Il nero dell'Italia

Un pezzo di una lucidità disarmante. Il poeta Franco Arminio traccia un solco profondo nello status della nostra società. Mi permetto di aggiungere: l’indifferenza è la causa del male di vivere degli ultimi decenni.

L’articolo intero al link qui sopra.

P.s.: grazie a questo articolo sono venuto a conoscenza del blog di Franco Arminio, comunità provvisorie. Lettura consigliata.

[…] Ci sono milioni di italiani in pigiama. C’è gente che finisce la sua giornata prima di cominciarla. Esistono i lavori usuranti, ma esistono anche i riposi usuranti. Abbiamo milioni di pensionati in buona salute, ma a cui nessuno sa cosa chiedere. Milioni di giovani senza lavoro e molto spesso senza utopie. Abbiamo un esercito di mutilati che non hanno partecipato a nessuna battaglia. La depressione degli italiani ovviamente non preoccupa nessuno perché i depressi in genere non danno fastidio. Anzi, uno dei motivi dell’assenza di conflitto sociale è proprio il dilagare della depressione. E ovviamente anche della paura.

Parliamo sempre della paura per i migranti. Ma forse la vera paura è il cancro. Siamo avvinti a questo nodo scuro che nessun uragano può sciogliere. Nessuno di noi, in nessun luogo può dire di non avere un parente o un conoscente ammalato di cancro. Anche la salute non è mai stata tanto grigia. Basta guardare le facce che ci sono in giro. È come se fosse sceso un velo grigio sulle facce. La scontentezza fa più danni del colesterolo. E poi c’è la lingua. Gli italiani non hanno mai parlato così male. Una volta c’erano i pastori, i barbieri che parlavano in rima. Anche chi non aveva studiato ti sapeva raccontare qualcosa. Ora si parla tanto di narrazioni, ma nessuno sa narrare niente. E ci si ammala anche per questo.

C’è come un ristagno delle emozioni. La Rete ha creato un mondo di solitari che aspettano ogni giorno una parola che non arriva e se arriva non è mai bastevole. Primo e ultimo gesto della giornata: accendere e spegnere il telefonino. È come portarsi dietro una bombola di ossigeno vuota. Non c’è aria in Rete, è solo un traffico di ombre. E quello che una volta si chiamava mondo reale è un deserto. L’unico luogo dove si fa vita sociale ormai sono i ristoranti. Visti da fuori sembrano acquari dove ogni cliente è un pesciolino. 

Nessuno sembra preoccuparsi di una situazione del genere. Il governo da mesi è impegnato in esercizi di ragioneria finanziaria perché per l’Europa di oggi sembra che la vita di una nazione passi tutta per l’ufficio di ragioneria. Anche la morte sembra passata in secondo piano. Sempre più spesso si muore di nascosto e chi resta subito si rimette in marcia. Il lutto fa pensare al vuoto e il vuoto fa paura. Fa paura il silenzio. E allora via con le esternazioni. Le fa il bidello su Facebook e le fa il ministro della scuola che non vorrebbe compiti a casa a Natale. Ognuno ha qualcosa da dire o da svelare e alla fine non sentiamo niente, non ricordiamo niente.

Forse in una situazione del genere almeno gli intellettuali si dovrebbero allarmare, ma gli intellettuali sono depressi, come tutti gli altri. E poi c’è l’antica attitudine alla viltà e alla furbizia. Si preferisce non prendere posizione. Non mi riferisco al fatto di scrivere su un giornale o in Rete, ma anche alla semplice discussione coi vicini o al bar. Oggi la parola è passata a chi non ha niente da dire. E il segreto sta nel fatto che questi si rivolgono a chi non ha voglia di ascoltare. In questo modo ogni cretinata è sempre viva e vegeta, mentre il pensiero sembra un esercizio per presuntuosi. Se metti una bella poesia in Rete, alcuni apprezzano ma per altri è solo un esercizio narcisistico. Chi racconta un’esperienza virtuosa è uno che si vanta. Gli sfaccendati e i rancorosi hanno creato un clima in cui i loro sentimenti sono la normalità. Il bene è una stranezza da indagare, in qualche caso persino da perseguire legalmente.
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LifeAndrea Contino