ancora la prossima Madrid.

Spostamenti, preparativi e le piccole cose da sbrigare a casa non lasciano tempo per molto altro, soprattutto per scrivere come mi ero ripromesso di fare almeno una volta al giorno. 

Tuttavia meglio non scrivere nulla, piuttosto di pubblicare post inutili. 

Durante questa settimana ho raccolto qualche spunto interessante qua e la e ho salvato tutti i link grazie a Pocket. Tra le altre cose ho voluto testare i canali Telegram aprendone uno tutto mio, ma magari ne parlerò più diffusamente in un post ad hoc.

Torniamo ai link. 

Il primo è un pezzo di Prismo sulla povertà di contenuti di chi popola Twitter in Italia. Difficile non essere d'accordo. 

Nell’ultima edizione di Apocalittici e integrati, Umberto Eco commenta, a distanza di 40 anni, lo stato dell’industria della comunicazione e cerca di sorpassare due visioni contrastanti: da un lato c’è chi sostiene che i mass media creino omologazione, dall’altro chi pensa aumentino il pluralismo. Per Eco il problema non si pone perché chi veicola i messaggi non ha pieno potere sui suoi ricettori, e la ricezione di un messaggio varia in base al contesto in cui si trova. Questa intuizione è d’accordo con gli ultimi studi nel settore, che dimostrano come siano gli utenti a plasmare i social media e non il contrario. Al netto delle piattaforme e delle loro regole sta a noi creare il contesto che abitiamo online: non è solo l’uso che ne facciamo ma anche le attenzioni che dedichiamo a dettare l’importanza di certe persone su altre. Per dirla alla McLuhan, sarebbe forse il caso di superare vecchi paradigmi per passare alla fase successiva, non più quindi “il medium è il messaggio”, bensì “il luogo è il messaggio”.

La bellezza di Twitter, però, sta proprio nel fatto che si possono abbattere molto più facilmente i confini nazionali rispetto a Facebook, creare con molta cura e selezione chi si decide di seguire in modo da avere una timeline interessante, priva di spam e con contenuti di valore

Il secondo articolo, di Lefsetz Letter, è sull'irrilevanza delle classifiche Billboard, almeno per la grande fetta di pubblico che ha deciso di abbracciare lo streaming. È una riflessione alla quale ogni tanto ho pensato, del resto in un mare di dati come quello dell'ascolto online è difficilmente comprensibile come Billboard non sia in grado di tener traccia e dare risalto a fenomeni esplosivi o semplicemente non rispecchia una tendenza musicale che ormai è diventata quasi su base quotidiana.

We’ve got streaming charts on Spotify, broken down into genres and new viral tracks and a plethora of other categories.
We’ve got charts that reveal concert grosses.
But everybody in the industry keeps talking about the “Billboard” chart. Which does not indicate the most powerful and impactful acts in the land, it just gives a picture of whose new releases got Luddites to buy them.
And then there are idiotic acts keeping their tracks from streaming to run their album up the chart.
And analyses that you can go to number one without being on Spotify.
But no one will create a new chart because there’s not enough money in it. Some youngster would rather create an app than deal with record companies who single-handedly did their best, however poorly, to keep the future at bay.
We live in an instant access economy.
We live in a land of data.
The “Billboard” chart is not an indicator of developing acts, and it’s not an indicator of who is dominating. It’s just a place where those from the past like to attain momentary glory as they manipulate number ones.
Ask a fan who’s number one.
That’s all that matters.

Infine i 10 minuti al TED di Vancouver del mese scorso del fisico Allan Adams in cui spiega perché la dimostrazione dell'esistenza delle onde gravitazionali è una cosa molto importante per tutti quanti. Nessuno escluso.

 

Twitter, tornerai a volare?

Personalmente ci spero. È il social medium (ricordate? Non è un social network) al quale sono personalmente più legato e al quale ho forse dedicate più tempo in questi ultimi anni. 

Con un articolo su New Yorker, Joshua Topolsky fondatore di Vox Media e The Verge, prova a fare un breve riassunto di cosa stia accadendo a Twitter, tra l'incapacità di far crescere la propria utenza e la caduta libera della quotazione in borsa.

Ultimately, Twitter’s service is so confused and undifferentiated in the market that it’s increasingly difficult to make a clear case for its existence. There are a small handful of features Facebook might add, or a separate app that it could easily create (as it did with Messenger and the photo-sharing stand-alone feature Moments) that would provide a similar but more consistent experience, with vastly more reach than anything the company can provide today (or tomorrow, for that matter)
 Utenti attivi di Twitter al mese, espressi in milioni

Utenti attivi di Twitter al mese, espressi in milioni

La grande forza di Twitter è sempre stata quella di arrivare prima di tutti gli altri strumenti sulla notizia, perché dispone del più grande arsenale di reporter del mondo e la sua natura sostanzialmente aperta consente la diffusione istantanea di qualsiasi avvenimento degno di nota.

Quello che sta accadendo probabilmente è la inevitabile trasformazione di profili, discussioni, tweet in qualcosa di molto personale e per chi ha iniziato ad usarlo solo da poco tempo si può trovare spiazzato dal fatto di non trovarsi davanti un luogo dove si è sempre e comunque dei protagonisti per le proprie cerchie, ma la "fama" ce la si deve conquistare grazie ad hashtag, immediatezza, originalità.
Cosa che alla maggioranza degli utenti risulta complicata, ostica e il vociare si disperde in una miriade di messaggi non letti, un po' come i 4 milioni di brani di Spotify non ancora ascoltati nemmeno una volta.

E non fatico a comprendere chi non riesce a sentirsi parte di questo alveare pulsante, perché dopotutto è una gran fatica diventare ape regina.

 Un tweet di Kanye West nella sua tweetstorm contro Wiz Khalifa di qualche giorno fa e poi cancellato. Spiegato  qui .

Un tweet di Kanye West nella sua tweetstorm contro Wiz Khalifa di qualche giorno fa e poi cancellato. Spiegato qui.

Da assiduo utente, posso dire che Twitter diventa uno strumento imprescindibile nel momento in cui si è in grado di comprenderne appieno tutte le funzionalità, arrivando a discernere il rumore di fondo dalla qualità attraverso un'attenta scelta su chi seguire, o più semplicemente dando fondo alla funzionalità liste.

Quello personalmente trovo mancare per un pubblico neofita, o con poca voglia di impegnarsi a capire la piattaforma, è l'accesso ad un'informazione molto verticale immediata. Non come Moments che trovo troppo generalista. Ad esempio voglio sapere tutto e informarmi sul mondo dei Media e Comunicazione? Ecco per arrivare a costruirsi un'idea e un'onda viva e attiva di informazione di qualità ci vuole del tempo, e purtroppo con un mondo sempre più rivolto ad una fruizione on-the-go via mobile, questo può risultare complicato.
Ma potrebbe essere uno dei punti su cui battere e insistere, di fatto perché in alcuni casi hanno fatto la fortuna di alcune società che sul contenuto di twitter costruiscono la propria fortuna, vedi Nuzzel.

Twitter dovrebbe soltanto dare risalto, corpo e forma a qualcosa che già esiste al sui interno e che purtroppo non è più facilmente fruibile come lo era 4/5 anni fa, l'utenza della prima ora si sta stancando, i nuovi non sanno come usarlo. È come se si fosse raggiunta una massa critica e il contenitore non risulta più adeguato all'utilizzo che l'utenza ha deciso di farne.

The directness and power at the heart of Twitter—short bursts of information that can make you feel that you’re plugged into a hulking hive mind—are still its greatest asset. The company just needs to find the right way to show the power of those connections to a bigger audience, and the value of that audience to advertisers and partners. Not a simple task, but for Twitter an unavoidable one.
 Un sondaggio di Brandwatch, proprio su Twitter, evidenzia come l'espansione a oltre 140 caratteri non verrebbe ben accolta

Un sondaggio di Brandwatch, proprio su Twitter, evidenzia come l'espansione a oltre 140 caratteri non verrebbe ben accolta

C'è chi sostiene per questo, a ragion veduta, che la piattaforma debba subire dei cambiamenti sostanziali per adeguarsi a ciò che l'utenza cerca oggi da uno strumento di comunicazione e informazione. L'errore, a mio modesto parere da evitare, però, è quello di voler a tutti i costi scimmiottare chi fa un altro mestiere, ed è per questo che non accoglierei troppo bene l'abbattimento del limite di 140 caratteri.
Dopo tutto questa è sempre stata la forza di Twitter, costringendoci ad essere sintetici e molto precisi. Nessun'altra piattaforma è in grado di coinvolgere VIP di ogni sorta e genere provenienti da mondi diversissimi, CEO di aziende, sportivi, musicisti etc. in discussioni con comuni mortali con la stessa facilità.

No, Twitter non dovrebbe rinunciare alle sue poche caratteristiche differenzianti, anzi dovrebbe cercare di premiarle in modo differente. Ad esempio cercando un modo valido per valorizzare le discussioni in modo sensato evitando di farlo per forza seguendo un ordine temporale così rigido, dove il più delle volte ci si può perdere gran parte dell'interazione. Deve però decidere se vuole essere uno strumento per conversare, oppure fare della sua forza solo e soltanto la breaking news e diventare più impersonale.

Non sarà un'impresa facile. Sicuramente non sarà semplice privarsi di uno strumento del genere in futuro, certo è che deve cambiare e farlo in tempi rapidi.

Le stragi ai tempi di Facebook

Quando accadono meglio io ne stia lontano, almeno per qualche periodo.

A ogni strage assisto ad inconcepibile rincoglionimento di massa sottoforma di immagini e frasi pubblicate senza la benché minima cognizione di ciò che si sta pubblicando, con basi informative recuperate da wikipedia nella migliore delle ipotesi.

La solidarietà da social network è una forma pericolosa di perbenismo mista all’autoconforto di aver fatto l’azione più socialmente accettabile, sintomo di un approccio distorto ai problemi del prossimo condito dalla grossa incapacità di discernere l’essere dall’apparire.

Sarò un insensibile ignorante, bastian contrario e polemico, ma non riesco a partecipare ad un contesto dove le stragi vengono trasformate in tifo da stadio.

Voglio dire a cosa serve agghindare una foto profilo o una copertina di blu, bianco rosso e tatuarsi Liberté, Égalité, Fraternité sull’avambraccio? Cosa vogliate importi alle famiglie delle vittime se avete deciso di mostrare la vostra solidarietà su Facebook? Posto innanzi tutto che vi conoscano e che sia ben visibile a loro il vostro account.

Esatto, risposta esatta, una benamata mazza.

Tuttavia essere in pace con se stessi, sbandierando la propria appartenenza innalza i cuori e…a posto così, abbiamo fatto tutto per essere allineati con la massa e facciamo parte anche noi del carrozzone dei buoni.

Ed è per questo non mi vedrete mai schierarmi come un ultras con in colori di questa o quella nazione sotto attacco in quel momento. Ho preferito optare per un’azione più sensata, rintracciare amici in grado di essere raggiunti, sincerarmi delle loro condizioni offrendo il mio possibile aiuto. L'unica cosa avesse senso fare in mio potere in quel momento.

Proprio quando pensavo Facebook avesse assunto un ruolo di una qualsiasi utilità in un avvenimento del genere, permettendo di segnalare lo stato di salute di qualsiasi persona si trovasse nei paraggi, non meno di 24 ore dopo assisto ad un nuovo sfruttamento da curva di una tragedia di queste proporzioni. 

Mi aspetto di più da un miliardo di persone riunite nello stesso luogo, sarebbe possibile ottenere qualcosa dalla metà della metà della metà di una così grande popolazione. 

Tuttavia le azioni forti necessarie sia politiche che di solidarietà devono arrivare da un luogo diverso da questo evidentemente, perché i social in queste situazioni sono soltanto network dimenticandosi del tutto la loro connotazione sociale.

Probabilmente l’incretinimento delle persone su Internet, definizione tanto cara a Umberto Eco non è poi così lontana dalla realtà.

Update: Gianandrea su Facebook (dove la discussione si è accesa) mi consiglia il link di Mashable dove trovare azioni concrete per poter dare una mano. 

AC è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.