Comunicazione

Lacrime di Ferragni

Chi si indigna per 8 euro scarsi per una bottiglia d’acqua naturale a firma Chiara Ferragni probabilmente non ha conoscenze a sufficienza circa il concetto di valore di marca e quasi sicuramente è in fila ogni anno per acquistare un iPhone nuovo di pacca a cifre altrettanto spropositate.

Quella cifra per una bottiglia di normalissima acqua è tanto? Se la consideriamo soltanto acqua, sì, certo che si tratta di un prezzo esorbitante se si pensa che con poco più di 1 euro posso acquistare 6 di bottiglie da 2lt.

Quando invece la si considera per il valore che quella bottiglia assume nel momento in cui porta sulla sua etichetta il nome di una delle persone più influenti del pianeta, facendola così diventare un’edizione limitata, quella stessa bottiglia assume un valore completamente differente agli occhi di chi sta per acquistarla.

Evian risucchia tutta la Brand Equity e la Brand Value del marchio Ferragni, permettendosi così di prezzare quella bottiglia a 8 euro.

Esempio pratico. Moleskine.

Non sono in fondo dei meri taccuini con dei fogli di carta dentro da una quindicina d’euro, o giù di lì, mentre se vai in cartoleria trovi un quaderno per scrivere a pochi centesimi e magari con anche molto più spazio?

Idem per il sopra citato iPhone, oppure una scarpa Jordan, o qualsiasi altro esempio vi venga in mente.

Il mercato libero ci permette di lasciare la bottiglia lì dov’è, sullo scaffale, perché anche dal costo così elevato, quella bottiglia risponde all’ineluttabile legge della domanda e dell’offerta.

E qui la definizione di Seth Godin è perfetta:

A brand’s value is merely the sum total of how much extra people will pay, or how often they choose, the expectations, memories, stories and relationships of one brand over the alternatives.

Buono shopping a tutti.
Update: Come giustamente mi fanno notare, avete mai provato ad acquistare una San Pellegrino negli Stati Uniti?

La felicità è il vero ROI

Gary Vaynerchuk è conosciuto per essere il prototipo del workaholic. Se lo seguite da un po’ sapete che trova felicità nel proprio lavoro, a tal punto da farlo coincidere anche con il proprio tempo libero, proprio perché per lui fonte di relax, eccitazione e divertimento.

Se non lo avete mai sentito nominare, beh non vi siete persi molto, davvero. GaryVee è uno che ce l’ha fatta, ha cavalcato quest’epoca frenetica, ne ha compresi gli strumenti e il loro utilizzo per guadagnarci attraverso molte società da lui fondate, libri, public speaking e molto altro.

Non ho mai amato il suo stile. Così come il suo linguaggio volutamente ed eccessivamente colloquiale e ricco di cursing. I suoi video sono spesso e volentieri l’emanazione di un guru dell’ovvio. Così come i suoi consigli si possono applicare soltanto se ci sono delle condizioni pre-esistenti rispetto all’ambiente in cui essi dovrebbero essere applicati.

Tuttavia il concetto espresso in questa puntata del suo vlog ha del senso per me.

La felicità è il vero ROI

L’obiettivo che ci prefiggiamo ogni mattina appena svegli, quello che inserireste in un eventuale piano quinquennale, è una cosa materiale o un’esperienza?

Fa poca differenza. L’importante è se vi siate chiesti la domanda delle domande, mi renderà felice? O è solo uno sfoggio per far vedere a qualcun altro di aver fatto o acquistato qualcosa?

È una deriva pericolosa, oggi più che mai facilmente raggiungibile dagli effetti sociologici e psicologici causati in larga parte dall’egocentrismo e la sovraesposizione del sé all’interno dei Social Media.

Ognuno trova la felicità come meglio crede, dove meglio crede. Attenzione a non confonderla con schiavitù chiamandola con un altro nome.

Condividere et impera

Prendo in prestito un modo dire vecchio di qualche migliaio d’anni, riveduto e corretto, anche da Rudy Bandiera.

Un concetto, o forse meglio dire uno stile di vita lavorativa, che ho assimilato e fatto mio nel corso della mia seppur breve carriera è quello di comprendere appieno il potere dell’informazione. Farlo mio. Ma soprattutto condividere quest’ultima nel modo più saggio e consapevole possibile.

E mai come di questi tempi l’informazione ha assunto un valore ancora più cruciale rispetto alla conoscenza. Oggi giorno chi detiene l’informazione ha in mano da gestire un grande potere. Che come il nostro amichevole Spider-Man di quartiere ricorda, da esso derivano grandi responsabilità.

Il team work, i processi, i flussi di lavoro, la costruzione delle strade utili a raggiungere degli obiettivi comuni, sono ingranaggi che si mantengono oliati solo se l’informazione è condivisa, un po’ come la felicità per Christopher McCandless

Chi agisce diversamente o lo fa in modo subdolo per sabotare, per invidia o per far bella figura, oppure, più semplicemente, non si rende conto di essere nell’atto di maneggiare quanto di più prezioso abbia a disposizione in un ambiente lavorativo.

Stolti coloro i quali non la sanno riconoscere.

Facebook. 2018, oblio and counting.

Il tempo a disposizione in queste caotiche giornate è davvero poco, ma qualche manciata di minuti all’esplorazione di qualcosa di interessante mi riconcilia con me stesso.

Il post di oggi è dedicato a quel geniaccio di John Oliver. Il suo stile può apparire arcigno con una retorica molto pungente, tuttavia ciò che dice di Facebook ha dei tratti tristemente veri.

Poi ti chiedi perché i fondatori di Instagram se ne siano andati.

Facebook’s global expansion has been linked to political turmoil overseas, so maybe their ads should focus less on how they “connect the world” and more on why connecting people isn’t always the best idea.


Migliorare le conversazioni

Una buona conversazione dovrebbe essere come una minigonna. Corta abbastanza da mantenere vivo l’interesse, ma lunga abbastanza da coprire l’argomento principale.

Uno speech di 3 anni fa, molto potente e focalizzato su come migliorare la cosa più difficile al mondo: la comunicazione interpersonale.

Dare forma ai pensieri

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Cosa ti inviene in mente a sentir pronunciare questa parola?

A me: interruzione, fastidio, fuori luogo.

Saper veicolare un messaggio nel modo corretto senza infastidire, ma immedesimando l’osservatore in situazioni difficilmente descrivibili a parole. Questo dovrebbe essere in grado di fare, in qualsiasi forma essa assuma.

Il 90% delle volte nessuna è in grado di farlo. Talvolta però ci sono dei piccoli capolavori, immagini metaforiche in grado di far immergere i nostri sensi in una sorta di estasi, che ci fanno dire: già mi sentivo così anche io.

L’essenza del nostro stato d’animo in quel minuto di quel giorno speciale.

Il brand passa in secondo piano, ma riaffiora più forte il messaggio, quasi nascondendosi tra le pieghe del significato, restando ancorati al ricordo di quelle sensazioni provate.

Questo spot di Lacoste, The Big Leap, ha ormai qualche anno. Ma ancora oggi mi immedesima non tanto nella situazione, ma nelle sensazioni provate in momento in cui c’era da buttarsi e accumulare tutto il coraggio in mio possesso per farlo esplodere nel miglior salto della mia vita.

Abbandoni ogni speranza, ti lasci andare e speri che tutto vada come sognavi da tempo.

Auguro a chiunque di provare simili sensazioni.

Genova. La gestione della crisi e la relativa comunicazione

 Daniele dice tutto, come sempre, in maniera efficace parlando della gestione della comunicazione da parte dei due attori protagonisti del disastro di Genova di qualche giorno fa.

Nient’altro da aggiungere:

In conclusione si misura l’assoluta mancanza di conoscenza delle dinamiche della comunicazione digitale di crisi da parte del privato. La sua mancanza di percezione di essere un soggetto esposto disintermediatamente al pubblico e ai propri stakeholders e che a questi avrebbe dovuto rispondere, interpretandone umori ed esigenze, in una situazione di crisi assoluta come questa.
Dall’altra parte, invece, una piena consapevolezza di cosa sia l’intercettazione delle emozioni delle persone e la loro “cura”, nei social network. La consapevolezza dell’importanza fondamentale del tempismo, dell’uso accorto, efficace, quasi “militare”, dell’ecosistema digitale e della proattività.
In buona sostanza incapacità di gestione di una crisi, ma ancor prima di comprensione di cosa sia una crisi oggi a fronte di una consapevolezza, declinata in un sistema potente di relazione e dialogo disintermediato, potente proprio perché preesistente. Nulla da dire, il crisis management è ancora materia tutta da approfondire.

Retail Tomorrow

Ieri mattina ho fatto un salto velocissimo a Retail Tomorrow, la due giorni organizzata da Retail Institute. È stato il mio primo evento e approccio con il mondo retail da quando ho cambiato lavoro. 

A proposito da marzo mi sto occupando del marketing e comunicazione di Scalo Milano

Ho ascoltato con passione l'intervento di Andrea Farinet dell'Università Bocconi e Maria Mazzone di Accenture.

Tra i vari punti toccati sul fondamentale del lavoro della tecnologia, due mi hanno fatto riflettere e pensare a come migliorare ciò che già si sta facendo:

  • La personalizzazione è la nuova loyalty. La fiducia nei confronti dei brand di costruisce se questi ultimi sono in grado di toccarti con un prodotto o servizio personalizzato, specifico per i tuoi gusti, interessi e passioni
  • Esperienza. Il luogo dello shopping deve diventare sempre di più un luogo dove il trattamento del cliente deve essere al primo posto. Coccolarlo per fargli capire che il mio spazio è il suo, e io come retailer ho il piacere di ospitarlo
  • Digitale - Offline. Sì, ok, il futuro è del digitale. Ma ricordiamoci che l'85% degli acquisti avviene ancora offline. Così come l'esperienza d'acquisto avviene in questo modo, anche il media mix va fatto in modo coerente e ragionato.

Ne faccio tesoro. Migliorare è possibile.

Obsession with Storytelling

The Atlantic on "Why" Stories Took Over your Smartphone:

Stories is not a technology, nor is it a feature. It is a media format, or even a genre, in the way that a magazine or a murder mystery or a 30-minute television program is. This is also why it’s a little silly to worry about who “copied” Stories from whom, since the whole point of formats and genres is to develop independent of single tools of creation and dissemination. The different styles of Story illustrate the form’s broad uses. On Snapchat, Stories are more informal, making use of the face-filters and geotags common to that platform. On Instagram, filters and Boomerangs and neon text and the like are more frequently used, as that platform’s heavily composed manner warrants.
And that’s also why “Story” is such a terrible name for this format. Contemporary culture’s obsession with storytelling runs so deep, everything has become framed as storytelling, even when it’s clearly not. Most Stories are not storytelling. They are sequenced, which is one of the definitions of narration: an account of events. But sequence is not sufficient to create narrative, and many Stories feel like random collections of unrelated materials. Most of the ones I see on Facebook and Instagram are one- or two-image sequences, hardly enough to play out a day-in-the-life, let alone a moment, anymore.

As the article points out, stories or storytelling are a very different kind of "story". I mean, that's what the name would and should suggest, but in the end the definition of what a story is has at its core a deep meaning that comes from the past, first by oral form and then through books. 

The media might change but a collection of pictures or frames that are meant to disappear, in my opinion are far away to be defined like that. 

Facebook cambia. Di nuovo.

Questa notte Mark Zuckerberg ha scritto questo post su come in Facebook vogliano trasformare il servizio da qui al prossimo futuro.

Facebook.png

Sinceramente, il post non appare essere molto chiarificatore. Ci sono molte zone grigie che forse solo l'articolo sul portale PR della compagnia riesce a chiarire: 

With this update, we will also prioritize posts that spark conversations and meaningful interactions between people. To do this, we will predict which posts you might want to interact with your friends about, and show these posts higher in feed. These are posts that inspire back-and-forth discussion in the comments and posts that you might want to share and react to – whether that’s a post from a friend seeking advice, a friend asking for recommendations for a trip, or a news article or video prompting lots of discussion.
We will also prioritize posts from friends and family over public content, consistent with our News Feed values.
What does this mean for Pages and public content?
Because space in News Feed is limited, showing more posts from friends and family and updates that spark conversation means we’ll show less public content, including videos and other posts from publishers or businesses.
As we make these updates, Pages may see their reach, video watch time and referral traffic decrease. The impact will vary from Page to Page, driven by factors including the type of content they produce and how people interact with it. Pages making posts that people generally don’t react to or comment on could see the biggest decreases in distribution. Pages whose posts prompt conversations between friends will see less of an effect.

In soldoni:

  • Apparirà maggior contenuto proveniente dai vostri amici rispetto a quello di pagine di brand e media
  • Quindi, di conseguenza, meno news o contenuto sponsorizzato, meno video notizie, meno video pubblicitari
  • Una forte lezione per tutti quelli che hanno deciso di delegare a Facebook soltanto il ruolo di portatore di traffico principale verso i propri contenuti esterni alla piattaforma. Ancora una volta la grande lezione del web è quella di diversificare e frammentare

Ora, non so dire sinceramente come questo influenzerà il nostro utilizzo del social network che negli anni ha puntato a diventare il solo utilizzo di Internet stesso per molti utenti con un PC o uno smartphone.

Non è molto ben chiaro, tra l'altro, cosa accadrà a quei contenuti media condivisi dai nostri amici provenienti da fonti esterne, se subiranno una penalizzazione da parte dell'algoritmo o saranno riconosciuti come scintilla per dar vita a conversazioni. 

Preparatevi quindi ad una nuova ondata di video di gattini su cui discutere fino alla morte. Evviva la UGC. Le news ci hanno rotto le scatole.  

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