Pirateria portami via

La pirateria, lungi dall’aver messo in ginocchio l’industria della musica e del cinema, svolge quindi un ruolo sociale: permette la diffusione della cultura anche nelle nazioni in cui non ci si può permettere l’iscrizione a Netflix o Spotify, consente di fuoriuscire dalla legge algoritmica dettata dalle piattaforme e offre un prezioso servizio di archiviazione, conservazione e diffusione delle opere di nicchia o più lontane nel tempo (mentre le piattaforme di streaming non si fanno troppi problemi a cancellare album o serie tv che non fruttano più quanto atteso).

È grazie alla pirateria, per farla breve, che anche i più giovani possono riscoprire il cinema di Orson Welles o di Antonioni (che su Netflix & co. non trova spazio), perché la gratuità permette di rischiare e compiere qualche (apparente) azzardo. Proprio nei giorni in cui l’italiano Tnt Village(che dal 2004 conserva e diffonde file torrent con uno spirito da biblioteca) viene chiuso dalle autorità, sarebbe il caso di non dimenticare tutti gli aspetti positivi dell’innovazione lanciata da Sean Parker e Shawn Fanning esattamente vent’anni fa.

Una profonda riflessione sui 20 anni di Napster e la reazione a catena a cui ha portato un servizio del genere. Da un lato pirateria e crisi dei mercati musicale e cinematografico, dall’altro la democratizzazione della cultura.