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Sono i social network a dover cambiare o le persone?

Gli ultimi giorni sono stati particolarmente interessanti. Con quanto successo sulla pagina facebook INPS e con l’intervento del CEO di Twitter a una conference TED, ho voluto mettere insieme un po’ di argomenti.

Sono i social network a dover cambiare?

Montemagno pensa siano le piattaforme a doversi dotare di misure drastiche, essere ripensate dalle fondamenta per non consentire la divulgazione di qualsiasi opinione trattata alla stregua di un premio Nobel. Jack Dorsey dal canto suo ci ha messo la faccia, contrariamente a quanto fa Zuckerberg, senza promettere una soluzione, ma riflettendo sui problemi endemici della sua piattaforma e comprendendo quanto di possibile si possa fare per riportare Twitter ad un livello di vivibilità e civiltà accettabili.

Oppure dovrebbero essere le persone a dover cambiare il modo di approcciarsi al resto del mondo una volta dotati di tastiera?

La mia risposta sta nel mezzo. Un po’ come si punivano gli hooligans in Gran Bretagna qualche decennio fa, le piattaforme dovrebbero cercare di debellare gli utenti in grado di generare solo insulti e odio. Il problema vero è che quest’ultime non funzionano come uno stadio. Morto un account, ne nasce un altro.

Partire dall’educazione? Facile a dirsi, ma nella pratica ho assistito a esternazioni allucinanti da persone culturalmente elevate, ma probabilmente l’impunità va a risvegliare gli istinti più gretti dell’uomo.

Nell’originaria e originale idea alle fondamenta dei social network, perlomeno quelli più frequentati al momento, ci sarebbe dovuta essere la pacifica circolazione delle idee, azzerare le distanze, facilitare la creazione di comunità. È ormai palese che una ben bassa percentuale di questi sfarzosi concetti è oggi riscontrabile in una qualsiasi conversazione su una di queste piattaforme. La costruzione dell’ego, l’importanza dei numeri rispetto ai contenuti, l’apparenza sopra l’essenza sono i veri protagonisti invece.

Dovremmo forse semplicemente accettare un concetto molto semplice. Le persone sono molto brave ad esser stronze e fare schifo quando gliene dai la possibilità. E più restano impuniti, più possono agire protette dall’anonimato, più il concetto di 1 vale 1 diventa diffuso, maggiori sono le possibilità di terminare nella deriva dell’insulto e dell’intolleranza.

Sospetto ci sarà un gran lavoro da fare in tutti i sensi. Sia dal punto di vista di accesso e interazione in questi luoghi così familiari eppure così estranei, così come da quello della comprensione intrinseca degli stessi. La rilevanza di cui li carichiamo è commisurata a una qualità di vita migliore o semplicemente a diventare animali sociali di tutto rispetto?

Mi sono dato una risposta molto tempo fa. Allontanandomi dalla partecipazione attiva perché l’80% delle volte si tratta di assenza di valore e di contenuti immeritevoli della mia attenzione. I miei profili resteranno attivi per ragioni di studio, approfondimento e lavoro. Ma sono conscio del fatto che ciò sta al di fuori di questo dominio internet, difficilmente sia in grado di dire chi io sia e altrettanto non è in grado di darmi una giusta percezione del mondo e di chi lo abita.

Lo spazio per l’approfondimento è, ad oggi, e fortunatamente, altrove.

Il design è il nuovo marketing

Era un po’ che non leggevo un post di Seth Godin così interessante. Nel cercare di definire cosa sia un brand e quali elementi lo contraddistinguano dagli altri, fa un esempio piuttosto calzante.

Se Nike dovesse aprire un hotel sapremmo per certo quale sarà il suo stile, al contrario se Hyatt dovesse realizzare un paio di sneaker non avremmo idea di come sarebbe il risultato. Il Design è il nuovo marketing. La scelta di differenziarsi senza prendere scorciatoie, senza badare soltanto ai profitti, ma pensando prima i propri clienti.

And what is a brand? It’s not the logo, certainly. I have no idea what Everlane’s logo is. The brand is our shorthand for the feelings that an experience creates, the promises that a product or service brings with it.

If Nike announced that they were opening a hotel, you’d have a pretty good guess about what it would be like. But if Hyatt announced that they were going to start making shoes, you would have NO IDEA WHATSOEVER what those shoes would be like. That’s because Nike owns a brand and Hyatt simply owns real estate

Ora. L’esempio pratico di queste affermazioni arriva proprio ieri, proprio da Nike. Uno dei suoi atleti, Tiger Woods, vince un torneo dopo tanti anni, dopo tanti vicissitudini che lo hanno portato dalle stelle alle stalle. Nessun brand come Nike sa cavalcare queste onde, comunicando i propri valori nel momento in cui conta.

Contenuto esplicito

Come la morale e i bacchettoni abbiano avuto la meglio sull’industria musicale. La nascita dell’etichetta Parental Advisory, diventata poi un’icona di moda in alcuni casi, e sfruttata per andare contro a tutto ciò rappresenta in altri.

The explicit lyrics sticker is one of the most recognizable images in American music. Its placement on an album cover signifies you’re going to hear something for adult ears only, and it’s an image we often take for granted. The story behind how we got that sticker is bonkers, to say the least.

The very public discussion around the advisory label involved the Parents Music Resource Center (PMRC), a group led by the wives of Washington politicians and a few musicians including Frank Zappa, Dee Snider, and John Denver.

While the PMRC’s involvement was allegedly sparked by some raunchy lyrics from Prince’s 1984 album Purple Rain, the debate over rock lyrics had been infiltrating American culture and politics for a decade.

The driving force behind that debate was the rise of heavy metal, a genre that saw explosive popularity with the launch of MTV in 1981, and the growing influence of the religious right, who saw rock music as a powerful threat to Christianity.

Due chiacchiere con l'Eco della Stampa

Come segnalavo l’altra settimana, mercoledì sono stato ospite di L’Eco della Stampa nell’ambito dell’iniziativa #ECOffee

È stato piacevolissimo conversare con Alessandro su temi a me cari. Videogiochi, comunicazione, carriera, advertising.

Poco prima dell’inizio dell’appuntamento ho avuto modo di fare un giro nei loro uffici, dove mi hanno raccontato la storia ultra centenaria della società e delle profonde trasformazioni interne per adattarsi ad un mercato che ha sì le stesse esigenze, ma con fonti in costante mutazione.

La tecnologia è padrona di questa trasformazione.

Qui di seguito l’mp3 del webinar da ascoltare o scaricare come podcast.

Chi di AirPower perisce

Non so se la pubblicazione di questo video sia stato una specie di Pesce d’Aprile ritardato. Non so per quale masochistica ragione Apple faccia uscire un corto di storytelling su come un team non debba mai mollare se possiede un’idea vincente e non ci sia niente che possa fermarlo, dopo aver alzato bandiera bianca sul progetto AirPower.

Resta assodato che se Steve Jobs fosse ancora vivo non avrebbe mai permesso ai suoi ingegneri di mollare il colpo. Se si è letto un minimo la sua biografia, li avrebbe spronati a far meglio, li avrebbe trattati come bestie per far toccare i nervi scoperti dell’orgoglio e tirare fuori qualcosa di magico.

Così non è stato e l’azienda di Cupertino si è vista costretta a dover ritirare un prodotto annunciato sì, ma mai nato, stroncando un’idea così semplice all’apparenza, ma tremendamente complicata da realizzare. 

Nemmeno una settimana da questa Waterloo tecnologica e arriva il suicidio perfetto di come forse sarebbero dovute andare davvero le cose in azienda.

Il destino a volte è proprio un burlone.

ECOffee

Mercoledì 3 aprile alle 14.30, grazie a L’Eco della Stampa, potrete sentire cosa ho da dire su un po’ di temi che mi stanno a cuore.

All’interno di uno dei webinar della serie ECOffee: Una formula innovativa, uno scambio a due voci mentre si sorseggia un caffè, per cercare di eviscerare i problemi e i cambiamenti che il mondo della comunicazione si trova ad affrontare: dall’uso dell’information design per combattere l’information overload e la frammentazione dell’informazione.

Un viaggio cross-mediale tra il mio lavoro e le mie passioni personali. Spesso intrecciati e davvero molto poco distanti tra loro.

Per accedere al webinar potete andare sulla Media Intelligence Arena, la nuova piattaforma online de L’Eco della Stampa. Oppure dalla pagina Facebook de L’Eco della Stampa.

A mercoledì!

Nessuno batte il sito e il brand

Gianluca fa una riflessione molto interessante sul potere inconsapevole che ogni azienda ha a sua disposizione. Il brand e la qualità del contenuto proprietario.

Altra ondata, chiusura dei blog aziendali in favore della pagina Facebook: io stesso sono un colpevole, quanto meno di eutanasia. Ho staccato la spina all’epigone sbiadito del blog Ducati, perché la Pagina cresceva, era scelta dagli utenti, aveva le foto (!), c’era più conversazione. Era più facile essere lì che sul web, per tutti. Perché le persone hanno bisogno, per il 99%, di reminder, anche dei brand che amano. Solo l’1% di fanatici non ne ha bisogno, ma di solo quelli non vivi, anche per i sedicenti lovebrand.

Ma qui entra in campo un altro fattore: se la piattaforma attira per la sua facilità, potresti compensare aumentando la qualità del contenuto sul tuo web proprietario, in modo che le persone superino la friction per accedere a quel contenuto superiore. La sfortuna è che il management non lavora mai nel lungo periodo, non per scelta, spesso, e i social avevano tanti shiny object da accecare anche i più compassati. Like! Commenti! al confronto con le oscure e lugubri analytics del web, non c’era storia. (Google, sciagura su di te! Dovevi rendere le Google Analytics per manager, non per specialisti. Ma è altra storia questa.)

I bimbi

E i capolavori di Brera. Due sere fa ho avuto la fortuna di fare un giro guidato per la pinacoteca di Brera. All’ingresso una raccolta di 16 “diplomi”. In realtà sono frasi di bambini sul museo legate a un’esperienza didattica degli anni ‘50 raccolte dall’artista Giulio Paolini e trasformate in opera.

Tra questi, all’improvviso il genio, l’ingenuità, la trasparenza tipiche dei bambini.

Giulio Paolini
Banksy

Domenica sera sono stato alla minuscola mostra con alcune opere di Banksy non autorizzata dall’artista. La mostra è breve, ma intensa.

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Sono andato al MUDEC totalmente vergine rispetto alla mia conoscenza dell’artista, a parte alcune immagini iconiche e alcuni colpi di teatro da grande professionista della comunicazione, non sapevo assolutamente nulla su di lui/loro.

La cosa affascinante è il non sapere chi lui sia, se agisce da solo, se è un collettivo di artisti, ma soprattutto il messaggio intrinseco della sua arte: essere invisibili è un super potere riservato a pochi in questo mondo dove la nostra vista è costantemente filtrata dalla lente dei social.

Seppur breve, anche grazie alla guida che avevamo, è stata una scoperta comprendere i messaggi nemmeno troppo nascosti delle sue opere principali.

È un grande comunicatore e non fa nulla per nasconderlo, fedele a se stesso durante i decenni, riesce a raccontare i nostri tempi con un linguaggio semplice e iconico, facilmente riconoscibile e con una lettura a “bassa risoluzione”.

Bellissima la collaborazione con i blur.

Da visitare.

Ma la carta stampata non era in declino?

Dolce & Gabbana fanno questa curiosa dichiarazione a Vogue Italia, mentre il mondo va da tutta un’altra parte.

Ma qual è la logica dietro questa campagna, apparentemente controcorrente? Dopotutto, molte case di moda investono sempre più risorse nei digital influencer e nei social media.

Spiega Gabbana: «Utilizzare i media tradizionali in modo ancor più massiccio che in passato: ecco l’idea. Credo che nessun altro stia facendo qualcosa di simile. In un mondo sempre più globalizzato, esprimere la nostra unicità è diventato sempre più importante. Spiegare la nostra identità in questo modo è possibile solo attraverso la carta stampata: sfogliando le pagine di un giornale, a una a una, il punto di vista di ciascun fotografo si riconosce chiaramente, a colpo d’occhio. Se avessimo fatto un post, o lanciato una campagna digitale non sarebbe stata la stessa cosa. Per noi», prosegue lo stilista, «questo è il momento di tornare ai magazine, e anche ai giornali, di andare nella direzione opposta rispetto agli altri. Siamo un’azienda del lusso, ed esprimiamo il nostro valore attraverso un punto di vista unico.

Nel 2019 la stessa cosa vale per i magazine. Mentre tutti sono sullo smartphone, comprare la carta stampata potrebbe sembrare un lusso. In realtà se ne ricava un punto di vista unico, preparato con cura e tempo. Per me è il momento del grande ritorno delle riviste: potere alla stampa!».

Io non giudico imprenditori multi milionari. Se sono dove sono, dopo tutto, hanno ragione loro. Le scelte che reputano corrette, sono da rispettare.

Tolto questo preambolo dovuto, non mi trovo d’accordo sulla scelta. Anche se ne capisco le motivazioni post shit-storm, è facile intuire come sia molto più semplice intrattenere il rapporto con il proprio pubblico attraverso un mezzo a-sincrono e che non decreta nessun tipo di feedback immediato se non il drive-to-store, rispetto a buttarsi a capo fitto in rete dove si rischiano figure barbine.

A me non sembra ci possa essere un’inversione di tendenza, almeno a breve, sui numeri di diffusione della stampa. Ma tant’è, scelta da rispettare, ma sinceramente poco condivisibile.

Come dice Seth: “Mastering the Medium” ha un costo

Before you decide to master a medium, it’s worth considering the ups and downs that come with it. It’s not free. It costs. Is it worth it?

Does being good at this medium help you achieve your objectives beyond simply being good at the medium?

Yes, you might attract a crowd on the Bachelor or at the local fight club. You could probably be a world-class javelin catcher as well. But to what end?

If you’re going to put so much effort into a form of media, it’s worth deciding if it helps you or only the people who run the platform.

ComunicazioneAndrea Contino