Comunicazione

Megafoni online. Saper comunicare non è affar semplice

Niente di più facile, niente di più difficile. Come sostengo sempre anche io, comunicare online non è affar semplice.

Via zurobets

La tentazione di agire male è sempre in agguato. Per questo, alle volte, anche persone di cultura, dalla parte di alti e solidi principi che grazie alla Rete raggiungono le folle, vengono tentate e cadono nel tranello dello shaming. Per esempio: come se un Professore con molti seguaci iniziasse a fare shaming ai danni di un altro utente che lo dileggia e in poche battute finisse, spalleggiandosi con i suoi, a dire che il tizio debba tagliarsi i capelli.

Essere nel giusto spesso non equivale all’essere giusti, e come dicevamo stare online è complesso. Detto questo bisogna educarsi al non cedere alle facili scorciatoie, agli inganni di una rete densa e allo stesso tempo rarefatta e quando si è su un podio cercare di non farsi abbacinare dalla comodità del far parte di una folta schiera, abbracciando una tanto diffusa quanto pessima pratica. Perché se lo fanno quelli con il megafono, allora sarà normale farlo anche per le ultime file. E se hai il megafono ci sono cose che possono essere dannose da fare. Urlare, ad esempio.

E se le modalità con cui sia proficuo comunicare la scienza non è ben chiaro quali possano essere, spero diventi sempre più chiaro quali siano quelle corrette per vivere online senza inquinare.

Too much

Lo stile comunicativo del nuovo spot Molinari è uno stereotipo. Racconta di stereotipi. E lo stereotipo dell’italiano diventa motivo di vanto. Quelli per i quali nel mondo ci deridono e forse ci siamo tutti incazzati più di una volta.

Banale? Forse. Ma è piacevole riconoscersi e andarne orgogliosi.

Ma siamo troppo per cosa? Siamo così e basta.

Lacrime di Ferragni

Chi si indigna per 8 euro scarsi per una bottiglia d’acqua naturale a firma Chiara Ferragni probabilmente non ha conoscenze a sufficienza circa il concetto di valore di marca e quasi sicuramente è in fila ogni anno per acquistare un iPhone nuovo di pacca a cifre altrettanto spropositate.

Quella cifra per una bottiglia di normalissima acqua è tanto? Se la consideriamo soltanto acqua, sì, certo che si tratta di un prezzo esorbitante se si pensa che con poco più di 1 euro posso acquistare 6 di bottiglie da 2lt.

Quando invece la si considera per il valore che quella bottiglia assume nel momento in cui porta sulla sua etichetta il nome di una delle persone più influenti del pianeta, facendola così diventare un’edizione limitata, quella stessa bottiglia assume un valore completamente differente agli occhi di chi sta per acquistarla.

Evian risucchia tutta la Brand Equity e la Brand Value del marchio Ferragni, permettendosi così di prezzare quella bottiglia a 8 euro.

Esempio pratico. Moleskine.

Non sono in fondo dei meri taccuini con dei fogli di carta dentro da una quindicina d’euro, o giù di lì, mentre se vai in cartoleria trovi un quaderno per scrivere a pochi centesimi e magari con anche molto più spazio?

Idem per il sopra citato iPhone, oppure una scarpa Jordan, o qualsiasi altro esempio vi venga in mente.

Il mercato libero ci permette di lasciare la bottiglia lì dov’è, sullo scaffale, perché anche dal costo così elevato, quella bottiglia risponde all’ineluttabile legge della domanda e dell’offerta.

E qui la definizione di Seth Godin è perfetta:

A brand’s value is merely the sum total of how much extra people will pay, or how often they choose, the expectations, memories, stories and relationships of one brand over the alternatives.

Buono shopping a tutti.
Update: Come giustamente mi fanno notare, avete mai provato ad acquistare una San Pellegrino negli Stati Uniti?

La felicità è il vero ROI

Gary Vaynerchuk è conosciuto per essere il prototipo del workaholic. Se lo seguite da un po’ sapete che trova felicità nel proprio lavoro, a tal punto da farlo coincidere anche con il proprio tempo libero, proprio perché per lui fonte di relax, eccitazione e divertimento.

Se non lo avete mai sentito nominare, beh non vi siete persi molto, davvero. GaryVee è uno che ce l’ha fatta, ha cavalcato quest’epoca frenetica, ne ha compresi gli strumenti e il loro utilizzo per guadagnarci attraverso molte società da lui fondate, libri, public speaking e molto altro.

Non ho mai amato il suo stile. Così come il suo linguaggio volutamente ed eccessivamente colloquiale e ricco di cursing. I suoi video sono spesso e volentieri l’emanazione di un guru dell’ovvio. Così come i suoi consigli si possono applicare soltanto se ci sono delle condizioni pre-esistenti rispetto all’ambiente in cui essi dovrebbero essere applicati.

Tuttavia il concetto espresso in questa puntata del suo vlog ha del senso per me.

La felicità è il vero ROI

L’obiettivo che ci prefiggiamo ogni mattina appena svegli, quello che inserireste in un eventuale piano quinquennale, è una cosa materiale o un’esperienza?

Fa poca differenza. L’importante è se vi siate chiesti la domanda delle domande, mi renderà felice? O è solo uno sfoggio per far vedere a qualcun altro di aver fatto o acquistato qualcosa?

È una deriva pericolosa, oggi più che mai facilmente raggiungibile dagli effetti sociologici e psicologici causati in larga parte dall’egocentrismo e la sovraesposizione del sé all’interno dei Social Media.

Ognuno trova la felicità come meglio crede, dove meglio crede. Attenzione a non confonderla con schiavitù chiamandola con un altro nome.

Condividere et impera

Prendo in prestito un modo dire vecchio di qualche migliaio d’anni, riveduto e corretto, anche da Rudy Bandiera.

Un concetto, o forse meglio dire uno stile di vita lavorativa, che ho assimilato e fatto mio nel corso della mia seppur breve carriera è quello di comprendere appieno il potere dell’informazione. Farlo mio. Ma soprattutto condividere quest’ultima nel modo più saggio e consapevole possibile.

E mai come di questi tempi l’informazione ha assunto un valore ancora più cruciale rispetto alla conoscenza. Oggi giorno chi detiene l’informazione ha in mano da gestire un grande potere. Che come il nostro amichevole Spider-Man di quartiere ricorda, da esso derivano grandi responsabilità.

Il team work, i processi, i flussi di lavoro, la costruzione delle strade utili a raggiungere degli obiettivi comuni, sono ingranaggi che si mantengono oliati solo se l’informazione è condivisa, un po’ come la felicità per Christopher McCandless

Chi agisce diversamente o lo fa in modo subdolo per sabotare, per invidia o per far bella figura, oppure, più semplicemente, non si rende conto di essere nell’atto di maneggiare quanto di più prezioso abbia a disposizione in un ambiente lavorativo.

Stolti coloro i quali non la sanno riconoscere.

Facebook. 2018, oblio and counting.

Il tempo a disposizione in queste caotiche giornate è davvero poco, ma qualche manciata di minuti all’esplorazione di qualcosa di interessante mi riconcilia con me stesso.

Il post di oggi è dedicato a quel geniaccio di John Oliver. Il suo stile può apparire arcigno con una retorica molto pungente, tuttavia ciò che dice di Facebook ha dei tratti tristemente veri.

Poi ti chiedi perché i fondatori di Instagram se ne siano andati.

Facebook’s global expansion has been linked to political turmoil overseas, so maybe their ads should focus less on how they “connect the world” and more on why connecting people isn’t always the best idea.


Migliorare le conversazioni

Una buona conversazione dovrebbe essere come una minigonna. Corta abbastanza da mantenere vivo l’interesse, ma lunga abbastanza da coprire l’argomento principale.

Uno speech di 3 anni fa, molto potente e focalizzato su come migliorare la cosa più difficile al mondo: la comunicazione interpersonale.

Dare forma ai pensieri

Pubblicità.

Cosa ti inviene in mente a sentir pronunciare questa parola?

A me: interruzione, fastidio, fuori luogo.

Saper veicolare un messaggio nel modo corretto senza infastidire, ma immedesimando l’osservatore in situazioni difficilmente descrivibili a parole. Questo dovrebbe essere in grado di fare, in qualsiasi forma essa assuma.

Il 90% delle volte nessuna è in grado di farlo. Talvolta però ci sono dei piccoli capolavori, immagini metaforiche in grado di far immergere i nostri sensi in una sorta di estasi, che ci fanno dire: già mi sentivo così anche io.

L’essenza del nostro stato d’animo in quel minuto di quel giorno speciale.

Il brand passa in secondo piano, ma riaffiora più forte il messaggio, quasi nascondendosi tra le pieghe del significato, restando ancorati al ricordo di quelle sensazioni provate.

Questo spot di Lacoste, The Big Leap, ha ormai qualche anno. Ma ancora oggi mi immedesima non tanto nella situazione, ma nelle sensazioni provate in momento in cui c’era da buttarsi e accumulare tutto il coraggio in mio possesso per farlo esplodere nel miglior salto della mia vita.

Abbandoni ogni speranza, ti lasci andare e speri che tutto vada come sognavi da tempo.

Auguro a chiunque di provare simili sensazioni.

Genova. La gestione della crisi e la relativa comunicazione

 Daniele dice tutto, come sempre, in maniera efficace parlando della gestione della comunicazione da parte dei due attori protagonisti del disastro di Genova di qualche giorno fa.

Nient’altro da aggiungere:

In conclusione si misura l’assoluta mancanza di conoscenza delle dinamiche della comunicazione digitale di crisi da parte del privato. La sua mancanza di percezione di essere un soggetto esposto disintermediatamente al pubblico e ai propri stakeholders e che a questi avrebbe dovuto rispondere, interpretandone umori ed esigenze, in una situazione di crisi assoluta come questa.
Dall’altra parte, invece, una piena consapevolezza di cosa sia l’intercettazione delle emozioni delle persone e la loro “cura”, nei social network. La consapevolezza dell’importanza fondamentale del tempismo, dell’uso accorto, efficace, quasi “militare”, dell’ecosistema digitale e della proattività.
In buona sostanza incapacità di gestione di una crisi, ma ancor prima di comprensione di cosa sia una crisi oggi a fronte di una consapevolezza, declinata in un sistema potente di relazione e dialogo disintermediato, potente proprio perché preesistente. Nulla da dire, il crisis management è ancora materia tutta da approfondire.

Retail Tomorrow

Ieri mattina ho fatto un salto velocissimo a Retail Tomorrow, la due giorni organizzata da Retail Institute. È stato il mio primo evento e approccio con il mondo retail da quando ho cambiato lavoro. 

A proposito da marzo mi sto occupando del marketing e comunicazione di Scalo Milano

Ho ascoltato con passione l'intervento di Andrea Farinet dell'Università Bocconi e Maria Mazzone di Accenture.

Tra i vari punti toccati sul fondamentale del lavoro della tecnologia, due mi hanno fatto riflettere e pensare a come migliorare ciò che già si sta facendo:

  • La personalizzazione è la nuova loyalty. La fiducia nei confronti dei brand di costruisce se questi ultimi sono in grado di toccarti con un prodotto o servizio personalizzato, specifico per i tuoi gusti, interessi e passioni
  • Esperienza. Il luogo dello shopping deve diventare sempre di più un luogo dove il trattamento del cliente deve essere al primo posto. Coccolarlo per fargli capire che il mio spazio è il suo, e io come retailer ho il piacere di ospitarlo
  • Digitale - Offline. Sì, ok, il futuro è del digitale. Ma ricordiamoci che l'85% degli acquisti avviene ancora offline. Così come l'esperienza d'acquisto avviene in questo modo, anche il media mix va fatto in modo coerente e ragionato.

Ne faccio tesoro. Migliorare è possibile.

AC è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.