Van Gogh - Sulla soglia dell’eternità

Finalmente sabato sera siamo riusciti a vedere Van Gogh - Sulla soglia dell’eternità in un cine-teatro nel paese a fianco al mio (a proposito evviva i cinema di paese) .

Forse euforici per Loving Vincent visto un anno fa proprio nello stesso cinema, ci aspettavamo un film meraviglioso.  

Qui a fianco il trip per Van Gogh nella sua massima espressione.

Qui a fianco il trip per Van Gogh nella sua massima espressione.

Così non è. O meglio è un film da comprendere e tradurre dal linguaggio filmico. Associando le inquadrature rudi, ruvide e oblique con la pesantezza dello stato d’animo di Van Gogh. Quando la camera si sostituisce al pittore, inquadrando il mondo in prima persona, il regista e pittore Schnabel aggiunge dei filtri gialli, con una sfocatura molto accentuata a coprire l’ultima porzione di inquadratura.  

Quasi a dover a tutti i costi sottolineare il fatto che Van Gogh vedesse il mondo costantemente annebbiato dalla propria condizione psichica. 

Il regista dà il meglio di se, aiutato certamente da un intramontabile Dafoe, nei close-up. L’avvicinarsi a pochi centimetri da un viso così espressivo, dà un valore aggiunto alle emozioni di un animo travagliato, così come lo sforzo del buon Willem di apprendere l’arte di dipingere proprio per rendere il tutto ancora più reale. 

I dialoghi sembrano estemporanei. Irrilevanti al fine di aggiungere qualcosa alla pellicola. Protagonisti assenti nei momenti migliori del film, quando tutto sembra sospeso in un limbo di bianco e nero prima di lasciar posto a un esplosione di colori. 

 ★★☆☆

Update: Una bella intervista a Dafoe sulla sua interpretazione.

Cinema & TVAndrea Contino