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L'influencer e l'università delle patatine

Disclaimer: Sì ho studiato Scienze e Tecnologie della Comunicazione. No non ho una quota in eCampus, né conosco la loro realtà.

Questa settimana tra i miei contatti social è girata questa foto scattata non so da chi, tagliata e di pessima qualità. Probabilmente di una brochure o libricino di presentazione dei corsi universitari di quest’anno.

Tutti a gridare allo scandalo. Non solo Scienze della Comunicazione è un corso universitario ormai umiliante e quasi ci si deve vergognare a dire di frequentarlo, ma qualcuno si è anche permesso di associare questa laurea delle patatine al voler formare dei professionisti dell’influenza.

Come sempre faccio, prima di formarmi un’opinione definitiva, provo a documentarmi, comprendere e avere il maggior numero di elementi a disposizione per poter giudicare. Ho letto così il post del blog di eCampus e ho pensato che non ci fosse niente di male nella loro proposta formativa.

In primis perché per lavoro ho avuto e ho a che fare con influencer, e reputo che formare delle figure professionali in grado di fornire un prodotto di qualità per i clienti per i quali lavoreranno sia una buona cosa. Sarà ovviamente difficile sul breve termine farsi riconoscere questo titolo di studio in fase di approccio a potenziali clienti con i quali lavorare, ma se dovessi farlo io oggi lo sfrutterei soprattutto per le tecniche di approccio agli strumenti tecnologici utili a porre le giuste basi per accrescere la popolarità.

È ovvio poi che non possa essere una scelta di carriera scolastica adatta a tutti, e che penso dovrebbero scegliere chi ha già un certo seguito sui social network. Questo perché non sono degli studi ad aiutare a diventare popolari, ma la personalità.

L’influencer, micro, macro, medi o di qualsiasi tipo, sono un’evoluzione dei vecchi testimonial. Sono persone capaci che hanno sfruttato i mezzi a loro disposizione. Mezzi in costante mutazione e cambiamento grazie all’omnipresenza di internet.

Credo, infine, che spesso e volentieri chi li critica vorrebbe in realtà trovarsi al loro posto, e per questo ne parla in termini terribili e con sufficienza, questa potrebbe essere una buona occasione per studiare e provare a farlo.

ComunicazioneAndrea Contino
Il cliente ha davvero sempre ragione?

Ci sono dei casi limite, ovvio, ma nella stra grande maggioranza delle casistiche il cliente ha sempre ragione non perché effettivamente ce l’abbia, ma perché la nostra risposta a un suo bisogno non è stata attesa.

In pratica, a volte il cliente ha formalmente davvero torto, ma se non ti chiedi/capisci perché te lo stai domandando, hai torto sempre tu. E in questo caso sei tu la causa del declino.

Sono d’accordo con Gianluca nel dire, quindi, che sì il cliente ha sempre ragione perché spesso il problema deriva dall’azienda stessa che non è stata in grado di coprire tutti gli spettri comunicativi, come da lui elencati, del caso.

Per amore del mio blog

Questo post dice tutto quello che si dovrebbe dire nella disanima tra social network e sito personale nell’era della self expression.

Se mi seguite sapete da quale parte sto e credo di averne già scritto a sufficienza.

Meglio far parlare chi si esprime più chiaramente del sottoscritto.

In those days, our website was our home. An extension of ourselves. Every day we visited our page, tweaked it a bit here, adjusted something there, stood back and admired it. Our site was a little corner of the internet we could own.

[…]

In contrast to our personal websites, we don't own our social platforms. They own us. On top of eating our time, our emotions and our focus, they are demanding our privacy. Whether we realized it or not, we signed away our rights when we signed up for these platforms. We not only give giant tech companies our personal data – we allow them to use, sell and share our content in whatever way they wish. Soon, we will see the repercussions of freely giving away our data and our work. When it comes to creativity and self-expression, the loss is already apparent.

On social media, we are at the mercy of the platform. It crops our images the way it wants to. It puts our posts in the same, uniform grids. We are yet another profile contained in a platform with a million others, pushed around by the changing tides of a company's whims. Algorithms determine where our posts show up in people’s feeds and in what order, how someone swipes through our photos, where we can and can’t post a link. The company decides whether we're in violation of privacy laws for sharing content we created ourselves. It can ban or shut us down without notice or explanation. On social media, we are not in control.

[…]

At the risk of sounding religious about this, and maybe I am, our personal websites are our temples. They remain the one space on the internet where we decide how we are introduced to friends, potential employees and strangers. It’s a place where we can express, on our terms, who we are and what we offer.

Partecipare non ci rende inferiori

Il secondo aspetto da considerare è che il valore principale della comunicazione, oggi soprattutto di quella digitale disponibile per tutti, è la discontinuità del paesaggio. Secondo voi perché mai così tante persone discutono di qualsiasi argomento, spesso con toni accesi, spessissimo fuori da ogni reticenza minima (anche verso la propria intelligenza), in moltissimi casi con toni violenti e fuori luogo? Perché intravedono – magari senza saperlo – quella discontinuità, la possibilità di aprire un piccolo varco dentro un panorama che sembra loro asfittico e sempre uguale. E non servirà citare il De Andrè di Via del Campo per capire che soltanto da quelle parti, in quel salto nel vuoto goffo e spesso patetico, troveremo prima o dopo una scusa per cambiare il mondo. Quel sogno di partecipazione, ingenuo quanto volete, è oggi il vero ombelico che ci unisce tutti.

Questa chiosa di Massimo, su un post riguardante Jovanotti, fa il paio con quanto dicevo qualche giorno fa a proposito delle discussioni online stimolate dall’epopea dei Social Network.

Lasciar perdere non rende superiori, il passare e non curarsi di loro non è un detto da sfoggiare quando c’è da pavoneggiarsi. È tutto il contrario.

Lasciar perdere significa uniformità di contenuti e pensieri, assuefarsi a tutto quello che ci viene proposto appiattendo così la capacità critica, sostanzialmente lobotomizzandoci.

Per questo è importante esserci, partecipare, con educazione, ma dire una cosa in più aumenta la nostra percezione di far parte del mondo.

ComunicazioneAndrea Contino
I messaggi hanno sostituito le telefonate. E a me sta bene così.

With so many digital avenues now available for reaching someone, the problem with phone calls is not that they’re inconvenient. It’s that they’re gauche. Especially for young people who tend to use their phones constantly, text messaging has become a roiling conversation that never really begins or ends. There’s often just as strong an expectation of an immediate answer to a text as there has traditionally been to a phone call—a phenomenon probably familiar to you if your significant other has ever fussed at you for tweeting or posting to Instagram Stories while you’ve left him or her on read. A phone call might still carry a more explicit demand for attention, but it’s actually far easier to explain being unable to answer a call than a text.

Lo spunto arriva da un articolo di The Atlantic. Seppure la tesi sostenga che una telefonata oggi giorno sia molto meglio di un messaggino, in quanto quest’ultimi hanno creato un’aspettativa di risposta e una tensione non indifferente tra i soggetti in gioco, io resto a favore del testo scritto.

Personalmente ho sempre ritenuto la telefonata una scocciatura, una perdita di tempo fatta di formalismi ai quali non mi sono mai troppo abituato, mentre sono perfettamente a mio agio con email, chat e quant’altro.

Inoltre negli anni ho sviluppato i giusti “anticorpi” per affrontare serenamente le aspettative di risposta. I tempi li detto io, ovvio salvo emergenze, di quanto poter e dover rispondere.

Si chiama comunicazione asincrona e forse troppo spesso ce ne dimentichiamo.

ComunicazioneAndrea Contino
La battaglia per l'attenzione

Joseph Gordon-Levitt has gotten more than his fair share of attention from his acting career. But as social media exploded over the past decade, he got addicted like the rest of us -- trying to gain followers and likes only to be left feeling inadequate and less creative. In a refreshingly honest talk, he explores how the attention-driven model of big tech companies impacts our creativity -- and shares a more powerful feeling than getting attention: paying attention.

ComunicazioneAndrea Contino
Discutere. Sì, ma per quale motivo?

In tanti anni di presenza su molteplici social network, raramente mi è capitato di partecipare a discussioni accese e ritrovarmi invischiato nel sadico meccanismo di controllo spasmodico del mio turno per esprimere la mia opinione.

In questi giorni sono rimasto coinvolto in questa rarità. E le conclusioni a cui sono arrivato sono diverse e talvolta contrastanti.

Mi sono domandato se avesse senso, fosse importante, portasse a qualcosa di costruttivo scrivere su Facebook mie opinioni personali, talvolta ruvide, per aggiungere il mio punto di vista a una discussione che comunque sarebbe lo stesso terminata in un binario morto.

Mi sono domandato invece perché non farlo. Perché rimanere impassibili, auto-eliminarsi da un discorso, che come detto sarebbe comunque finito su un binario morto, e lasciare spazio a una sola corrente di pensiero giustificandosi privando di importanza il fatto che lo scambio di opinioni avvenisse online e per di più su un social network.

Mi sono domandato se il vortice di spreco di energie, il coinvolgimento emotivo, il rilascio di adrenalina valessero la pena. Se fossero soltanto dannosi per la mia sanità mentale oppure nascondessero qualcosa di diverso.

Per mia natura non sono capace di lasciar perdere. Da non confondere con l’attaccare briga o fare il leone da tastiera come oramai piace tanto dire. Mi sono sempre reputato rispettoso dell’opinione altrui, anzi prego che tutti abbiano la possibilità di esprimerla.

E così mi sono risposto. Lasciar perdere anche una insignificante discussione online talvolta è la mossa migliore. Per prima cosa perché il più delle volte non ho la titolarità né le competenze per aggiungere qualcosa al discorso. Ma quando si passa sul piano del giudizio e delle opinioni personali credo sia importante esserci, farsi sentire, con modi e tempi aderenti all’educazione e rispettosi della legge.

Lo star zitti equivale a far passare una sola linea di pensiero, ad uniformarsi, al dover per forza aderire a una corrente che il più delle volte vuol far credere di essere onnisciente, sopra le parti, nel giusto perché utilizza il buonismo come leva giustificativa.

Sì, è solo una diamine di discussione nell’etere. Ma quando è messa a repentaglio la libertà di esprimersi e rappresentare un contraddittorio, allora è giusto farsi sentire sempre e comunque.

Consumiamo, ma non creiamo

La tecnologia ci ha trasformati in psico-consumatori, alla costante ricerca di qualcosa di nuovo da fagocitare, limitando lo spazio nel nostro cervello dedicato alla creazione. Un punto di vista da non sottovalutare.

But the real tragedy of modern technology is that it’s turned us into consumers. Our voracious consumption of media parallels our consumption of fossil fuels, corn syrup, and plastic straws. And although we’re starting to worry about our consumption of those physical goods, we seem less concerned about our consumption of information.

We treat information as necessarily good, and comfort ourselves with the feeling that whatever article or newsletter we waste our time with is actually good for us. We equate reading with self improvement, even though we forget most of what we’ve read, and what we remember isn’t useful.

So stop reading and start creating. Paint, draw, compose, code, or plan. It will be hard. It will be slow. It will be frustrating. But I promise it will be worth it.

ComunicazioneAndrea Contino