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Soporifero

Niente è più soporifero di Roberto Giacobbo.

Per me che faccio un enorme fatica ad addormentarmi i suoi programmi, Voyager prima e Freedom adesso su Rete 4, sono una specie manna dal cielo per riuscire ad addormentarmi prima delle 23.

Cosa accaduta puntualmente anche giovedì.

Grazie Roberto.

Ho ricercato "Roberto + Giacobbo + Sonno” e stranamente uno dei link mi ha portato a questo video.

Chissà forse avevo semplicemente freddo.

LifeAndrea Contino
Lavoro da casa

Work-life balance si diceva una volta.

Ci sono tante realtà che hanno sperimentato, stanno sperimentando, l’home working o smart working.

Di recente mi sono trovato ad affrontare una discussione, alla quale non ho mai ricevuto risposta, sul passo successivo al lavorare da casa solo saltuariamente. Il remote working. Ovvero una completa dislocazione del dipendente lontano da una struttura aziendale centralizzata, si lavora sostanzialmente da remoto senza avere un ufficio in cui andare.

Nel corso degli anni mi sono fatto una mia personalissima idea sulla faccenda. E benché abbia provato la prima delle due formule sulla mia pelle, posso assicurarvi come la ricetta riscuota un certo grado di successo e di conseguenza, funzionamento.

Ci sono delle pre condizioni necessarie, ovviamente.

I dipendenti devono essere responsabilizzati, gli devono essere affidati obiettivi invece di orari e insieme a questo anche gli strumenti tecnologici di collaborazione necessari, gli si deve garantire l’opportunità di esprimere il loro talento costruendo una cultura orizzontale e di condivisione, piuttosto che verticale e gerarchica.

Ho provato a lavorare 3 giorni da casa su 5 per quasi due anni. Non solo non mi mancava l’ufficio, ma riuscivo ad essere molto più produttivo, a collaborare meglio con i miei colleghi diretti e indiretti, a gestire e programmare la giornata lavorativa (e non) nel migliore dei modi.

L’ho sempre reputata una vera conquista, un cambiamento in meglio, non un fallimento per la mia crescita personale. Tutto l’opposto.

Ammiro perciò quelle aziende lungimiranti, come Automattic (l’azienda dietro WordPress), in grado di costruire il proprio futuro basandosi completamente sul concetto di remote working come modalità di attingere ai migliori talenti in tutto il mondo e non soltanto dove l’azienda opera.

È possibile, sostenibile e credo il futuro del lavoro non possa che essere questo.
Ma è naturale e ovvio che siamo di fronte a un modello impossibile da plasmare per tutte le realtà lavorative, sarebbe da stupidi sostenere il contrario.

Sono però convinto di come tantissime realtà che poggiano il proprio sostentamento sul Digital non abbiano affatto bisogno di un ufficio in cui poter crescere e prosperare. Se la conoscenza e l’esperienza possono essere condivise a mezzo tastiera o video conferenza, restano sempre le due chiavi per il successo.

Nel video qui sotto Matt Mullenweg, CEO di Automattic, racconta di come l’azienda non necessiti del sincronismo e compresenza, ma abbia fatto della a-sincronia il proprio mantra ed è per questo motivo che continua a crescere da quando è stata fondata.

LifeAndrea Contino
Felicità a momenti

Sembra che il lunedì sia diventato lo spazio melanconia e pessimismo che mischiati diventano lo sfogatoio perfetto.

La mia visione della vita in generale non è mai stata super entusiasta, vedo sempre prima il negativo del positivo e parto sempre da una concezione deleteria del tutto per poi spesso stupirmi (per fortuna) del contrario.

Tant’è il mio tweet pinnato è il seguente:

Ci sono giorni in cui mi sento anche io così. Sospeso a metà, tra il gioire per tutto quello attorno al mio essere e il domandarmi se la strada sia quella giusta. Se le scelte fatte siano quelle corrette per essere in pace con me stesso e gli altri.

Ma alla fine arrivo sempre alla solita conclusione. Sono fortunato e privilegiato, nonostante tante delle conquiste ottenute me le sia sudate e tanto. E dovrei anche un po’ smetterla di rompere le palle e fustigarmi per il nulla cosmico.

Mi chiedo se abbia senso la vita che ho scelto, il lavoro che faccio, le cose che porto a termine o se piuttosto non sia una gabbia per la mia anima, che non vedo ormai più, ma che comunque c’è, e che mi trattiene in questa vita dandomi ogni tanto una sensazione di benessere e di sicurezza a cui mi aggrappo tipo naufrago per non affogare.

(Mi chiedo se abbia senso oggi, al caldo della mia casa, con abbastanza soldi da assicurarmi cibo, luce e tranquillità oltre a molte cose inutili, usare una metafora come questa, che mi riporta subito alla mente chi – naufrago – si aggrappa per non affogare davvero).

In attesa di un segno. Come Galatea.

No. Sono qui che sto prendendo la rincorsa. Per dove non lo so di preciso. Non so nemmeno se sia una rincorsa, o un tonfo, o chissà che. Sto aspettando un daimon pietoso che mi indichi la strada nuova da prendere dopo che ho abbandonato la vecchia.

LifeAndrea Contino
Empatia

Non finisco mai di stupirmi di come gli esseri umani provino maggior empatia per cani e gatti che per i loro simili. E c’è pure una ricerca di un paio di anni fa a confermarlo.

Nella stragrande maggioranza dei casi è comprensibile. Il 90% degli esseri umani è avido, stronzo e felicemente appagato quando il suo tornaconto ha raggiunto un livello superiore a quello dei suoi pari. Quindi quando incontri un essere silente, pronto a saltarti addosso in qualsiasi momento dalla gioia nonostante tu sia bello, brutto, rosso, nero, bianco, biondo o moro è di certo una piccola vittoria personale.

Tant’è, quando cammini per strada li vedi tutti pronti a inginocchiarsi e fare voci da cretini per poi infuriarsi secondi dopo se qualcuno dietro di loro si azzarda a fare un passo in più in coda alle poste o al supermercato.

La tolleranza zero verso il prossimo sta andando sempre peggiorando. È diventata 0.0 come la farina. E la furia verso il genere umano è più automatica di uno starnuto.

Ma con cani e gatti no, diventiamo dei neonati senza difese. Mentre se c’è una macchina con il motore acceso in un fosso (cosa a cui ho assistito due settimane fa, e sì, mi sono fermato) in una mattina qualsiasi di gennaio, ci si ferma sì, ma a guardare cosa è successo e magari scattare una foto, ma sia mai per aiutare.

Che strano mondo quello in cui viviamo.

LifeAndrea Contino
Fatica

Sono tre settimane di seguito che ho ripreso a fare attività fisica dopo 1 anno di stop. Nello specifico con Noemi stiamo andando in piscina due volte a settimana. 1 ora di vasca per volta.

Che fatica ENORME.

Non so se dettata dall’orario tardo, necessario per non trovare più di due persone in corsia, oppure dalla noiosità del gesto, ma sta di fatto che mi rompo e non faccio nulla per nasconderlo.

Io che adoro nuotare, al mare s’intende.

Allora ho iniziato a pensarci su seriamente. Probabilmente sono arrivato alla madre di tutte le riflessioni.

Non sono fatto per gli sport senza finalità ludica. Il nuoto, la corsa. Competi contro te stesso e le tue facoltà mentali.

A che pro? So dell’esistenza di mille libri sull’argomento. Ma non mi avranno mai.

Calcio, tennis, in genere qualsiasi sport con un punteggio e competitivo, fatto in squadra o singolo, mi stimola 1000 volte di più e non mi fa pesare la fatica del gesto.

Sarà l’età che avanza o la mia totale assenza di disciplina, ma è lecito domandarsi se per mantenersi in forma sia necessario rompersi i coglioni.

LifeAndrea Contino
Zona di comfort

L’altro giorno al lavoro stavamo facendo un media training. Un media training serve per spiegare le tecniche base di comunicazione su come affrontare le interviste e più in generale il rapporto con i media, appunto.

Mi ha affascinato la parte sulla zona di comfort. Sentirsi a proprio agio nei propri abiti e stile è già un grande passo avanti per sciogliere la tensione personale.

Rapidi collegamenti mentali. Trasportando questa idea nel quotidiano, soprattutto nell’ambiente business, quanto è importante il modo in cui ci si veste?

La formalità è ancora un elemento distintivo?

Ok, l’abito non fa il monaco. Tuttavia è molto più vero l’opposto.

Il contesto fa l’abito.

Purtroppo aggiungo. Ho sempre ammirato ad esempio Marchionne per il fatto di fregarsene altamente di giacca e cravatta e aver fatto del maglioncino blu scuro un suo personalissimo elemento distintivo.

Alcuni lo chiamano approccio minimalista per evitare di perdere tempo, ma a me piace pensare sia più un elemento di riconoscimento personale.

Forse è per questo il motivo per cui anche io faccia così fatica a indossare un completo con cravatta.

Non solo mi trovo a disagio nell’indossarli, ma li reputo assolutamente irrilevanti ai fini della definizione di me stesso o della persona che mi sta davanti. O ancor meglio della sua personalità.

Non è un attacco a “giacca e cravatta” in sé, ma piuttosto al formalismo a tutti i costi. Felice di condurre il mio stile di vita in questo modo. E trovo anticronistico, totalmente fuori dal tempo, locandine tipo quella qui a fianco. L'obbligo di indossare la giacca suona tanto fine '800.

Essere è meglio di apparire.

LifeAndrea Contino
Cagnolini che annaspano

Siamo nella massima parte un paese di trasgressori, di persone strette in una compulsione totale alla violazione delle regole del vivere comune. L’unica cosa che ci frena è la minaccia di una sanzione, mai il pensiero di violare la sfera di libertà altrui che quelle regole difendono. Temiamo solo la sanzione. E a costo di elaborare soluzioni controproducenti, viviamo così, annaspando come cagnolini violando le regole, ma cercando di evitare la sanzione.

E questo vale in piscina, in famiglia, sul lavoro, perfino nelle commissioni europee.

Un paese di cagnolini, che annaspano.

Quanto racconta Giovanni è un’analogia tremendamente vera. A me succede in strada con quelli che si credono furbi e poi quando gli gridi contro facendogli notare come si stanno comportando fuggono con la coda tra le gambe.

LifeAndrea Contino
Contatto

We should give due recognition to the truly grave hurt that can unfold, within established relationships, when there is almost no touch left between the parties, when one partner repeatedly moves to hold the other’s hand - and nothing much happens in response.

LifeAndrea Contino
Ma io avrei potuto fare lo YouTuber?

No. Non credo proprio. Per arrivare al punto però devo partire da lontano.

Il fenomeno youtuber l’ho perso completamente. Dopo l’avvento di Facebook e Twitter il mio interesse per i social media è scemato vertiginosamente.

Ne ho scritto sempre meno qui sul blog, analizzo ciò che avviene al loro interno per pura passione della materia comunicativa. Punto e stop.

YouTube si affaccia nei primi anni 2000 ed è una vera e propria rivoluzione. Lo storytelling video diventa non solo accessibile a tutti, ma anche democratico, condivisibile e di massa.

Oltre 10 anni dopo e con molto ritardo ho iniziato ultimamente a seguire il fenomeno. Ci sono canali iper specializzati. Persone che viaggiano, parlano di cibo, di tecnologia, fotografia e chi più ne ha più ne metta. Qui in Italia ce ne sono di molto bravi e non scimmiottano per forza ciò che proviene dagli Stati Uniti, ma hanno spesso uno stile unico e molto apprezzabile.

Molto di essi ne hanno fatto un vero e proprio lavoro. Sottoscrizioni o advertising porta introiti non indifferenti. I prodotti sono molto professionali, da fare invidia all’industria cinematografica, se ci si ferma a pensare si capisce quanto lavoro di produzione ci sia dietro e quante ore siano dedicate per pochi minuti di video.

E mi sono fermato a pensare, mi sono domandato se avessi potuto cavalcare questo trend molto tempo fa, oppure se potessi iniziarlo da qui a breve.

E la risposta è stata no:

  • Il digital divide. Abito a qualche km da Milano e non farei sicuramente a cambio con la città. Ma nel mio paese la velocità di upload è attualmente, anno domini 2019, ferma a 0.8 Mb in upload. Pertanto caricare un video di qualche minuto ci vorrebbero forse giorni. Connessione 4G? Sì ci avevo pensato, ma quanto spenderei a fine mese per extra-giga?
  • Tempo. Plausibilmente chi fa lo YouTuber ha molto tempo a disposizione e io non ne ho. Se si vuole fare un prodotto fatto bene serve tempo. Tempo per girare, tempo per montare, tempo di rendering. E di cose da dire ne avrei...
  • Precisione. O forse fissazione. So per certo che prima di essere soddisfatto di un eventuale risultato finale ci passerei sopra le notti su un singolo progetto

E allora? Perché rompo le scatole?

Amarezza. Per il rimorso di non essermi interessato prima a tool e stumenti del genere, e non averci provato. Amarezza per una condizione di infrastrutture italiane che fa veramente pena e preclude certi percorsi a chi li vorrebbe intraprendere. Senza una linea decente, ti sogni di diventare YouTuber.

Invidia perché mi piacerebbe riuscire a produrre con anche solo la metà della qualità dei canali che seguo. Invidia per la capacità di creare comunità, che in fondo è ciò che conta su YouTube. Ma è tardi, troppo tardi. Almeno per cavalcare questa onda.

Plauso a chi l'ha fatto al momento giusto e diffonde argomenti interessanti con professionalità ogni giorno.

Life, TecnologiaAndrea Contino