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Quel pasticciaccio brutto di Marvel su Netflix

Più che pasticcio, lo chiamerei un vero peccato.

La qualità era alta, le aspettative pure. Ma tante piccole cose non hanno funzionato. L’articolo di Vulture gira il coltello in una ferita ancora aperta per i tanti fan delle serie Marvel, soprattutto per me lo fa con Daredevil. Una delle più belle di sempre.

Chissà se Disney le riporterà mai in vita.

For one thing, all the shows suffered from an acute case of Netflix bloat. With the exception of the one-off crossover series, The Defenders, and the second season of the widely derided Iron Fist, every season was 13 episodes, with each episode clocking in at about an hour. There was simply no good reason for these stories to run 13-odd hours each. And they were, for the most part, single stories of that length; the shows tended to eschew the idea of self-contained episodes, even in the case of Jessica Jones, where individual private-investigation cases would have been a natural fit to fill out the world and liven up the pace. There were B- and C-plots, but they, too, were stretched out to unreasonable lengths. This is, of course, not a problem unique to Marvel shows, as Netflix and other streamers tend to believe that a drama is only worthwhile if it feels interminable.

But it was especially irritating in the case of the Marvel–Netflix shows, because a viewer was likely comparing them, consciously or not, to other superhero offerings. Superhero movies, though often longer than they should be, have runtimes between two and three hours — more than enough of a span to tell an epic saga of good, evil, duty, and all the other familiar tropes. More important, these stories are all adapted from comic books, which have long been oriented toward brief, dense, punchy individual issues of about 22 pages each, typically ending on some kind of cliffhanger. The sloggy Netflix approach just didn’t sit well with the expectations we have for the genre and our attendant desire for super-heroic action and Manichean suspense. The creators and diehards may argue that these weren’t just superhero shows — they were inspired by neo-noir (Jessica Jones) or blaxploitation (Luke Cage) or kung-fu (Iron Fist) and so on — but come on, these were all stories based on the expectation of climactic action between the forces of light and darkness. Yet, over and over again, we had to see that gratification delayed beyond reason. You were never going to hold eyeballs very long with that kind of lukewarm storytelling.

Black Mirror: Smithereens

Se a fine dicembre del 2018 la produzione di Black Mirror ha alzato l’asticella con Bandersnatch, alla sua quinta stagione c’era un po’ la curiosità di vedere cosa altro si potesse tirar fuori su un futuro distopico dall’esito incerto.

I tre episodi che la compongono non soddisfano appieno le aspettative. Forse perché tra un ventaglio di temi da trattare le risorse da cui attingere stanno man mano venendo meno, forse perché non sappiamo bene tutti i possibili outcome di come la tecnologia influenzerà i nostri comportamenti da qui a 10 anni o semplicemente non c’è più molto da dire su come ci ha già invece profondamente trasformati.

Insomma, non so bene se si potesse fare di meglio, ma probabilmente anche il filone di panico costante sta un po’ scemando. Voglio dire, oramai lo sappiamo benissimo di essere intrappolati in piccole grandi bolle di tecnologia costruiteci attorno per non perdere la nostra attenzione.

L’unico tra i tre a riuscire a destare un po’ le coscienze è Smithereens. Una lucida fotografia sui social network, il loro potere persuasivo e le conseguenze sulle vite di tutti. La superficialità alla quale ci stanno portando fa da sfondo a una storia non poi così lontana dall’attualità, con i nostri dati a costante disposizione di realtà commerciali a scopo di lucro con molta più facilità che alle forze dell’ordine.

Raccontare il processo di trasformazione dell’umanità avvertendola dei possibili pericoli conseguenti all’abuso della tecnologia è lodevole dovere che una serie come Black Mirror spero non si sottragga dal fare, anche se mi rendo conto che l’esaurimento delle scorte di creatività siano più che palesi.

L'ultima volta del Trono

Come non essere d’accordo con l’opinionista de Il Corriere?

E poi parliamo di Jon Snow: che fine gli hanno fatto fare a questo povero re legittimo senza corona? Scopre in quattro e quattr’otto di essere l’erede al trono perché nelle sue vene scorre il sangue Targaryen: una rivelazione che ha emozionato profondamente lo spettatore, venuto a conoscenza del segreto molto prima del diretto interessato. Nel giro di poche puntate Jon viene trasformato in un personaggio totalmente inutile: non salva il suo Nord dagli Estranei perché ci pensa Arya mentre lui stava per essere fatto arrosto dal drago dei non morti, non frena la furia di Daenerys e non salva i civili di Approdo del re. E nel finale? Non me la bevo la storia che uccide la sua amata per salvare il mondo dall’ennesimo tiranno. O meglio, lo fa con uno scontatissimo pugnale nel cuore (ah i bei tempi dei baci al veleno di Dorne), ma solo perché Tyrion (ancora lui) tocca la sua anima e il suo senso di colpa nell’unica scena riuscita dell’ultimo episodio. Senza quel discorsetto del condannato a morte, visto come buttava nell’ultima stagione, l’ex bastardo di casa Stark probabilmente non avrebbe neppure fatto il giusto atto finale. 

Così, la mia storia di sangue e veleni termina negli ultimi minuti del finale di stagione con una carrellata hollywoodiana che accompagna commossa i nostri personaggi mentre si preparano alla loro vita futura senza più una trama. Tutto molto bello, ma Game of Thrones non è cinema, non è “Star Wars”, non è “Il Signore degli anelli”. Non è il filtro blu che colora tutta l’ultima stagione per rendere più moderna la fotografia. È tutta un’altra cosa, è molta più cruda, sporca, tanto che a rivedere gli episodi delle prime stagioni sembrano quasi telefilm di fine anni ‘90. A Westeros non c’è spazio per il sentimentale e il commovente. Qui c’è, c’era, spazio per uomini che vivono, sbagliano e si redimono (forse) solo dopo la morte. E invece vedo la mia Arya, la ragazza soldato dai mille volti, che si prepara il fagotto e parte alla conquista delle terre sconosciute come qualsiasi esploratore. Non doveva finire così. Non il mio trono di spade.

La vera sensazione che da grande fan della serie ho avuto è che la rovina di Game Of Thrones sia stata il proseguire le serie TV senza avere le spalle coperte dai libri di Martin.

L’adattamento TV di una serie con un così ampio pozzo di informazioni ben si denotava nelle prime stagioni, mentre, soprattutto quest’ultima ottava, tutto è sembrato veloce, abbozzato, una cavalcata veloce verso un finale agrodolce.

Eravamo tutti preparati a non avere un lieto fine, ci era stato detto, ma così sembra una presa in giro. Le regole di un reame millenario cambiate in pochi minuti. Dal dimenticarsi totalmente chi fosse il Re legittimo per diritto di sangue, al passare ad una sorta di democrazia per chi dovrà essere il vero reggente.

Ovvio, gli spettatori del Trono di Spade auspicavano tutti un finale da film, da oscar, sennò perché far resuscitare un personaggio come Jon Snow? A che scopo? Unire i popoli per poi essere liquidato da tutti i suoi familiari in poche battute?

Tant’è, questa è la volontà del padre di questa epica storia, che come dice Tyrion sono la cosa più potente di tutte.

Spero nei libri e magari in un finale diverso.

Gli spoiler pericolosi

Il sistema di bolle dei social network funziona fino ad un certo punto.

Il mondo visto come un sistema di bolle però mostra i suoi limiti con fenomeni diffusi trasversalmente ai quali è impossibile sottrarsi a meno di non isolarsi totalmente dal resto.

Non c’è italiano che, in questo momento, non rompa i maroni con Game of Thrones e che non esprima la sua approvazione sugli Avengers e a me, d’altra parte, scoccia fare la figura di quello che vuole distinguersi a tutti i costi sottolinenando il fatto che non ho mai visto un solo minuto né della serie più seguita al mondo né della saga di film tratti dai fumetti che i miei amici leggevano quando facevamo le medie.

Fantasy e fantascienza mi fanno cagare allo stesso modo. Se proprio non vogliamo privarci dei social network – e comunque questo resta tutt’ora il mio fine ultimo – l’unica soluzione e mettersi in stand-by per un po’, in attesa del prossimo tormentone commerciale.

Vox ha realizzato un interessante articolo sull’argomento. Il mio suggerimento è quello di sparire completamente dai social network per il tempo necessario.

Uno streaming per domarli tutti

L’articolo di Rivista Studio, La guerra dello streaming, racconta di un’ovvietà abbastanza facile da prevedere. L’offerta delle piattaforme streaming si sta allargando a macchia d’olio: Netflix, Amazon Prime, Chili TV, NowTV o Sky Q, Infinity e molto presto AppleTV+ e Disney+.

La battaglia per l’attenzione televisiva è ufficialmente al suo apice.

Con tutta questa offerta gli spettatori non solo non sanno più dove concentrare il proprio tempo libero, ma altrettanto su quale cavallo puntare. Dovessi immaginare di abbonarmi a tutti quelli sopra descritti, beh mi ci vorrebbe uno stipendio a parte solo per scegliere cosa guardare in TV.

Qual è l’ovvietà? Il passaggio logico successivo è la pirateria.

Lo streaming è la nuova frontiera, la nuova grande caccia all’oro; e nessuno vuole rimanere indietro. C’è la serissima eventualità, però, che la venatura principale si consumi presto, e che in questa guerra/non-guerra a vincere sia, com’era già successo in passato, non il migliore, né il più furbo; ma, abbastanza prevedibilmente, la pirateria.

La prima puntata della stagione finale del Trono di Spade è stata vista da 18 milioni di spettatori paganti, ma anche da 55 milioni che ha deciso di scaricare illegalmente l’episodio.

Ça va sans dire.

L’offerta si è moltiplicata negli anni, la mia idea di avere un unico contenitore a un prezzo ragionevole penso sia un desiderio comune a molti. Chiunque sarebbe disposto a pagare per i contenuti che ama se fossero accessibili ad un prezzo ragionevole.

Chi confonde il modello di queste piattaforme con quello della musica non ha capito molto del mercato dello streaming di contenuti video. Tuttavia sarebbe la strada auspicabile per arrivare ad azzerare la pirateria (9.99€ al mese chi non li pagherebbe?) e avere un accesso unico a tutti i contenuti preferiti.

L’ultima del Trono di Spade

Domani notte andrà in onda la prima puntata dell’ultima stagione di The Game of Thrones. Di riassunti delle 7 stagioni precedenti online ne trovate a bizzeffe e sicuramente fatti meglio di questo, ma mi sembrava il più divertente.  

Dracarys.  

The Dirt - Il film sui Mötley Crüe

Dicono il 2019 sarà l’anno del rock a dispetto dell’hip-hop.

Bohemian Rhapsody prima, ora il film sui Mötley Crüe.

The Dirt è uscito venerdì su Netflix in tutto il mondo e a me è piaciuto davvero tanto. Forse il più famoso critico musicale si esprime così:

Which is why the younger generation is going to be intrigued by this flick, they not only want to know how it was, they envy it and want to re-enact it.

That’s right “The Dirt” will be influential. Never underestimate the power of rock.

Rock on.

Love, Death & Robots

Il futuro distopico dei tanti prodotti Netflix degli ultimi anni finisce per essere qualcosa di già visto in Love, Death & Robots. La serie animata Netflix, tanto caruccia e ben confezionata, ma dal sapore della pietanza già assaggiata da qualche altra parte ma non ti ricordi bene dove, fino a ricordarti che era quello che hai mangiato una settimana prima a casa dei tuoi.

Bellissimo esercizio di stile e sicuramente da guardare. Mi faccio aiutare dalle parole di Lorenzo:

Narrativamente, tutto in Love, Death & Robots sa di già visto e offre quasi sempre un risultato prevedibile e telefonato. Questo non vuol dire che non ci si possa divertire e affascinare con un paio di queste pillole, Tre Robot e Zyma Blue su tutte, ma per il resto è la sagra del già visto, del contenuto che ti ricorda un videogioco, un film o un fumetto che ti sei già trovato davanti e che quindi non ha molto da dire. In certi momenti sembra di assistere a una sagra di idee per una possibile serie tv proposte a raffica da un autore un po’ ansioso che sembra volerci convincere a tutti i costi della sua vulcanica creatività (e in fondo non è detto che non finisca proprio così).

After Life

Questo fine settimana ci siamo incollati alla TV per After Life.

Una mini-serie scritta e prodotta da Ricky Gervais. Non ho mai seguito troppo Gervais, come attore non mi ha mai detto molto. Eppure in questa interpretazione al metà tra il cinico-pessimista e la riscoperta del sé e della bellezza della vita, l’ho apprezzato particolarmente.

Dopo la morte della moglie la vita di Tony non ha più un senso. Senza la possibilità di condividere la felicità l’esistenza ha poco senso. Pensa costantemente al suicidio come piano B. Il piano A invece è essere completamente sinceri con il resto del mondo, dicendo e facendo qualsiasi cosa passi per la testa.

Libero.

Ed è proprio questa libertà a portarlo ad affrontare la sua paura più grande. Essere felice di nuovo con una persona differente dalla moglie appena deceduta.

L’espressione di una personalità buona e gentile, incattivita dalla vita e dal dolore, reagisce nel modo migliore possibile grazie alle persone che lo circondano.

Tra tanta TV spazzatura, After Life merita di essere visto.