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Love, Death & Robots

Il futuro distopico dei tanti prodotti Netflix degli ultimi anni finisce per essere qualcosa di già visto in Love, Death & Robots. La serie animata Netflix, tanto caruccia e ben confezionata, ma dal sapore della pietanza già assaggiata da qualche altra parte ma non ti ricordi bene dove, fino a ricordarti che era quello che hai mangiato una settimana prima a casa dei tuoi.

Bellissimo esercizio di stile e sicuramente da guardare. Mi faccio aiutare dalle parole di Lorenzo:

Narrativamente, tutto in Love, Death & Robots sa di già visto e offre quasi sempre un risultato prevedibile e telefonato. Questo non vuol dire che non ci si possa divertire e affascinare con un paio di queste pillole, Tre Robot e Zyma Blue su tutte, ma per il resto è la sagra del già visto, del contenuto che ti ricorda un videogioco, un film o un fumetto che ti sei già trovato davanti e che quindi non ha molto da dire. In certi momenti sembra di assistere a una sagra di idee per una possibile serie tv proposte a raffica da un autore un po’ ansioso che sembra volerci convincere a tutti i costi della sua vulcanica creatività (e in fondo non è detto che non finisca proprio così).

After Life

Questo fine settimana ci siamo incollati alla TV per After Life.

Una mini-serie scritta e prodotta da Ricky Gervais. Non ho mai seguito troppo Gervais, come attore non mi ha mai detto molto. Eppure in questa interpretazione al metà tra il cinico-pessimista e la riscoperta del sé e della bellezza della vita, l’ho apprezzato particolarmente.

Dopo la morte della moglie la vita di Tony non ha più un senso. Senza la possibilità di condividere la felicità l’esistenza ha poco senso. Pensa costantemente al suicidio come piano B. Il piano A invece è essere completamente sinceri con il resto del mondo, dicendo e facendo qualsiasi cosa passi per la testa.

Libero.

Ed è proprio questa libertà a portarlo ad affrontare la sua paura più grande. Essere felice di nuovo con una persona differente dalla moglie appena deceduta.

L’espressione di una personalità buona e gentile, incattivita dalla vita e dal dolore, reagisce nel modo migliore possibile grazie alle persone che lo circondano.

Tra tanta TV spazzatura, After Life merita di essere visto.

Il break pubblicitario deve cambiare

Una bella analisi di come lo spot da 15 o 30 secondi deve necessariamente cambiare pelle e trasformarsi in qualcosa d’altro. Lo spettatore va alla ricerca di meno interruzioni e contenuti più rilevanti.

La pubblicità deve reinventarsi e trovare nuove forme di comunicazione.

Se da un lato anche il consumo di contenuti originali su smartphone sembra avviato verso un modello in abbonamento (sarà così la piattaforma di brevi contenuti premium creata da Jeffrey Katzenberg), dall’altro sono molti gli analisti che mettono in dubbio la sostenibilità di un sistema basato solo sulle sottoscrizioni. Potremmo anche assistere al risorgere di contenuti finanziati dalla pubblicità, magari distribuiti in maniera diversa, in streaming attraverso device come Roku o Apple TV. È una tendenza che potrebbe essere confermata dall’arrivo di Facebook Watch, che in alcuni Paesi include spot prima e durante i programmi, o dall’annuncio di Amazon della creazione di un nuovo servizio free e ad-supported che offrirà film e programmi in streaming, o ancora dal recente cambio di strategia di YouTube, i cui programmi saranno anch’essi gratuiti e finanziati dalla pubblicità. Forse gli scricchiolii non volevano avvertirci della morte della pubblicità (o della morte della pausa pubblicitaria come la conosciamo oggi), ma di un cambio di modello. La tv pagata dalla pubblicità continuerà a esistere ma in modo diverso. Come dice Amanda Lotz, “siamo di fronte a un aggiustamento generalizzato del mercato in cui è necessario allinea

Cinema & TVAndrea Contino
The Umbrella Academy

Primo: a me i My Chemical Romance piacevano un bel po’.

Secondo: Mi ha scocciato altrettanto un bel po’ quando si sono sciolti.

Terzo: Non sapevo che il cantante e front man della band, Gerard Way, fosse un autore e regista così abile.

Scopro proprio per caso che ha firmato The Umbrella Academy e presto sarà serie TV su Netflix. Parla di super eroi e alieni. Orfani delle serie Marvel, mi sembra un buon compromesso per soddisfare la nostra sete di salvezza del pianeta.

Il 15 febbraio su Netflix:

Cinema & TVAndrea Contino
Incazzati neri

Ai tempi in cui andava in onda l’ultima puntata di Lost, scaricata in modi rocamboleschi con una connessione pessima, non condividevo opinioni online sulle mie prime visioni di serie TV. Ne parlavo al lavoro, con qualche amico, ma niente più.

La sensazione di amarezza, ma soprattutto di aver buttato via anni della mia vita per un finale assurdo e raggiunto con percorsi a dir poco arzigogolati abita tutt’oggi nel mio animo di appassionato di Serie TV. Niente è stato così deludente come quel finale.

Players racconta proprio di quell’ultima dannata puntata e di tante altre conclusioni non troppo soddisfacenti. Niente ti rimane dentro come Felina, comunque.

Ad alcuni questa conclusione è piaciuta e ha soddisfatto, tantissimi altri – come chi vi scrive – pur riconoscendo la portata emozionale del finale, si sono sentiti presi in giro: Lindelof e Cuse hanno avuto modo e tempo di ideare e realizzare un percorso conclusivo soddisfacente ma nel corso degli anni, a forza di rilanciare misteri su misteri, si sono messi in un angolino talmente stretto da cui non sono riusciti a tirarsi fuori se non barando.

A tutt’oggi il finale smuove istinti bellicosi, prova ne è il fatto che all’indomani della messa in onda del finale di Breaking Bad (29 settembre 2013), Lindelof è stato preso di mira dai fan di Lost, soprattutto via twitter, che lo hanno mandano… a prendere lezioni su come si chiude una serie. L’autore ha risposto con un editoriale che potete leggere qui. Ah, Lindelof ha chiuso il suo account twitter.

Cinema & TVAndrea Contino
Van Gogh - Sulla soglia dell’eternità

Finalmente sabato sera siamo riusciti a vedere Van Gogh - Sulla soglia dell’eternità in un cine-teatro nel paese a fianco al mio (a proposito evviva i cinema di paese) .

Forse euforici per Loving Vincent visto un anno fa proprio nello stesso cinema, ci aspettavamo un film meraviglioso.  

Qui a fianco il trip per Van Gogh nella sua massima espressione.

Qui a fianco il trip per Van Gogh nella sua massima espressione.

Così non è. O meglio è un film da comprendere e tradurre dal linguaggio filmico. Associando le inquadrature rudi, ruvide e oblique con la pesantezza dello stato d’animo di Van Gogh. Quando la camera si sostituisce al pittore, inquadrando il mondo in prima persona, il regista e pittore Schnabel aggiunge dei filtri gialli, con una sfocatura molto accentuata a coprire l’ultima porzione di inquadratura.  

Quasi a dover a tutti i costi sottolineare il fatto che Van Gogh vedesse il mondo costantemente annebbiato dalla propria condizione psichica. 

Il regista dà il meglio di se, aiutato certamente da un intramontabile Dafoe, nei close-up. L’avvicinarsi a pochi centimetri da un viso così espressivo, dà un valore aggiunto alle emozioni di un animo travagliato, così come lo sforzo del buon Willem di apprendere l’arte di dipingere proprio per rendere il tutto ancora più reale. 

I dialoghi sembrano estemporanei. Irrilevanti al fine di aggiungere qualcosa alla pellicola. Protagonisti assenti nei momenti migliori del film, quando tutto sembra sospeso in un limbo di bianco e nero prima di lasciar posto a un esplosione di colori. 

 ★★☆☆

Update: Una bella intervista a Dafoe sulla sua interpretazione.

Cinema & TVAndrea Contino
Glass

In pieno trip di M. Night Shyamalan, dopo essermi sparato in aereo Unbreakable e Split (entrambi su Netflix), domenica pomeriggio ho spento il telefono e sono andato solo soletto a guardarmi Glass. Il capitolo conclusivo (?) della trilogia.

Difficile raccontare tutto se non si è visto i primi due. Praticamente tutte le recensioni lette però sono d’accordo su una faccenda e io non sono da meno.

Un’opportunità sprecata.

Dopo due meravigliosi film, il terzo poteva essere la ciliegina sulla torta. E invece?

Un grosso boh.

Procede anche spedito verso la fine, che invece di rilevarsi rivelatrice ha portato ancora più confusione allo spettatore. Chi cavolo è questa società segreta del quadrifoglio? Cosa succede dopo che sono stati diffusi i video al mondo? Qual è il messaggio di fondo?

E senza un sequel in arrivo, sembra un po’ tutto lasciato all’interpretazione personale.

Glass è più concentrato nel tentativo di stipare due storie (quella di Unbreakable e Split) insieme che nella creazione di una propria, indipendente.

È un film apparentemente interessato a come funzionano le storie dei fumetti, ma ha gli stessi problemi di molti film sui fumetti che colpiscono il grande schermo in questi giorni. Quasi vent'anni dopo, il botteghino è dominato da film di alto profilo e ad alto budget basati su fumetti. Il pubblico sa che c'è sempre uno showdown. Sappiamo che ci sono i buoni e i cattivi e una serie di momenti di svolta. E allora? Non c’è nulla di nuovo o di diverso.

La mia personale considerazione? Il mischiare così tanto le carte, passare da eroe ad anti-eroe e appiccicarci così tante sindromi da sembrare una seduta psichiatrica, beh non solo non ha reso degna sepoltura ai due film predecessori, ma ha spinto Glass a sembrare girato in fretta e furia per raccontare una storia tenuta nascosta agli occhi del mondo: ci sono persone con poteri straordinari che a volte decidono di usare per il bene altre volte per il male.

Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi
A far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo
Il fine è solo l'utile, il mezzo ogni possibile
La posta in gioco è massima, l'imperativo è vincere

P.s.: James McAvoy, come in Split del resto, ancora una volta magistrale in un ruolo complesso e dai tanti volti.

Cinema & TVAndrea Contino
Fine primo tempo

Qualche settimana fa riceviamo in regalo due biglietti per il cinema. Non sapendo bene cosa guardare, con Noemi decidiamo di aspettare qualche uscita interessante.

Giovedì facendo zapping, ci imbattiamo nel trailer di Van Gogh - Sulla soglia dell’eternità.

Un nuovo film su Van Gogh, dopo il magnifico Loving Vincent visto poco meno di un anno fa. Ci è parso un piccolo segno (di nuovo), dopo che durante le vacanze ci siamo visti anche lo speciale a lui dedicato su Sky Arte.

E poi, Willem Dafoe protagonista. Vuoi mettere?

Questa sera si va. Ci mettiamo in fila e nulla. Solo 1 posto rimasto in sala. Delusione immensa. Non mi era mai successo di rimanere senza posto al cinema.

Tra gli altri in sala c’è Aquaman. Il trailer non mi era dispiaciuto e solitamente i film con i super eroi mi garbano. Con buona pace della mia ragazza.

A fine primo tempo ci siamo guardati negli occhi: “Ma che é sta cafonata?”

Ce ne siamo andati via. Altra prima volta.

Il film, almeno la sua prima parte, è a dir poco terribile. Un’infilzata di luoghi comuni, battute mal riuscite, zero tensione, scene paurosamente rubate da altri colossal e cult movie, senza contare il paradosso di molte scene.

Nemmeno Jason Momoa, sole e stelle, riesce a risollevare le sorti di un film DC. Forse, a differenza di Marvel, a loro i film proprio non gli riescono bene.

Ci siamo rintanati da Old Wild West ad affogare la nostra doppia delusione in birra e carnazza. Nella speranza di riuscire a vedere Van Gogh - Sulla soglia dell’eternità prima della partenza 🇮🇸.

Ah si, dimenticavo, Aquaman (distrutto anche da Metacritic) si merita: ★☆☆☆

Cinema & TVAndrea Contino