(Social) Media Panic

Il mio voler diminuire il tempo speso sui social network non è da confondere con una personale e accesa battaglia contro di essi. Anzi.

A me piace osservarne le mutazioni, il cambiamento di rilevanza e influenza nei confronti di tutto ciò che sta al di fuori di uno schermo.

Così è stato per la 10yearschallenge. Il meme diventato virale un po’ su tutte le piattaforme social, ha portato alcuni giornalisti a pensare come quest’ultime abbiano proattivamente spinto la cosa per poter carpire dati dalla mappatura delle immagini caricate.

Senza forse tenere conto di quante altre nostre foto questi luoghi posseggono già e se avessero voluto potenziare il loro algoritmo lo avrebbero potuto fare semplicemente sfogliando tutti i nostri album di foto caricati dall’iscrizione ad oggi (come immagino abbiano fatto).

Pertanto l’allarmismo creato attorno alla faccenda non solo è inutile e irrilevante, ma demonizza sulla base di nessuna prova. Solo per il gusto di sparare a zero.

Ho letto con soddisfazione il punto di vista di Jeff Jarvis sulla questione, il non dover gettare fango a tutti i costi rischia di diventare controproducente:

At this moment, we are arguing about that impact of the net on our daily lives. Some have said to me that this fuss about the #10YearChallenge meme is helpful because people are talking about the issues at hand.
I have one response: Let that debate be based on facts and evidence, not on baseless provocations and what-if worries, which fuel a moral panic that comes to blame all our troubles on technology and assume malign motive for every action the technologists take. Journalists do not have license to relax their standards of fact and evidence and should be informing the debate, not fueling the panic

È apparentemente scollegato da tutto questo discorso, ma il post di Tim Carmody su Kottke.org tocca un punto molto interessante. Ok i blog e il loro rampante ritorno, ma senza Facebook o Twitter la carriera di alcuni della mia generazione non sarebbe stata la stessa. Le opportunità e le conoscenze, come anche per me, sono sì partite dal blog ma si sono poi ampliate notevolmente con l’avvento di altre piattaforme. Non c’è dubbio alcuno.

And guess what? So have Twitter and Facebook. Just by enduring, those places have become places for lasting connections and friendships and career opportunities, in a way the blogosphere never was, at least for me. (Maybe this is partly a function of timing, but look: I was there.) And this means that, despite their toxicity, despite their shortcomings, despite all the promises that have gone unfulfilled, Twitter and Facebook have continued to matter in a way that blogs don’t.

C’è poi questa domanda costante e impellente che aleggia sulle tastiere di tutti coloro abbiano mai deciso di aprire un blog:

Maybe we need to ask ourselves, what was it that we wanted from the blogosphere in the first place? Was it a career? Was it just a place to write and be read by somebody, anybody? Was it a community? Maybe it began as one thing and turned into another. That’s OK! But I don’t think we can treat the blogosphere as a settled thing, when it was in fact never settled at all. Just as social media remains unsettled. Its fate has not been written yet. We’re the ones who’ll have to write it.

Il più delle volte si risponde di star scrivendo per se stessi. E per la stragrande maggioranza così sarà sempre. Ma probabilmente lo scopo comune è quello di estendere se stesso in un luogo altro, apparentemente eterno, lasciarci dentro una traccia e vedere come va a finire.