Piacere, sono io. Fenomenologia del biglietto da visita.

Coincidenze.

Al lavoro ci stiamo preparando per un’inaugurazione importante. C’è da creare una mailing list di contatti accumulati in qualche mese, prettamente new business, quindi non provenienti da un database, la totalità hanno come origine un biglietto da visita.

Riflettevo su come ancora il processo legato ai biglietti da visita sia macchinoso, poco avvezzo ad abbracciare la tecnologia, ma pur sempre molto efficace. Un pezzo di carta che dice chi sono e da dove vengo, il più delle volte con un titolo fantasioso su quello che faccio.

Proprio ieri è uscito questo articolo su Engage sul tema:

È il 1700 quando cominciano a diffondersi i primi biglietti da visita. Accade in Francia, per soddisfare la necessità di avvertire coloro da cui si va ospiti del proprio imminente arrivo. Solo alla fine del secolo l’utilizzo di tali oggetti prende una piega “commerciale”: se li scambiano i mercanti, apponendovi a volte sopra una firma che può valere come un vero e proprio contratto.

Da allora sono passati trecento anni, ed il biglietto da visita rimane, nonostante l’avvento dei social, il re incontrastato dell’engagement.

Consegnare questo potentissimo pezzo di carta nelle mani di qualcuno, è ancora un gesto che riveste un’importanza fondamentale: nel momento stesso in cui la persona che ci troviamo di fronte riceve il nostro biglietto da visita, stabilisce con noi o col nostro marchio un legame; quanto questo sarà solido e duraturo sta a noi stabilirlo.

Negli anni ho assistito a tentativi più meno efficaci e più o meno riusciti riguardo ad una possibile evoluzione. Cambiandone il formato, provando a farlo diventare una sorta di attività di gamification, oppure semplicemente sfruttando la fotocamera del proprio smartphone.

Tuttavia quel rettangolo di carta, dai formati più disparati, costantemente riafferma la sua natura di veicolo di informazioni. Probabilmente qualcosa di fisico e tangibile, immediatamente fruibile dal nostro sguardo, è in grado di trasmettere in pochi secondi il minimo indispensabile per comprendere se il nostro interlocutore può fare al caso nostro, diventare un contatto prezioso oppure da cestinare una volta tornati a casa.

Per questo ha così successo. Permette a chi lo riceve di lasciare un’estensione di noi, una rappresentazione visiva di ciò che siamo stati in grado di trasmettere durante quel primo incontro.

Non so se si troverà un’altra pratica altrettanto efficace e così diffusamente condivisa. Sta di fatto che le innovazioni fino ad oggi proposte non sono riuscite a soppiantare questa abitudine ormai vecchia di oltre 300 anni.

Buono scambio.

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