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Joker
Joker

È difficile scrivere di Joker.

È un film talmente mastodontico da risultare fin troppo elementare. Anche perché si rischia di cascare nelle miriadi di interpretazioni a cui presta il fianco.

La lente di ingrandimento da utilizzare dovrebbe essere scevra da qualsiasi filtro, sia esso politico, sociale, psicologico. Tuttavia è quasi impossibile non applicarne uno.

Sì perché nonostante il film sia ambientato negli anni ‘70, ci sono dei richiami troppo forti alle condizioni in cui viviamo oggigiorno. Dove la politica e le amministrazioni pubbliche se ne fregano dei più deboli, dove gli emarginati lo sono sempre di più e chi ha i soldi vince sopra tutti gli altri.

L’interpretazione fenomenale di Joaquin Phoenix, provato nel fisico così come nell’animo da questo personaggio deteriorante, è la rappresentazione di un classico underdog incazzato con la vita, preso a schiaffi dalla vita, e che dalla vita alla fine avrà tutto facendo la sola cosa che gli riesce bene, essere se stessi e rivelando la sua vera natura. Un parallelo fin troppo facile con i protagonisti di Taxi Driver e Un giorno di ordinaria follia.

Ma tant’è è necessario scomodarli perché non siamo di fronte al classico comic-movie di stampo DC, questo potrebbe essere benissimo un film che con Batman, al di là dei riferimenti espliciti, ha poco a che spartire.

Ho letto online molte opinioni diverse su Joker. Dal capolavoro al film troppo facile da lodare. Io mi schiero nella prima fazione. E al di là della difficile rappresentazione delle vicende di una persona con patologie mentali, l’eccezionale riuscita avviene se ci si sofferma un attimo sull’interpretazione del caos che quel tipo di persone vive.

E in questo Phoenix riesce divinamente. Con qualche citazione di troppo alla fotografia di Her, l’attore è incredibile nel ricreare e gestire una patologia cucita sull’archetipo del Joker, ridere quando da ridere non c’è proprio nulla.

Qui non c’è il male fine a sé stesso come nel Joker di Ledger, qui il male è il mezzo per arrivare ad un riscatto e riconoscibilità sociale altrimenti sopita. Un’esplosione inevitabile dopo aver provato in tutti i modi ad emergere con le dovute maniere, ma con scarsi risultati.

È una denuncia sulla superficialità del mondo, dell’uomo verso il prossimo suo. E quando la misura è colma il caos prende il sopravvento.

Il caos è equo, come diceva il suo predecessore nella trilogia di Nolan. E qui grida forte e chiaro, il mezzo necessario per ristabilire l’equità perduta. Le azioni violente e inaccettabili di Joker sembrano volerci dire che c’è un’altra via prima di arrivare a tutto questo. Prima che il caos prenda il sopravvento.

La speranza è vedere almeno un Batman ambientato in questo cosmo, di caos e di regole sociali sovvertite, dove il popolo fa il tifo per il villain, mentre l’eroe deve farsi strada, e tanta, nei cuori della gente delusi e presi in giro da un sistema impossibile da sostenere.

★★★★

Cinema & TVAndrea Contino
El Camino. Il film inutile di Breaking Bad

L’aspettativa per un fan della serie Breaking Bad era tanta. Da anni ci si chiedeva che fine avesse fatto Jesse, se uscito dall’incubo di quella notte fosse sopravvissuto, ce l’avesse fatta oppure no. Insomma, fantasticare ci aiutava a tenere viva la memoria dei personaggi di una serie al limite della perfezione.

L’annuncio di un film a risposta di queste domande altro non ha fatto che alzare l’hype a livelli stratosferici, provando a colmare la sete di conoscenza.

Ecco, ora io non so voi, ma esco dalla visione di ieri sera non deluso, ma attonito, in cui mi sono costantemente domandato dall’inizio alla fine del film quando arrivasse il colpo di scena tanto atteso.

Ma niente. Il film non aggiunge nulla di più a quanto già sapevamo, non soddisfa nessuna bocca asciutta dai troppi anni di assenza di Heisenberg e soci che nemmeno Better Call Saul è riuscita a soddisfare. Non riesce nell’operazione di dirci insomma cosa succede dopo, perché il film si conclude esattamente come Felina: Jesse seduto in macchina che guida verso la vita.

Un piattume simile a tanti altri film di Netflix, dove lo scopo è sembrato più fare un’operazione commerciale di branding piuttosto che coprire un vuoto narrativo lasciato da quel grido di liberazione dell’ultima puntata di Breaking Bad.

Un discorso filmico del tutto assente, dove restano a bocca asciutta i tanti che chiedevano un grande ritorno, un’operazione nostalgia dove nemmeno il cameo di Brian Cranston è riuscito a sferzare l’aria del sequel di successo.

★☆☆☆

Cinema & TVAndrea Contino
Quattro note mortali

Think back to some of the most dramatic scenes in film history — from The Lion King, The Shining, It’s a Wonderful Life. Besides being sad or scary, they have something else in common: the dies irae. “Dies irae” translates from Latin to “Day of Wrath” — it’s a 13th-century Gregorian chant describing the day Catholics believe God will judge the living and the dead and send them to heaven or hell. And it was sung during one specific mass: funerals.

As Catholicism permeated world culture, the melody of the chant was repurposed into classical music, where it was used to convey a deathly, eerie tone. From there it worked its way into films — and if you don’t already know it, you’ve almost certainly heard it before: It’s played over and over in our scariest and most dramatic cinematic moments.

Cinema & TV, MusicAndrea Contino
La Casa di Carta 3

Se nelle prime due stagioni l’approccio psicologico e il profilo dei personaggi contasse quasi più del piano stesso, in questa terza parte de La Casa di Carta l’azione si prende la scena.

È quasi come rivedere le prime due stagioni in un remake-reboot con personaggi nuovi mischiati a quelli vecchi. L’entrata in scena di Palermo, Bogotà e Marsiglia poco ha da dire nel discorso narrativo delle 8 puntate di quest’anno e aggiungo purtroppo. Hanno un potenziale enorme per diventare dei personaggio, ma sono stati trattati alla stregua di comparse, quando in realtà sono delicati ingranaggi di un meccanismo prossimo all’implosione.

La nuova rapina alla Banca di Spagna si discosta troppo poco nelle dinamiche del colpo alla Zecca di Stato spagnolo e fa delle scene action il minimo comun denominatore per spettacolarizzare un racconto troppo simile a quanto già visto.

Alicia Serra è forse il vero jolly nella manica di questa stagione troppo veloce e con troppo poco climax. Le sue scelte calme e spesso scellerate aggiungono per fortuna il pepe necessario per aspettare con ardore la quarta parte senza reclamare troppo per questo veloce affacciarsi nel mondo del Professore.

★★☆☆

Un Jim Carrey molto falso

Ieri mattina, ancora imbambolato dalla colazione, sono rimasto per 5 minuti buoni a rivedere questo spezzone di The Shining con un Jim Carrey talmente talentuoso da domandarmi quanto fosse sottovalutato a questo punto come attore.

No. Non ho pensato a un video deepfake come prima cosa. Non l’ho fatto in primis perché Carrey ha già fatto imitazioni di Jack Nicholson molto convincenti in passato, quindi l’ho ritenuto possibile. In seconda battuta perché mi è venuto in mente Rami Malek e le sue movenze fotocopia in Bohemian Rhapsody, pensando la stessa cosa di Carrey: un allenamento estenuante tanto da imitare anche il più piccolo dettaglio.

Un abbaglio, certo. Un gran casino, come dice Gruber, in realtà:

On the surface this is just fun. But we’re obviously going to soon have real-world scandals based on these “deep fake” videos. Right now, video footage is a compelling way to prove something is true. What happens when we can’t trust video?

Perché ok, è divertente, ma basta leggere i tweet di risposta al video qui sotto per rendersi conto quanto sia facile far credere alle persone una realtà distorta. Distinguere la finzione dalla realtà diventerà sempre più complesso, come se non lo fosse già.

Un’allucinazione collettiva supportata da software molto potenti.

Come leggere di più nell'era dell'abbondanza

Ultimamente mi ritrovo a leggere sempre di più. La sera quasi esclusivamente, almeno un’ora, per accompagnarmi nel sonno.

Questo breve documentario racconta un’esperienza a me molto vicina. Le librerie sono per me delle gallerie d’arte, mi attira l’odore e vorrei comprare tutti i libri all’interno per leggerli avidamente.

Ma manca il tempo, troppo occupato dal resto, troppo sprecato con altro. Così finisco per uscirne con dei nuovi acquisti, per poi accumularli nella mia libreria.

Grazie al Kindle riesco ad accumularne di meno e a leggerne di più, non so perché ma è così. Max Joseph è tra i registi di catfish, un programma che ogni tanto seguivo su MTV, e non sapevo avesse iniziato a realizzare qualcosa su Vimeo. Ma tant’è, non ha perso il suo talento.

Bookstores have always driven me crazy. So much to read and so little time! And now with our lives chock full of content--Netlflix, podcasts, social media, and the 24 hour news cycle--when the hell are we supposed to find the time to get through a book? This dilemma has haunted me for awhile. So I decided to make a film about it, hoping to find a way through my bookstore anxiety--a way to re-balance my content diet in order to read more books. Making this film brought me to a place of clarity. I hope it does the same for you.

Quel pasticciaccio brutto di Marvel su Netflix

Più che pasticcio, lo chiamerei un vero peccato.

La qualità era alta, le aspettative pure. Ma tante piccole cose non hanno funzionato. L’articolo di Vulture gira il coltello in una ferita ancora aperta per i tanti fan delle serie Marvel, soprattutto per me lo fa con Daredevil. Una delle più belle di sempre.

Chissà se Disney le riporterà mai in vita.

For one thing, all the shows suffered from an acute case of Netflix bloat. With the exception of the one-off crossover series, The Defenders, and the second season of the widely derided Iron Fist, every season was 13 episodes, with each episode clocking in at about an hour. There was simply no good reason for these stories to run 13-odd hours each. And they were, for the most part, single stories of that length; the shows tended to eschew the idea of self-contained episodes, even in the case of Jessica Jones, where individual private-investigation cases would have been a natural fit to fill out the world and liven up the pace. There were B- and C-plots, but they, too, were stretched out to unreasonable lengths. This is, of course, not a problem unique to Marvel shows, as Netflix and other streamers tend to believe that a drama is only worthwhile if it feels interminable.

But it was especially irritating in the case of the Marvel–Netflix shows, because a viewer was likely comparing them, consciously or not, to other superhero offerings. Superhero movies, though often longer than they should be, have runtimes between two and three hours — more than enough of a span to tell an epic saga of good, evil, duty, and all the other familiar tropes. More important, these stories are all adapted from comic books, which have long been oriented toward brief, dense, punchy individual issues of about 22 pages each, typically ending on some kind of cliffhanger. The sloggy Netflix approach just didn’t sit well with the expectations we have for the genre and our attendant desire for super-heroic action and Manichean suspense. The creators and diehards may argue that these weren’t just superhero shows — they were inspired by neo-noir (Jessica Jones) or blaxploitation (Luke Cage) or kung-fu (Iron Fist) and so on — but come on, these were all stories based on the expectation of climactic action between the forces of light and darkness. Yet, over and over again, we had to see that gratification delayed beyond reason. You were never going to hold eyeballs very long with that kind of lukewarm storytelling.

Black Mirror: Smithereens

Se a fine dicembre del 2018 la produzione di Black Mirror ha alzato l’asticella con Bandersnatch, alla sua quinta stagione c’era un po’ la curiosità di vedere cosa altro si potesse tirar fuori su un futuro distopico dall’esito incerto.

I tre episodi che la compongono non soddisfano appieno le aspettative. Forse perché tra un ventaglio di temi da trattare le risorse da cui attingere stanno man mano venendo meno, forse perché non sappiamo bene tutti i possibili outcome di come la tecnologia influenzerà i nostri comportamenti da qui a 10 anni o semplicemente non c’è più molto da dire su come ci ha già invece profondamente trasformati.

Insomma, non so bene se si potesse fare di meglio, ma probabilmente anche il filone di panico costante sta un po’ scemando. Voglio dire, oramai lo sappiamo benissimo di essere intrappolati in piccole grandi bolle di tecnologia costruiteci attorno per non perdere la nostra attenzione.

L’unico tra i tre a riuscire a destare un po’ le coscienze è Smithereens. Una lucida fotografia sui social network, il loro potere persuasivo e le conseguenze sulle vite di tutti. La superficialità alla quale ci stanno portando fa da sfondo a una storia non poi così lontana dall’attualità, con i nostri dati a costante disposizione di realtà commerciali a scopo di lucro con molta più facilità che alle forze dell’ordine.

Raccontare il processo di trasformazione dell’umanità avvertendola dei possibili pericoli conseguenti all’abuso della tecnologia è lodevole dovere che una serie come Black Mirror spero non si sottragga dal fare, anche se mi rendo conto che l’esaurimento delle scorte di creatività siano più che palesi.

L'ultima volta del Trono

Come non essere d’accordo con l’opinionista de Il Corriere?

E poi parliamo di Jon Snow: che fine gli hanno fatto fare a questo povero re legittimo senza corona? Scopre in quattro e quattr’otto di essere l’erede al trono perché nelle sue vene scorre il sangue Targaryen: una rivelazione che ha emozionato profondamente lo spettatore, venuto a conoscenza del segreto molto prima del diretto interessato. Nel giro di poche puntate Jon viene trasformato in un personaggio totalmente inutile: non salva il suo Nord dagli Estranei perché ci pensa Arya mentre lui stava per essere fatto arrosto dal drago dei non morti, non frena la furia di Daenerys e non salva i civili di Approdo del re. E nel finale? Non me la bevo la storia che uccide la sua amata per salvare il mondo dall’ennesimo tiranno. O meglio, lo fa con uno scontatissimo pugnale nel cuore (ah i bei tempi dei baci al veleno di Dorne), ma solo perché Tyrion (ancora lui) tocca la sua anima e il suo senso di colpa nell’unica scena riuscita dell’ultimo episodio. Senza quel discorsetto del condannato a morte, visto come buttava nell’ultima stagione, l’ex bastardo di casa Stark probabilmente non avrebbe neppure fatto il giusto atto finale. 

Così, la mia storia di sangue e veleni termina negli ultimi minuti del finale di stagione con una carrellata hollywoodiana che accompagna commossa i nostri personaggi mentre si preparano alla loro vita futura senza più una trama. Tutto molto bello, ma Game of Thrones non è cinema, non è “Star Wars”, non è “Il Signore degli anelli”. Non è il filtro blu che colora tutta l’ultima stagione per rendere più moderna la fotografia. È tutta un’altra cosa, è molta più cruda, sporca, tanto che a rivedere gli episodi delle prime stagioni sembrano quasi telefilm di fine anni ‘90. A Westeros non c’è spazio per il sentimentale e il commovente. Qui c’è, c’era, spazio per uomini che vivono, sbagliano e si redimono (forse) solo dopo la morte. E invece vedo la mia Arya, la ragazza soldato dai mille volti, che si prepara il fagotto e parte alla conquista delle terre sconosciute come qualsiasi esploratore. Non doveva finire così. Non il mio trono di spade.

La vera sensazione che da grande fan della serie ho avuto è che la rovina di Game Of Thrones sia stata il proseguire le serie TV senza avere le spalle coperte dai libri di Martin.

L’adattamento TV di una serie con un così ampio pozzo di informazioni ben si denotava nelle prime stagioni, mentre, soprattutto quest’ultima ottava, tutto è sembrato veloce, abbozzato, una cavalcata veloce verso un finale agrodolce.

Eravamo tutti preparati a non avere un lieto fine, ci era stato detto, ma così sembra una presa in giro. Le regole di un reame millenario cambiate in pochi minuti. Dal dimenticarsi totalmente chi fosse il Re legittimo per diritto di sangue, al passare ad una sorta di democrazia per chi dovrà essere il vero reggente.

Ovvio, gli spettatori del Trono di Spade auspicavano tutti un finale da film, da oscar, sennò perché far resuscitare un personaggio come Jon Snow? A che scopo? Unire i popoli per poi essere liquidato da tutti i suoi familiari in poche battute?

Tant’è, questa è la volontà del padre di questa epica storia, che come dice Tyrion sono la cosa più potente di tutte.

Spero nei libri e magari in un finale diverso.

Gli spoiler pericolosi

Il sistema di bolle dei social network funziona fino ad un certo punto.

Il mondo visto come un sistema di bolle però mostra i suoi limiti con fenomeni diffusi trasversalmente ai quali è impossibile sottrarsi a meno di non isolarsi totalmente dal resto.

Non c’è italiano che, in questo momento, non rompa i maroni con Game of Thrones e che non esprima la sua approvazione sugli Avengers e a me, d’altra parte, scoccia fare la figura di quello che vuole distinguersi a tutti i costi sottolinenando il fatto che non ho mai visto un solo minuto né della serie più seguita al mondo né della saga di film tratti dai fumetti che i miei amici leggevano quando facevamo le medie.

Fantasy e fantascienza mi fanno cagare allo stesso modo. Se proprio non vogliamo privarci dei social network – e comunque questo resta tutt’ora il mio fine ultimo – l’unica soluzione e mettersi in stand-by per un po’, in attesa del prossimo tormentone commerciale.

Vox ha realizzato un interessante articolo sull’argomento. Il mio suggerimento è quello di sparire completamente dai social network per il tempo necessario.