Posts in Blogosphere
Il bisogno di creare storie

Chissà poi dove è finito quel vento che spingeva la new wave italiana di Many. In pochi sono rimasti a continuare ad aggiornare il proprio blog dopo i primi mesi del 2019. Non che io abbia mai smesso da 10 anni a questa parte.

Eppure qualcuno è rimasto, tra i tanti che grazie al Many ho scoperto c’è plus1gmt che ha sempre spunti di riflessione non banali e che mi intrigano tenendomi occupato il cervello con cose intelligenti.

Nel post dell’altro giorno quello sul bisogno di scrivere e leggere, ma soprattutto inventarci dei mondi alternativi nei quali stare rifuggendo la nostra realtà:

Mi sono chiesto da dove nasca il bisogno nell’uomo di leggere, ma anche di scrivere, tutte queste storie inventate e se un giorno la letteratura avrà un suo scopo. In un celebre episodio di un serie tv di fantascienza, una civiltà di stanza in un altro universo si metteva in contatto con noi dopo aver visto e letto tutti i film e tutti i libri prodotti dal genere umano, pensando che utilizzare modalità di comunicazione alle quali siamo abituati potesse rendere meno traumatico l’incontro con una specie extraterrestre ma equivocando il fatto che le storie descritte fossero vere e che, quindi, rappresentare situazioni alle quali l’uomo potesse essere abituato consentisse loro un più veloce processo di integrazione.

Gli alieni così arrivavano sulla terra suonando le note di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, si nutrivano di schifezze come i “Visitors” e lanciavano monoliti neri come se piovesse, tanto per iniziare. Agli umani veniva un coccolone e, nel giro di qualche giorno, sulla terra non c’era più anima viva grazie alle trovate di questa specie di esercito situazionista venuto da chissà dove. Per fortuna anche questa, come tutte le storie dei libri e dei film, è pura invenzione. Il senso di tutto ciò è che trascorriamo gran parte della vita immersi in dimensioni che non esistono.

Va bene, mi direte, ma che c’entra l’Inghilterra del titolo? Niente. Ho visto una foto scattata ieri a Londra. Pioveva, tirava vento e c’era un ombrello rotto abbandonato in una via del centro. Sullo sfondo un paio di quelle cose che ti fanno capire subito che è Londra. Mi sono immerso nella foto cercando un po’ di conforto perché qui, in Sardegna, fa molto molto caldo e una foto, a suo modo, racconta una storia che non c’è.

Spazi pubblici vs privati

Questa tendenza a chiudere il proprio pensiero esclusivamente in spazi privati mi ha indotto a riflettere sull’impatto complessivo che ciò può avere sull’ecosistema informativo del web. 

Non è che in questo modo, inconsapevolmente, si sta contribuendo a minare le fondamenta dell’open web, basato proprio sull’economia del dono ossia sulla condivisione pubblica del pensiero di milioni di persone? 

Per quanto mi riguarda continuerò a preferire il blog per le mie piccole riflessioni, convinto di un suo ruolo fondamentale nell’ecosistema informativo attuale, e ad usare gli altri strumenti in maniera complementare (soprattutto per condividere frammenti di notizie). Per dirla con Jeff Jarvis, quando qualche anno fa pensava al ruolo dei giornali: Cover what you do best. Link to the rest.

La riflessione di Vincenzo è parecchio interessante e fotografa un momento storico che ha inizio un paio di anni fa. Il ritorno ai blog è a quanto pare passeggero e tanti creatori, contributor e chi ha più nomi aggiunga pure qui alla lista, si stanno spostando su canali alternativi dove probabilmente hanno maggior certezza di essere ascoltati dal proprio pubblico.

Newsletter e canali telegram in primis. È un tipo di comunicazione top-down. L’interazione è prossima allo zero, se non one-to-one rispondendo direttamente a chi ha prodotto il contenuto.

Viene meno così il concetto di commento, di community e di accrescimento delle idee?

Dipende, il pensiero sì diffonde lo stesso, il contenuto può essere fruito e rielaborato in così tanti modi e attraverso così tanti canali che oggi è diventato impossibile tenere traccia di tutti i rivoli in cui quest’ultimo espande il suo percorso.

I grandi spazi pubblici online, e sto parlando soprattutto dei grandi social network, sono diventati spesso e volentieri puro voyeurismo e sfogatoi senza controllo. Dove prevale l’istinto e non la cultura. In una situazione “climatica” del genere è davvero complesso far prevalere la condivisione del sapere. Pochi sono gli ambiti in cui ho visto nascere e svilupparsi community e gruppi ben organizzati, gaming e argomenti tecnologici richiamano un po’ le logiche dei vecchi forum degli anni ‘90.

Vedo invece gli spazi privati, sebbene sulle prime possano sembrare molto elitari, come i luoghi dove ora si radunano quelle poche persone che da Internet cercano un’espansione dei propri orizzonti cognitivi, dove si aggregano per condividere esperienze e comprendere meglio il mondo in cui vivono.

Infatti ci sono anche esempi virtuosi, proprio su Telegram, di come una community possa svilupparsi in una forma completamente diversa dalla quale siamo abituati a fruirla, attraverso solo messaggi vocali. E per la quale non serve troppa moderazione.

Proprio in questi due anni ho accresciuto così tanto la mia conoscenza grazie a newsletter e canali Telegram che ormai non posso non considerarli come una nuova forma di scambio di idee e riflessioni, entrando stabilmente a far parte della mia quotidiana dieta mediatica. Penso poi che ognuno si senta più a suo agio nel creare valore nel modo più affine alla sua personalità. Chi attraverso la cadenza settimanale di una email, chi in un post quotidiano sul proprio blog, chi attraverso decine di status update su un canale Telegram.

Il volume di informazioni a nostra disposizione è centuplicato e avere a disposizione strumenti che ci aiutino a mettere ordine e specializzarci su quanto a noi più affine o scoprire nuovi ambiti della conoscenza è puramente un esercizio tecnologico, che quando lo impari a gestire diventa una fonte da cui non si può più smettere di abbeverarsi.

Con la frequenza che uno vuole

Mi hanno fatto notare che non aggiorno abbastanza spesso questo posto, il che è vero, ma il bello di avercelo, un posto come questo, credo consista anche nel poterlo curare con la frequenza che uno vuole. Due volte al giorno o due volte al mese, poi, se uno ci pensa sono la stessa cosa, se si considera una scala temporale vasta, vastissima, cosmologica, mi viene da dire.

Non che manchino le cose da raccontare. Oggi per esempio pedalavo in salita sotto il sole cocente dell'una di metà giugno, e mi piaceva così tanto il calore sulla schiena, sulle braccia, sulla nuca, che un po' mi è dispiaciuto arrivare a casa, ecco.

Dal blog di Stefano Amato.

Io penso di aver trovato la mia, un post al giorno non mi costringe a dover per forza scrivere qualcosa e mi lascia la libertà di scrivere la cosa più interessante della giornata trovata online, oppure una riflessione sugli ambiti di cui mi occupo più da vicino.

Non c’è giusto o sbagliato insomma, ognuno trova la sua.

Scrivere online. Intervista a John Gruber

Tra i blog che più piacevolmente seguo, c’è sicuramente Daring Fireball di John Gruber. Da quando ho iniziato a utilizzare prodotti Apple ancora di più, accompagnato dalla lettura di MacStories, un’altra ottima fonte di notizie e spunti di riflessione fondato dall’italianissimo Federico Viticci. Nella prima puntata della nuova stagione di Dialog, suo side project di podcasting sulla tecnologia, i due si incontrano.

L’intervista fatta a Gruber è davvero molto interessante sebbene piuttosto lunga e divisa in due puntate da 1 ora ciascuna. Per chi scrive online da molto tempo per diletto o professione sicuramente si ritroverà in molti punti della storia, soprattutto se appassionato di tecnologia come lui.

La fortuna del suo blog, come racconta, deriva in larga parte dalla combinazione di due fattori essenziali, l’esser nato nel decennio perfetto dove Apple era in rampa di lancio, così come Internet che ai tempi si prestava molto facilmente a essere compreso dal profondo tecnologicamente parlando, e una base tecnologica che gli consentiva di scrivere codice facilmente così come ottime doti di scrittore.

Dall’agosto del 2002 Daring Fireball viene aggiornato con continuità con un approccio proprio dei blog delle origini. Linkare il più possibile ad altre fonti di informazione. Interessante lo spunto in cui racconta di come moltissimi link pubblicati negli anni ormai sono morti perché quei siti oramai non esistono più-

Se come me siete appassionati di divulgazione tecnologica, blog e buona scrittura è un ascolto che vi invito a fare.

Iniziare da qualche parte

Una volta esisteva Posterous. Si creava un blog soltanto inviando un’email a un indirizzo. Poi WordPress ha preso il sopravvento e creare un blog è diventato affar quasi complicato.

Stanno tornando alla ribalta alcuni servizi veramente molto basici che permettono di aprire e scrivere su un blog in pochissimi minuti.

Se non siete avvezzi a codici vari e volete soltanto scrivere ciò che vi passa per la testa senza tante menate, allora date un’occhiata a Write.as

Leggermente più complesso, ma davvero veloce nella sua costruzione, Small Victories che permette di prendere alcuni dei file presenti nel vostro account Dropbox e li tramuta in un vero e proprio sito web. Senza bisogno di CMS, nessuna installazione, nessun server o capacità di compilare codice richiesta.

Il terzo è Listed. È sostanzialmente un’estensione dell’app Standard Notes. Qualsiasi nota generata all’interno dell’app può diventare un post del proprio blog creato, appunto, su Listed.

Se avete qualcosa da dire, non ci sono più molte scuse per lasciare la vostra creatività in pasto alla timeline di qualcun altro.

Contenuto molto personale

Ieri poi con la fretta di voler scrivere qualcosa entro la mezzanotte ho pure scritto peggio di un bambino sui libri di grammatica.

Complice il sonno e un periodo non troppo rilassante.

La scorsa settimana, culminata poi con ieri, mi ha visto concentrarmi su un argomento ben specifico. Anzi due.

Il primo. Condividere sempre, senza se e senza ma, qualsiasi cosa. Il culmine, per l’appunto, con il dover condividere il fatto di aver votato su di un social network, sfiorando quasi il reato. Sì perché veniva richiesto di inserire anche un’immagine e il richiamo delle sirene a voler fotografare proprio la crocetta apposta era assai forte.

Dicevo, è reato farlo. Ma tant’è ne ho viste passare su questi benedetti social.

Il secondo. Mi viene da sorridere a vedere certi personaggi, ritornare alla ribalta, nascondendo sotto mentite spoglie il loro volere di raggiungere pubblici oramai irraggiungibili con i social network. Dando colpa a quest’ultimi di non essere più il bacino da cui alimentare il proprio ego, quegli stessi luoghi che fino a poco tempo fa fungevano da salva vita per il loro digitare a vanvera. È patetico vederli, adesso, inneggiare al blog come unico strumento per poter parlare ai pochi a cui interessa davvero parlare, perché non più in grado di raggiungere la ribalta altrimenti.

A me che non è mai interessata, la ribalta, continuo a creare il mio contenuto molto personale, per appuntare ciò che di bello trovo online insieme ai miei pensieri.

Un blog ti cambia la vita parte 2

Bella intervista a Khoi Vinh, Adobe Principal Designer, che da 20 anni sul suo blog racconta se stesso e il suo mondo: Subtraction.com

Ci sono alcuni passaggi fondamentali, in cui mi sono rispecchiato totalmente. Sia dal punto di vista della carriera:

It’s hard to overstate how important my blog has been, but if I were to try to distill it down into one word, it would be: “amplifier.” Writing in general and the blog in particular has amplified everything that I’ve done in my career, effectively broadcasting my career in ways that just wouldn’t have happened otherwise.

Sia dell’indipendenza, non importa a che prezzo, da tutte le altre piattaforme del momento.

That said, I personally can’t imagine handing over all of my labor to a centralized platform where it’s chopped up and shuffled together with content from countless other sources, only to be exploited at the current whims of the platform owners’ volatile business models. I know a lot of creators are successful in that context, but I also see a lot of stuff that gets rendered essentially indistinguishable from everything else, lost in the blizzard of “content.”

E ancora:

Again, I’m not suggesting that what I do has any superior worth at all, but what I will say is that the difference between content that lives on a centralized blogging platform and what I do on a site that I own and operate myself—where I don’t answer to anyone else but me—is that what my writing on Subtraction.com has a high tolerance for ambiguity. It’s generally about design and technology, but sometimes it’s about some random subject matter, some non sequitur, some personal passion. It’s a place for writing and thinking, and ambiguity is okay there, even an essential part of it. That’s actually increasingly rare in our digital world now, and I personally value that a lot.

Da leggere tutta!

Push The Red Button

Help make the web a better place.

How?

Blogging.

I've recently seen some tweets expressing the pressure some people feel — understandably — of publishing their thoughts on a blog, fearing what others might say, wondering if it's good enough to be published on this wonderful thing called the web. I would say treat the web like that big red button of the original Flip camera. Just push it, write something and then publish it. It may not be perfect, but nothing ever is anyway. I write all sorts of crap on my blog — some of it really niche like snippets for Vim. Yet it's out there just in case someone finds it useful at some point — not least me when I forget how I've done something.

Right now there's a real renaissance of people getting back to blogging on their own sites again. If you've been putting it off, think about the beauty and simplicity of that red button, press it, and try and help make the web the place it was always meant to be.

Irrisolto

Il giorno di Pasqua lo abbiamo dedicato a far prendere forme strane al divano. Netflix è stato un buon intrattenitore e nell’esplorazione dei suoi pressoché sconfinati limiti, ci siamo imbattuti ne Lo Spietato con Scamarcio.

In una battuta del film lei dice a lui:

È la prima volta che esco con uno così, un irrisolto.

Io mi sento così con il mio blog. Mi sento di non aver mai completato l’opera, di non essere mai soddisfatto da quello che vedo. Non sono un preciso per natura. Tranne su alcune cose, la grafica, gli oggetti nuovi, la scaramanzia.

Ieri non mi piaceva più. Come si fruiva da mobile, il font con “le grazie”. Ho per ora dato un’impronta forse un po’ troppo retrò. Tuttavia credo si guadagni in godibilità in lettura.

Irrisolto. Ancora per quanto?

#WhyIBlog Intervista a Kari Geltemeyer

Ho deciso di riprendere a intervistare curatori di blog, quando ne trovo di interessanti, continuando ad alimentare Why I Blog a tempo perso.

Oggi ho il piacere di ospitare una blogger americana di cui ho già parlato ad inizio anno: https://karigee.com

Scrive molto bene e ha uno stile tutto suo nel raccontarsi. Ci tenevo particolarmente ad averla tra la mia piccola “collezione” perché mi ispiro molto al suo stile e al suo pensiero circa la blogosfera vs social network e come esercizio personale in cui non ci sono regole o aspettative. C’è solo la sua vita e il piacere di raccontarla.

Le ho posto quindi le tre fatidiche domande:

Why do you blog?

I started blogging 15 years ago when I left a longtime job and wanted a way to stay in touch with the friends I used to see every day. I wanted them to be able to relate to what I was doing during the day (nobody requested this, I just came up with it on my own and assumed they would care ;-). Social media sites weren’t around, so it was what I had. And it has always been a small-scale thing; I never had big blogging dreams. Now I keep doing it because I love to write, and I process my own thoughts by typing them out, so I use it mostly as a journal and a scrapbook. 

Kari Gee

I also keep blogging because social media has been so disappointing. Twitter and Facebook and Instagram don’t facilitate communication, they just give everybody a megaphone attached to a fire hose so can they scream at each other and sell stuff. I find them really cold and impersonal, and I think they encourage and reward all the wrong behavior.

Blogs feel less manufactured, and less lazy. One way or another people have to seek them out, so they’re a conscious choice. And most people don’t bother seeking them out these days, which is fine too. I don’t need to reach everybody. If you’re interested in what I’m posting, that’s great and I thank you and I hope you get something out of it.

What kind of “fuel” keeps your blog constantly running?

Nothing, really, I just talk about whatever is going on in my life. I don’t have anything to promote, and I don’t have a big overarching theme; it’s not a career blog or a tech blog or a recipe blog, it’s a diary, and it’s pretty personal.

But the thing I like best about blogging is that it can be “useless.” There are no rules or expectations about what it has to be - I can post whatever I want, because it’s mine, and I don’t have any responsibility to provide people with a certain kind of content. It’s just whatever I’m thinking about on any given day.

Which future is waiting the blogosphere in your opinion?

I don’t know. I don’t expect there’s a big second wave or blogging renaissance around the corner, and maybe that's okay. Most people seem to prefer the instant responses of social media and want that reinforcement, the faves and likes.

But I have a real soft spot for the bloggers who stick around, and a lot of favorites that I check every day. I think of the blogosphere now as a small neighborhood, and it’s populated by people who still want to just hold out a hand and say, come in and sit with me for a while. I just find personal blogs inherently interesting, and I appreciate the effort and the care that people put into them; they’re like an endless supply of short stories.