Posts in Blogosphere
Dieci

In dieci anni sono successe un sacco di cose. Ho lasciato e sono ritornato nella stessa azienda per ben tre volte, storie d’amore, ho visitato 18 Stati (alcuni più volte), ho fondato Fuorigio.co, due operazioni chirurgiche, ho intervistato sulla blogosfera con #WhyIBlog, conosciuto persone eccezionali e altre meno, visto la tecnologia esplodere in una escalation difficile da prevedere nel 2009, ho iniziato a postare una volta al giorno senza mai saltare dal 1° gennaio 2019.

Oggi credo potrei chiedere davvero poco altro dalla vita, specialmente sapendo cosa ha in serbo per me il 2020.

Se c’è una cosa che però non è cambiata mai è questo luogo.

Non ho mai mirato alla gloria, non ho mai voluto diventare famoso o influencer e non ho mai inserito uno straccio di pubblicità o cookie qui dentro. Forse è anche per questo che le visite non sono mai esplose del tutto.

All’inizio però con il blog mi sono anche divertito parecchio, non che adesso non sia un passatempo, ma sai, c’erano le blogfest, qualche azienda mi contattava per recensire i suoi prodotti o fare qualche attività carina, scrivevo con una media di tre post al giorno, e sembrava esserci una reale connessione tra chi scriveva, tanto da chiamarsi blogosfera. Tanto da portare qualcuno a chiamarsi blogger, a farla diventare una professione vera e propria.

Poi qualcosa è cambiato.

I blog non andavano più di moda, le persone si spostavano di piattaforma in piattaforma, a caccia di uno spazio dove meglio mostrare il proprio ego e finalmente esaudire i propri desideri voyeuristici: erano arrivati i social network.

Con estremo ritardo rispetto al resto del mondo, anche qui le immagini e la consumazione snack di contenuti stabilì le sue fondamenta senza più andarsene. YouTube prima, Facebook e Instagram poi premiavano (e in alcuni casi ancora oggi) il contenuto veloce da consumare, che con poca fatica da parte di chi creava tanto quanto da quella di cui fruiva si andava online in pochi minuti.

Una nuova élite.

Dal canto mio non mi hanno mai interessato quelle derive, sia per motivi di approfondimento del contenuto, sia per avere completo controllo proprio su quel contenuto. Sono rimasto fedele alla mia home page, alla mia URL, insomma a dover aprire un browser e smanettare spesso di codice per restare al passo coi tempi.

Come tante volte ho scritto, non penso cambierò mai questa mia convinzione, uno spazio personale, riconoscibile, scevro da incessante rumore di fondo, resta ancora oggi una preziosa casa dove rifugiarsi per raccontare qualcosa senza dover badar troppo ai dettami di metriche, like, follower etc.

Se c’è una cosa che ho imparato in questi 10 anni è l’impossibilità delle altre piattaforme di fare altrettanto. E mentre altri come me amano rimanere ancorati a una pagina bianca con pochi altri ammennicoli al seguito, per conto mio non posso che chiudere dicendo grazie. Prendo spunto da un recente post di Om Malik.

As much as I love reading long magazine articles and books by the dozen, nothing makes me happier than thinking out loud on a blog. It is the easiest form of writing for me, and it allows me to fully capture what is going on in my mind (which, as you may have noticed, can be very random).

These days, it is popular to have a newsletter and a podcast — and I have those too — but for me, blogging is the future. If you like to read, come along. If not, it’s okay. I will be over here, just doing my thing. I am hoping to blog more frequently and to take a more traditional approach to blogging — links, photos, short posts, and long essays.

Scrivendo qui ho conosciuto meglio me stesso, ho superato sfide che pensavo di aver perso ancora prima di affrontarle, ho acquisito conoscenze ed esperienza indispensabili per il mio lavoro. Non fosse stato per il blog non avrei girato il mondo seguendo la mia passione per i videogiochi e la comunicazione. Non fosse stato per questa mia idea di voler condividere, forse non sarei l’uomo che sono oggi.

Non so dire se ad oggi per chi si affaccia al potere della condivisione sia ancora il mezzo indicato, il potere delle immagini è imbattibile, d’altro canto reputo rimanga uno strumento indispensabile per conoscere e conoscersi.

I don't see the blog as work, to me it's more like a part of living

Esattamente.

Fino al prossimo post. A domani!

BlogosphereAndrea Contino
Vuoi mettere la goduria?

Una delle principali ragioni per cui qui dentro non ho mai inserito codici pubblicitari, né mai mi sia interessato un fico secco di monitorare, aumentare o qualsiasi altro verbo le visite e i lettori.

Chi ha piacere di leggermi lo fa, mi avrà tra i preferiti e tornerà periodicamente. Per tutti gli altri c’è Facebook, Twitter e il loro feed reader personalizzato.

Aumentare le visite sul tuo blog non è semplice e non devi prendertela se i tuoi post attirano pochi lettori. Se pensi di avere tutte le carte in regola per lavorare nel mondo della comunicazione digitale è importante che chi ti legge sia stimolato a tornare sul tuo sito. Per questo è fondamentale seguire un metodo consigliato dai migliori professionisti. Sono in molti i guru del web che suggeriscono di non arrivare subito al punto con il tema che desideri approfondire. Se ti guardi in giro ci sono tantissimi blogger che mettono tra te e quello che magari hai urgenza di trovare una sfilza di domande inutili, reiterando la stessa cosa in modo che il loro scritto sia considerato affidabile dai motori di ricerca.

Poi succede che, dopo due paragrafi perfettamente superflui, ti rompi il cazzo di leggere e vai su un altro blog o su un altro sito o chiedi a chi sei sicuro avere la risposta che cerchi. Ma intanto hai trascorso su quella inconcludente pagina minuti preziosi che servono a chi scrive a dimostrare che i lettori trascorrono un tempo sufficiente a visualizzare inserzioni commerciali e, quindi, ad attirare pubblicità. Inutile dire quanto il piacere di utilizzare l’Internet ne sia penalizzato. Senza contare la liberazione che dà scrivere quello che vuoi come cazzo ti pare, usando magari qualche parolaccia qua e là. Vuoi mettere la goduria?

BlogosphereAndrea Contino
Il bisogno di creare storie

Chissà poi dove è finito quel vento che spingeva la new wave italiana di Many. In pochi sono rimasti a continuare ad aggiornare il proprio blog dopo i primi mesi del 2019. Non che io abbia mai smesso da 10 anni a questa parte.

Eppure qualcuno è rimasto, tra i tanti che grazie al Many ho scoperto c’è plus1gmt che ha sempre spunti di riflessione non banali e che mi intrigano tenendomi occupato il cervello con cose intelligenti.

Nel post dell’altro giorno quello sul bisogno di scrivere e leggere, ma soprattutto inventarci dei mondi alternativi nei quali stare rifuggendo la nostra realtà:

Mi sono chiesto da dove nasca il bisogno nell’uomo di leggere, ma anche di scrivere, tutte queste storie inventate e se un giorno la letteratura avrà un suo scopo. In un celebre episodio di un serie tv di fantascienza, una civiltà di stanza in un altro universo si metteva in contatto con noi dopo aver visto e letto tutti i film e tutti i libri prodotti dal genere umano, pensando che utilizzare modalità di comunicazione alle quali siamo abituati potesse rendere meno traumatico l’incontro con una specie extraterrestre ma equivocando il fatto che le storie descritte fossero vere e che, quindi, rappresentare situazioni alle quali l’uomo potesse essere abituato consentisse loro un più veloce processo di integrazione.

Gli alieni così arrivavano sulla terra suonando le note di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, si nutrivano di schifezze come i “Visitors” e lanciavano monoliti neri come se piovesse, tanto per iniziare. Agli umani veniva un coccolone e, nel giro di qualche giorno, sulla terra non c’era più anima viva grazie alle trovate di questa specie di esercito situazionista venuto da chissà dove. Per fortuna anche questa, come tutte le storie dei libri e dei film, è pura invenzione. Il senso di tutto ciò è che trascorriamo gran parte della vita immersi in dimensioni che non esistono.

Va bene, mi direte, ma che c’entra l’Inghilterra del titolo? Niente. Ho visto una foto scattata ieri a Londra. Pioveva, tirava vento e c’era un ombrello rotto abbandonato in una via del centro. Sullo sfondo un paio di quelle cose che ti fanno capire subito che è Londra. Mi sono immerso nella foto cercando un po’ di conforto perché qui, in Sardegna, fa molto molto caldo e una foto, a suo modo, racconta una storia che non c’è.

Spazi pubblici vs privati

Questa tendenza a chiudere il proprio pensiero esclusivamente in spazi privati mi ha indotto a riflettere sull’impatto complessivo che ciò può avere sull’ecosistema informativo del web. 

Non è che in questo modo, inconsapevolmente, si sta contribuendo a minare le fondamenta dell’open web, basato proprio sull’economia del dono ossia sulla condivisione pubblica del pensiero di milioni di persone? 

Per quanto mi riguarda continuerò a preferire il blog per le mie piccole riflessioni, convinto di un suo ruolo fondamentale nell’ecosistema informativo attuale, e ad usare gli altri strumenti in maniera complementare (soprattutto per condividere frammenti di notizie). Per dirla con Jeff Jarvis, quando qualche anno fa pensava al ruolo dei giornali: Cover what you do best. Link to the rest.

La riflessione di Vincenzo è parecchio interessante e fotografa un momento storico che ha inizio un paio di anni fa. Il ritorno ai blog è a quanto pare passeggero e tanti creatori, contributor e chi ha più nomi aggiunga pure qui alla lista, si stanno spostando su canali alternativi dove probabilmente hanno maggior certezza di essere ascoltati dal proprio pubblico.

Newsletter e canali telegram in primis. È un tipo di comunicazione top-down. L’interazione è prossima allo zero, se non one-to-one rispondendo direttamente a chi ha prodotto il contenuto.

Viene meno così il concetto di commento, di community e di accrescimento delle idee?

Dipende, il pensiero sì diffonde lo stesso, il contenuto può essere fruito e rielaborato in così tanti modi e attraverso così tanti canali che oggi è diventato impossibile tenere traccia di tutti i rivoli in cui quest’ultimo espande il suo percorso.

I grandi spazi pubblici online, e sto parlando soprattutto dei grandi social network, sono diventati spesso e volentieri puro voyeurismo e sfogatoi senza controllo. Dove prevale l’istinto e non la cultura. In una situazione “climatica” del genere è davvero complesso far prevalere la condivisione del sapere. Pochi sono gli ambiti in cui ho visto nascere e svilupparsi community e gruppi ben organizzati, gaming e argomenti tecnologici richiamano un po’ le logiche dei vecchi forum degli anni ‘90.

Vedo invece gli spazi privati, sebbene sulle prime possano sembrare molto elitari, come i luoghi dove ora si radunano quelle poche persone che da Internet cercano un’espansione dei propri orizzonti cognitivi, dove si aggregano per condividere esperienze e comprendere meglio il mondo in cui vivono.

Infatti ci sono anche esempi virtuosi, proprio su Telegram, di come una community possa svilupparsi in una forma completamente diversa dalla quale siamo abituati a fruirla, attraverso solo messaggi vocali. E per la quale non serve troppa moderazione.

Proprio in questi due anni ho accresciuto così tanto la mia conoscenza grazie a newsletter e canali Telegram che ormai non posso non considerarli come una nuova forma di scambio di idee e riflessioni, entrando stabilmente a far parte della mia quotidiana dieta mediatica. Penso poi che ognuno si senta più a suo agio nel creare valore nel modo più affine alla sua personalità. Chi attraverso la cadenza settimanale di una email, chi in un post quotidiano sul proprio blog, chi attraverso decine di status update su un canale Telegram.

Il volume di informazioni a nostra disposizione è centuplicato e avere a disposizione strumenti che ci aiutino a mettere ordine e specializzarci su quanto a noi più affine o scoprire nuovi ambiti della conoscenza è puramente un esercizio tecnologico, che quando lo impari a gestire diventa una fonte da cui non si può più smettere di abbeverarsi.

Con la frequenza che uno vuole

Mi hanno fatto notare che non aggiorno abbastanza spesso questo posto, il che è vero, ma il bello di avercelo, un posto come questo, credo consista anche nel poterlo curare con la frequenza che uno vuole. Due volte al giorno o due volte al mese, poi, se uno ci pensa sono la stessa cosa, se si considera una scala temporale vasta, vastissima, cosmologica, mi viene da dire.

Non che manchino le cose da raccontare. Oggi per esempio pedalavo in salita sotto il sole cocente dell'una di metà giugno, e mi piaceva così tanto il calore sulla schiena, sulle braccia, sulla nuca, che un po' mi è dispiaciuto arrivare a casa, ecco.

Dal blog di Stefano Amato.

Io penso di aver trovato la mia, un post al giorno non mi costringe a dover per forza scrivere qualcosa e mi lascia la libertà di scrivere la cosa più interessante della giornata trovata online, oppure una riflessione sugli ambiti di cui mi occupo più da vicino.

Non c’è giusto o sbagliato insomma, ognuno trova la sua.

Scrivere online. Intervista a John Gruber

Tra i blog che più piacevolmente seguo, c’è sicuramente Daring Fireball di John Gruber. Da quando ho iniziato a utilizzare prodotti Apple ancora di più, accompagnato dalla lettura di MacStories, un’altra ottima fonte di notizie e spunti di riflessione fondato dall’italianissimo Federico Viticci. Nella prima puntata della nuova stagione di Dialog, suo side project di podcasting sulla tecnologia, i due si incontrano.

L’intervista fatta a Gruber è davvero molto interessante sebbene piuttosto lunga e divisa in due puntate da 1 ora ciascuna. Per chi scrive online da molto tempo per diletto o professione sicuramente si ritroverà in molti punti della storia, soprattutto se appassionato di tecnologia come lui.

La fortuna del suo blog, come racconta, deriva in larga parte dalla combinazione di due fattori essenziali, l’esser nato nel decennio perfetto dove Apple era in rampa di lancio, così come Internet che ai tempi si prestava molto facilmente a essere compreso dal profondo tecnologicamente parlando, e una base tecnologica che gli consentiva di scrivere codice facilmente così come ottime doti di scrittore.

Dall’agosto del 2002 Daring Fireball viene aggiornato con continuità con un approccio proprio dei blog delle origini. Linkare il più possibile ad altre fonti di informazione. Interessante lo spunto in cui racconta di come moltissimi link pubblicati negli anni ormai sono morti perché quei siti oramai non esistono più-

Se come me siete appassionati di divulgazione tecnologica, blog e buona scrittura è un ascolto che vi invito a fare.

Iniziare da qualche parte

Una volta esisteva Posterous. Si creava un blog soltanto inviando un’email a un indirizzo. Poi WordPress ha preso il sopravvento e creare un blog è diventato affar quasi complicato.

Stanno tornando alla ribalta alcuni servizi veramente molto basici che permettono di aprire e scrivere su un blog in pochissimi minuti.

Se non siete avvezzi a codici vari e volete soltanto scrivere ciò che vi passa per la testa senza tante menate, allora date un’occhiata a Write.as

Leggermente più complesso, ma davvero veloce nella sua costruzione, Small Victories che permette di prendere alcuni dei file presenti nel vostro account Dropbox e li tramuta in un vero e proprio sito web. Senza bisogno di CMS, nessuna installazione, nessun server o capacità di compilare codice richiesta.

Il terzo è Listed. È sostanzialmente un’estensione dell’app Standard Notes. Qualsiasi nota generata all’interno dell’app può diventare un post del proprio blog creato, appunto, su Listed.

Se avete qualcosa da dire, non ci sono più molte scuse per lasciare la vostra creatività in pasto alla timeline di qualcun altro.

Contenuto molto personale

Ieri poi con la fretta di voler scrivere qualcosa entro la mezzanotte ho pure scritto peggio di un bambino sui libri di grammatica.

Complice il sonno e un periodo non troppo rilassante.

La scorsa settimana, culminata poi con ieri, mi ha visto concentrarmi su un argomento ben specifico. Anzi due.

Il primo. Condividere sempre, senza se e senza ma, qualsiasi cosa. Il culmine, per l’appunto, con il dover condividere il fatto di aver votato su di un social network, sfiorando quasi il reato. Sì perché veniva richiesto di inserire anche un’immagine e il richiamo delle sirene a voler fotografare proprio la crocetta apposta era assai forte.

Dicevo, è reato farlo. Ma tant’è ne ho viste passare su questi benedetti social.

Il secondo. Mi viene da sorridere a vedere certi personaggi, ritornare alla ribalta, nascondendo sotto mentite spoglie il loro volere di raggiungere pubblici oramai irraggiungibili con i social network. Dando colpa a quest’ultimi di non essere più il bacino da cui alimentare il proprio ego, quegli stessi luoghi che fino a poco tempo fa fungevano da salva vita per il loro digitare a vanvera. È patetico vederli, adesso, inneggiare al blog come unico strumento per poter parlare ai pochi a cui interessa davvero parlare, perché non più in grado di raggiungere la ribalta altrimenti.

A me che non è mai interessata, la ribalta, continuo a creare il mio contenuto molto personale, per appuntare ciò che di bello trovo online insieme ai miei pensieri.

Un blog ti cambia la vita parte 2

Bella intervista a Khoi Vinh, Adobe Principal Designer, che da 20 anni sul suo blog racconta se stesso e il suo mondo: Subtraction.com

Ci sono alcuni passaggi fondamentali, in cui mi sono rispecchiato totalmente. Sia dal punto di vista della carriera:

It’s hard to overstate how important my blog has been, but if I were to try to distill it down into one word, it would be: “amplifier.” Writing in general and the blog in particular has amplified everything that I’ve done in my career, effectively broadcasting my career in ways that just wouldn’t have happened otherwise.

Sia dell’indipendenza, non importa a che prezzo, da tutte le altre piattaforme del momento.

That said, I personally can’t imagine handing over all of my labor to a centralized platform where it’s chopped up and shuffled together with content from countless other sources, only to be exploited at the current whims of the platform owners’ volatile business models. I know a lot of creators are successful in that context, but I also see a lot of stuff that gets rendered essentially indistinguishable from everything else, lost in the blizzard of “content.”

E ancora:

Again, I’m not suggesting that what I do has any superior worth at all, but what I will say is that the difference between content that lives on a centralized blogging platform and what I do on a site that I own and operate myself—where I don’t answer to anyone else but me—is that what my writing on Subtraction.com has a high tolerance for ambiguity. It’s generally about design and technology, but sometimes it’s about some random subject matter, some non sequitur, some personal passion. It’s a place for writing and thinking, and ambiguity is okay there, even an essential part of it. That’s actually increasingly rare in our digital world now, and I personally value that a lot.

Da leggere tutta!

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How?

Blogging.

I've recently seen some tweets expressing the pressure some people feel — understandably — of publishing their thoughts on a blog, fearing what others might say, wondering if it's good enough to be published on this wonderful thing called the web. I would say treat the web like that big red button of the original Flip camera. Just push it, write something and then publish it. It may not be perfect, but nothing ever is anyway. I write all sorts of crap on my blog — some of it really niche like snippets for Vim. Yet it's out there just in case someone finds it useful at some point — not least me when I forget how I've done something.

Right now there's a real renaissance of people getting back to blogging on their own sites again. If you've been putting it off, think about the beauty and simplicity of that red button, press it, and try and help make the web the place it was always meant to be.