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Ancora sul deepfake

Dopo il video su Carrey, ottima spiegazione di The Atlantic.

“We are crossing over into an era where we have to be skeptical of what we see on video,” says John Villasenor, a senior fellow at the Brookings Institution. Villasenor is talking about deepfakes—videos that are digitally manipulated in imperceptible ways, often using a machine-learning technique that superimposes existing images or audio onto source material. The technology’s verisimilitude is alarming, Villasenor argues, because it undermines our perception of truth and could have disastrous consequences for the upcoming U.S. presidential election.

Stranger Things 3

Non so se solo a me, ma come anche ad Andrea (di cui riporto il quote della sua recensione qui), Stranger Things fa quel particolarissimo effetto nostalgia e malinconia perché siamo nati negli anni ‘80.

Ed è talmente bello stare in compagnia di quei personaggi adorabili e dei loro momenti migliori che, lo dico? Lo dico. vorrei stagioni più lunghe. Non lo dico mai, anzi, dico sempre l'esatto contrario, ma qui lo dico, anche se in fondo non so quanto ci credo. Ne perderemmo in quel ritmo trascinante che, nei suoi momenti migliori, Stranger Things riesce ad avere, ma avremmo modo di passare più tempo con quel cast e di scoprire più cose su di loro. Forse ci guadagneremmo, forse no, ma non mi spiacerebbe metter piede in una dimensione alternativa in cui accade, in cui ogni anno abbiamo venti ore di quei ragazzini che vanno al cinema in bicicletta. Anche solo per vedere l'effetto che fa.

Sicuramente anche io come lui vorrei saperne sempre di più, benché questa terza stagione abbia molte lacune e alcune forzature dal punto di vista narrativo e l’eccellente lavoro fatto sul passaggio da infanzia all’adolescenza a metà degli anni ‘80 riesca a coprirne le falle.

Perché terminare una stagione così, con mille mila referenze di un mondo per noi magico è come chiudere la copertina di un libro letto tutto d’un fiato in una giornata piovosa dove gli amici non vogliono uscire per giocare a pallone o non riescono ad arrivare a casa tua in bici per un torneo al Sega Master System.

E sempre in quel magico libro ti ci ritrovi spesso e volentieri, in uno di quei personaggi più o meno nerd che sanno divertirsi davvero con poco, in quel cibo con tutti i conservanti della terra ma dal sapore inconfondibile, in quei film dove bastava l’epicità delle azioni eroiche dei personaggi per coprire gli effetti speciali posticci.

Anche in questa stagione Netflix dimostra di essere notevolmente più capace nella produzione di serie TV invece di film originali, facendo affiorare con maestria il racconto di un decennio come pochi altri sono stati in grado di fare, non avvalendosi soltanto di comuni stereotipi ma abbracciando una ricercatezza acuta che merita una visione attenta per non tralasciare tante chicche.

I minuti finali post titoli di coda dell’ultima puntata ci apparecchiano una quarta stagione dove ancora una volta il mondo sotto sopra tornerà a farci visita, dove a quanto pare sono sempre più gli umani a non volerlo lasciar perdere. E quelle parole del soldato russo fanno ben presagire in un ritorno di Hopper in grande stile quando tutti lo credevano morto.

A proposito e Hopper dove lo metti?

Bird Box. La distribuzione regna

Di forze misteriose alla ricerca costante di distruggere il mondo ne è piena la storia del Cinema.

Bird Box è il fenomeno del momento, non tanto per la trama, a mio modo di vedere molto simile a “Io sono leggenda”, ma per questo motivo:

Sono numeri importanti che meritano una riflessione. Il buon Bob Lefsetz ci viene in aiuto con una delle sue frase caustiche, ma in grado di riassumere bene la situazione:

Movies killed vaudeville. TV killed movies, just check attendance figures. And now Netflix is killing not only network television, but putting a stake in the heart of theatrical distribution.

Money talks. Sandra Bullock likes the check and subscribers like the value proposition.

L’offerta nelle sale cinematografiche è piuttosto scarsa, il prezzo del biglietto è ormai pari a un mese di abbonamento a Netflix e ci sono praticamente solo super eroi, cine panettoni o film d’animazione.

Il costo d’accesso per l’acquisto di un buon televisore e un decente impianto audio si è drasticamente abbassato. Tanto più il prezzo delle offerte di contenuto: Netflix, Amazon Prime, Now TV, Infinity. Con poche decine di euro non ci si muove più di casa, la fruizione è di qualità e siamo ben felici di pagare per quanto ci viene proposto.

Il paradigma, così come è accaduto per la musica, è definitivamente cambiato.

Il film non è nulla di che, è sicuramente ben girato e tiene incollati allo schermo, ma come dicevo in apertura ricorda tanto il viaggio verso la salvezza intrapreso da Will Smith in “Io sono leggenda”.

Anche se l’idea non è completamente originale, se appassionati del genere merita sicuramente la visione.

TV e CinemaAndrea Contino
Black Mirror: Bandersnatch

Attenzione possibili spoiler

Le feste natalizie sono evidentemente propizie per il team di Netflix e Black Mirror. Questa volta però l’hanno fatta grossa. Questa puntata, o forse meglio chiamarlo film interattivo, porta sugli schermi televisivi una nuova forma di dialogo tra lo spettatore e lo spettacolo in onda. Per la prima volta il mezzo televisivo diventa interazione per davvero. Ciò che accade sullo schermo è frutto di una decisione di chi gli sta di fronte.

Come? I vari finali si possono raggiungere solo e soltanto attraverso il nostro intervento.

È la grande illusione del libero arbitrio. Tema centrale nel plot narrante le vicende di Stefan. Giovane programmatore di videogiochi con un passato traumatico e un futuro altrettanto tragico.

Quanto siamo liberi nelle scelte che compiamo quotidianamente? Per davvero intendo. Quanto il sentiero deciso è influenzato, anche involontariamente, da fattori esterni magari a noi all’apparenza innocui?

Stefan se ne accorgerà ben presto. Anzi no, forse troppo tardi.

Quante volte hai visto Pac-Man morire?
Puoi sempre ricominciare

È una delle frasi pronunciate da uno dei protagonisti. Riassume perfettamente questo episodio. Si può sempre ricominciare, si può ripartire da uno snodo cruciale se quello appena scelto non ha condotto alla risoluzione voluta dall’autore. Come in un videogioco, appunto.

Netflix sperimenta con questa serie TV, ormai cult e che già tante volte ha toccato l’argomento video ludico, portandola al livello successivo. L’inserimento di dinamiche proprie del linguaggio dei videogiochi all’interno di uno sceneggiato, con l’interazione tramite un telecomando o un controller (io ad esempio ho visto la puntata su Xbox) restituisce l’illusione allo spettatore di essere il demiurgo di quanto accadrà da lì a breve sul televisore.

Ma è un’illusione effimera, passeggera. Ci si rende subito conto, come raccontavo attraverso le parole di un vero sviluppatore, di scelte già decise a monte, un delizioso labirinto le cui uscite sono molteplici ma non infinite. Delle metà-narrazioni che costringono il protagonista ad un loop infinito di ricorsi simile al libro game che sta cercando di portare a video.

Sebbene la prima parte sia interessante e molto ben girata, ci si rende presto conto che le nostre decisioni avranno davvero poco effetto sui vari sbocchi finali. Tornando indietro da uno dei possibili 5, l’approccio, almeno per me, è risultato piuttosto frustrante. Cercavo con voracità di comprendere se ci fosse un pezzo mancante, un senso che mi fossi perso tra i vari rivoli delle scelte fatte. Purtroppo no.

Lo reputo soprattutto un esercizio di stile, sicuramente ben riuscito, un bel balzo d’avanguardia in avanti per rompere le regole del mercato e aprirlo a nuovi prodotti interattivi di simil fattura. E sebbene sulle prime ho creduto che un’interazione del genere non si possa sposare completamente con una struttura così complessa come le narrazioni di Black Mirror, è forse proprio il fil-rouge di tutta la serie a tenere in piedi l’impalcatura stessa di una scelta del genere: la tecnologia va usata con responsabilità.

P.s.: Una delle cose belle è rivedere l’episodio e scovare qualche cross citazione. Come Metal Head, o l’ospedale St. Juniper. O il poster di Ubik in casa di Colin, un libro di Philip K. Dick che parla proprio di piani diversi della realtà. I libri game, le citazioni cinematografiche, le citazioni ad altre serie tv Netflix.

P.p.s.: Il colpo più intelligente dello show arriva quando finalmente si esce dall'episodio e si torna alla pagina principale di Netflix. Accanto a "Bandersnatch" c’è la tipica barra di avanzamento rossa, che di solito indica per quanti minuti hai guardato un episodio televisivo o un film. Nel caso di "Bandersnatch", la barra è appena piena; Nonostante abbia completato la storia raggiungendo tutti i finali, vi sono molti altri path da trovare. È una roba diabolica, ma una nuova trovata innegabilmente intelligente nel cosmo Black Mirror: l'episodio che non finisce mai.

Update: Qui c'è la mappa di flusso dei vari possibili outcome. Al clic l'immagine si ingrandisce.

TV e CinemaAndrea Contino
Upgrade

Dopo aver ceduto un po’ all’ansia alla fine della visione di “Tutti lo sanno”. Oggi mi sono conceduto "Upgrade”.

Leggiucchiando qua e la, ho notato di tanti paragoni con la serie TV Black Mirror. Azzeccati. Pertanto non potevo perdermi questa visione.

Upgrade ha deciso di lasciare alla tecnologia lo scettro di protagonista del film. Come accade nella serie TV di Netflix, quest’ultima sottolinea come il corpo umano è un peso a cui sarà necessario rinunciare per ampliare le nostre possibilità di conoscenza e interazione con il mondo. Le macchine ci accecano con la promessa di liberare tutto il nostro potenziale inespresso. Uno specchietto per le allodole per poter infine avere il controllo totale sul mondo e schiavizzarci come noi abbiamo fatto con loro per anni.

Come in tanti script simili, su tutti Ex-Machina, non è importante il quando e il dove. È il come che ci deve importare. Come è iniziato che ci lasciassimo controllare dalle macchine. In questo revenge movie, il regista Leigh Whannell si lascia ispirare da tanti b-movie e dark movie, ma senza scadere nello stereotipo dell’happy ending.

Ora. Upgrade non è certo un film di denuncia. È solo un risvolto possibile di un futuro non troppo lontano. Humor nero, plot interessante, ne fanno sicuramente il film Fanta-tecnologico del 2018. E a ridosso dei pericolosissimi cine panettoni ci voleva proprio.

TV e CinemaAndrea Contino
Daredevil Stagione 3

Ho finalmente terminato la visione della terza stagione di Daredevil.

Partiamo dalle premesse. Dal mio modesto punto di vista Charlie Cox è un attore con i contro fiocchi. Apprezzatissimo in the Boardwalk Empire, mi ha destato subito un’eccellente impressione anche durante la prima stagione dell’eroe Marvel.

Daredevil, assieme proprio a Boardwalk Empire e poche altre, è tra le mie serie preferite e pertanto maggiormente attese nel momento in cui ci si appresta alla visione di una nuova stagione. Ho persino presenziato all’anteprima italiana durante la Milano Games Week. Tanto per farvi capire quanto fosse alto il mio grado di hype.

Charlie Cox

Ebbene, come ne esco dopo 13 puntate sbocconcellate qua e la durante questo mese di visione?

Non ho avuto quell’emozione, forse dettata dalla novità, di aver visto una rivoluzione comparabile a quella della prima. Ma di certo, nonostante non mi abbia creato il medesimo effetto “wow”, ho dovuto constatare come la serie abbia raggiunto la piena maturità eccellendo nella narrazione.

È forse la sola delle serie Marvel per la TV dove ogni personaggio principale - e tengo conto di tutte e tre le stagioni - è sviluppato in modo egregio. I suoi conflitti interiori, l’influenza del vissuto sulla sua condizione attuale, l’intreccio con tutti gli altri protagonisti. Un lavoro magistrale. Ognuno di essi ci viene mostrato con un doppio volto. Una nemesi interiore che influenza o ha influenzato la sua essenza più profonda.

Il vero eroe della serie è in realtà l’agente Nadeem. Il suo sacrificio è servito per sistemare le cose, chiudere il cerchio, e ritornare sostanzialmente alla situazione iniziale: Fisk in prigione e il trio Murdock, Nelson & Page di nuovo insieme. Daredevil ne esce integro, fa pace con Dio e con la madre appena scoperta, il percorso di redenzione degli altri è compiuto. L’obiettivo di Fisk, tra le migliori interpretazioni di villain del panorama series, di avere New York ai suoi piedi e rendere la sua donna orgoglioso di lui fallito e solo rimandato.

Chicca della serie, una ulteriore scena di combattimento girata in piano sequenza come già accaduto nelle precedenti due stagioni.

In definitiva, nonostante ci siano alcuni indizi disseminati qua e la che implicitamente richiamano a una futura stagione, Daredevil raggiunge il suo livello massimo di espressione, intriso di scene mai banali, una produzione profonda e ben studiata, dove i super poteri sono solo da cornice a una New York avvelenata e controllata dai poteri sbagliati e dove i veri eroi finiscono spesso per essere le persone comuni che hanno ancora voglia di lottare.

★★★★

TV e CinemaAndrea Contino
I 35 anni di Ken il Guerriero

Rivista Studio per i 30 anni di Ken Il Guerriero. O meglio, la vera essenza di un cartone animato che ha cambiato le generazioni sul finire degli anni ‘80:

Se c’era dell’epica in Kenshiro, più che nell’insieme dell’opera risiedeva nei dettagli che oliavano il complesso sistema di torti che legavano un personaggio della serie all’altro anche a decenni narrativi di distanza.

Quei dettagli per cui – quando alla fine Kenshiro, con la sua anatomia improbabile e le gambe lunghe il triplo del busto, si allontana per sempre sul suo cavallo nero con un occhio solo e ricorda tutti gli avversari affrontati e gli amici perduti – lo spettatore, bambino o meno, si sentiva anche lui giunto alla fine di un’esperienza, in qualche modo toccante e complessa.

Un’esperienza sicuramente anche eccessiva, ingenua e un po’ pasticciata, come il decennio che l’aveva partorita, ma che comunque era valsa la pena di fare. Perché al di là dello shock value e delle polemiche legate alla sua grande violenza e di noi che alle elementari provavamo a farci “esplodere” a vicenda ripetendo ata-ta-ta-ta con le nostre vocette stridule e i nostri pugnetti imbelli, se a sette anni mi sono appassionato alle storie ben raccontate, ho provato i miei primi brividi da emozione narrativa e la sensazione di stare guardando qualcosa che trascendeva lo spazio che occupava, non lo devo ai cartoni per bambini per bene che trasmettevano sulle reti nazionali ma a questa pulsar di iperboli che davano alle 17 su Italia 7 (non ancora Gold).

Il 25 e 26 settembre torna al cinema il film Ken Il Guerriero - La Leggenda di Hokuto per celebrare i suoi primi 35 anni, in attesa del nuovo videogioco Fist of the North Star: Lost Paradise.

TV e CinemaAndrea Contino
La Casa Di Carta

Finalmente ho terminato la visione de La Casa Di Carta. La serie TV Netflix di produzione spagnola, divisa in due parti, che racconta la storia di un'epocale rapina alla zecca di stato di Madrid. 

Il classico stile heist movie, ricalca tanti cliché del genere. I nomi di città per identificare i personaggi protagonisti, la resistenza contro il Sistema, il farci apparire i cattivi come buoni e i buoni come cattivi. 

L'intreccio viene snocciolato da uno dei personaggi, Tokyo, raccontato dal suo punto di vista come voce narrante. Il colpo del secolo ha una piano perfetto e studiato nei minimi dettagli dal Professore, il cervello di tutta l'operazione che mette insieme un gruppo di disperati, ognuno con la propria storia personale e motivazioni che l'ha condotto sin lì. 

La fiction ha come minimo comun denominatore il surrealismo. Dalla scelta del travestimento con l'utilizzo di una maschera di Dalì da parte dei rapinatori, fino ad alcune scene di dubbia credibilità circa l'incapacità della polizia nel poter affrontare lo "scacco matto" della banda.

Queste prime due parti (sono già state confermate le parti 3 e 4) sono eccessivamente prolisse, molti episodi sono superflui per la comprensione della trama, ma forse indispensabili per approfondire molto bene il profilo dei personaggi.

Senza contare i colpi di scena, stressati in maniera estrema, che caratterizzano in abbondanza ogni puntata. Il plot twist è sempre dietro l'angolo e forse anche questo aspetto alimenta l'aura di surrealismo di cui la serie è intrisa. 

Non mancano le citazioni e rimandi alla filmografia di genere. Le scene di stallo a "Le Iene" di Tarantino, Il tuffarsi su una montagna di soldi come in Breaking Bad, la voglia di riscatto come in "V per Vendetta", il significato potente della "maschera" come in Superman etc. La Casa di Carta è un continuo rimando e celebrare un grande miscuglio di rivincita e libertà fatto di antipatia verso il Sistema. 

Infine, l'amore. Per come viene trattato l'argomento sembra il più delle volte di trovarsi in una puntata del Grande Fratello o Tempation Island per la facilità con cui alcuni dei personaggi cambiano partner.

Tuttavia è innegabile che il fil rouge dell'amore faccia da generatore di empatia nei confronti di tutti i rapinatori, il cui profilo viene sviluppato perfettamente nel corso della serie senza scadere in stereotipi o banalità, e sarà poi l'elemento scatenante delle tante difficoltà nel procedere della rapina. 

Perché guardarlo?

La Casa di Carta ha il pregio di tenerti incollato allo schermo. Regia, fotografia e colonna sonora sono eccellenti. Nonostante il costante climax di avvenimenti sia più vicino al paradosso che alla realtà, non si può fare a meno di andare avanti e scoprire cosa ne sarà del destino di questi antieroi che resistono per la libertà, senza rubare realmente a nessuno. 

Penso sia LA serie da seguire in questo 2018 ancora scarno di grandi colpi di scena. Dagli attori scelti, al doppiaggio eccellente in lingua italiana (benché comprensibilissima in Spagnolo, la voce reale dei personaggi non rende giustizia), La Casa di Carta è la dimostrazione di come si possano creare degli ottimi contenuti a livello locale senza dover essere necessariamente a Hollywood.

E in questo Netflix sta facendo un eccellente lavoro nel portare alla ribalta attori poco famosi, ma qualitativamente molto validi, così come accaduto anche per Suburra in Italia. 

Sicuramente da guardare.

★★★☆

Ready Player One

In attesa di leggere il libro da cui prende ispirazione, il mattino di Pasquetta, con una scelta del tutto astrusa, sono andato a godermi Ready Player One. 

Realtà virtuale, videogiochi, revival anni 80/90. Una combo di nerdismo allo stato puro, diretto da Steven Spielberg. Lo stesso regista di cui ho studiato di tutto e di più durante il mio esame di Storia del Cinema con il Prof. Gianni Canova, dal quale rubo le parole dalla sua recensione per "We Love Cinema". 

Si può ancora parlare di regia, di fronte a un film (ammesso che sia ancora un “film “…) come questo? Cosa fa il regista di un meccanismo testuale giocosamente complesso come quello di Ready Player One? Dirige gli attori? Non proprio. Per almeno metà film gli attori sono determinati dalla performance capture e dai sensori che li trasformano in ibridi semivirtuali. Sceglie le inquadrature? Non esattamente. Le immagini e le scene piroettano e saltellano come la pallina di un vecchio flipper sparata dentro un videogame anni ’90. E allora? Dov’è il regista? Che fa? È il capitano della ciurma. Tiene insieme il team. Assembla. Shakera. Mescola. Cuce. Come un barman dell’immaginario. Come un game designer che prova a fondere e a ibridare cinema e videogame, fumetti e subculture pop, reale e virtuale, pixel e carne.
[...]
Cosa c’è dentro Oasis? C’è tutto l’immaginario che Spielberg ha contribuito a creare. C’è il cubo di Zemeckis. C’è la DeLorean di Ritorno al futuro. Ma poi ci sono Alien e Godzilla, King Kong e i Transfomer, Dune e Clark Kent, Pac Man e Space Invaders, ma anche Quarto Potere e perfino Ejzenstejn, citato per la scena della battaglia sul lago gelato di Alexander Nevskij. E poi, su tutto, c’è Shining, a cui Spielberg dedica un omaggio intertestuale che porta ai confini dell’incredibile il rapporto fra la pellicola originale e la sua riscrittura elettronica-virtuale. Dopo A.I., Spielberg torna di nuovo a Kubrick e ancora una volta ne proclama la centralità in tutto il nostro immaginario: proprio la parte ispirata a Shining è quasi un compendio di tutta l’estetica citazionista degli ultimi trent’anni, oltre che la fucina di una delle scene più visionarie di Ready Player One (quella degli zombi che ballano sospesi nel vuoto e immersi in una luce verdastra, sulle note della musica che accompagnava le feste dell’Overlook Hotel).
Lì, in Oasis, il cattivo si chiama Nolan, come il regista di Inception e Interstellar: l’unico vero avversario che negli ultimi anni ha insidiato a Spielberg l’egemonia dell’immaginario contemporaneo. L’unico alla sua altezza. Per batterlo, per sconfiggere il suo avatar nel film, Spielberg mette insieme una banda di nerd: come i ragazzini di E.T., come quelli di Hook. Dotati di saperi incomprensibili agli adulti, alla fine vinceranno loro. E salveranno il cinema dal rischio di essere un’invenzione senza futuro. Fanno sorridere quei critici cisposi che lamentano assenza di profondità nei personaggi. Sarebbe come chiedere a Indiana Jones di cercare di assomigliare a un personaggio di Dostoevskij. Questo Spielberg – visionario, allucinatorio, spericolato – ci dice che il regista oggi è il detentore dell’archivio. È il Bosch del web. Il Bruegel del virtuale. Il Tintoretto del visual contemporaneo.
Che sia lui il “creatore che odia la sua creatura” di cui si parla nel film? Chissà. In ogni caso, con Ready Player One Spielberg ci dice che bisogna mescolare, ibridare, confondere. Bisogna entrare nel labirinto: perché solo lì dentro, dopo essersi perso, ognuno di noi può trovare il proprio easter egg: quello che ti spiega una volta per tutte come il virtuale altro non è che “un posto dove andare senza andare da nessuna parte”.
The Cloverfield Paradox

Ieri sera, finalmente, ho visto The Cloverfield Paradox.

Il film ha ricevuto pesanti critiche, sia in Italia che all'estero. È assolutamente vero. Questo terzo capitolo della serie è girato in modo mediocre, il cast, benché di livello, ha poco spazio per sviluppare il proprio personaggio e per finire le regole della nuova dimensione in cui si trovano non ha spiegazioni e non vengono date in modo approfondito.

L'idea di questo film, benché prequel del primo Cloverfield uscito 10 anni fa, si basa sullo script La particella di Dio acquistato da J.J. Abrams nel 2012. E a me è piaciuto!

Perché nonostante abbia utilizzato delle furbate molto elementari per spiegare le cose accadute negli altri due film, la storia ha un senso, lascia quel grandissimo punto di domanda finale come i due predecessori.

Funziona molto bene la superficialità della narrazione e trattandosi di un film di fantascienza ci si può spippolare all'infinito domandandosi del perché e percome il film abbracci certe regole di un universo multiverso.

Il provarle ad accettare per come sono, guardare questo non come un capitolo conclusivo ma iniziale, apprezzare la volontà di dare un senso agli altri due, sono le giustificazioni necessarie che mi han fatto apprezzare il film.