È sempre colpa dei videogiochi

Nel pezzo di cronaca di Massimo Gaggi sul numero odierno del Corriere della Sera viene raccontata la strage dei dodici morti in California, a seguito di una sparatoria in un locale a nord di Malibu. Il killer, un veterano 28enne dell’Iraq, si suicida. Viene dipinto come afflitto da PTSD, cito il virgolettato del Corriere:

La sindrome da stress post-traumatico è un disturbo psichico e colpisce persone che hanno subito eventi traumatici. Ne soffrono molti veterani di guerra e probabilmente ne era affetto anche Ian David Long, 28 anni

Qualche pagina dopo, nella sezione “Lo Dico Al Corriere” c’è un altro articolo, un pezzo d’opinione sempre a firma di Massimo Gaggi, il cui titolo cita: La cultura delle armi inizia dai videogames.

Ennesimo massacro di ragazzi. Smarrimento, tentativi di spiegare l’inspiegabile. Difficile parlare di prevenzione o di risposte più pronte della polizia quando il killer entra e, senza dire una parola, comincia a sparare.

[…] Forse, però, si possono prevenire guai ancora peggiori provando a incidere su una cultura delle armi sempre più diffusa e distorta. In passato si è discusso, senza risultati, del boom dei videogiochi violenti.

Ora dalla finzione della playstation o del telefonino si passa al realismo dei maxischermi. Succede anche a New York: in un locale del West Side, mentre brindi con gli amici, puoi affittare per qualche decina di dollari la replica di un’arma vera e sparare raggi laser contro un bersaglio in movimento in uno scenario reale. I locali della catena Lucky Strike offrono questo divertimento, insieme a biliardi e bowling, in molte città d’America. Con qualche dollaro in più si può ottenere un upgradinge sparare a bersagli umani in scenari classici: una banca assaltata, un rapimento per strada e, perché no?, anche una sparatoria in una scuola.

Ebbene, un articolo che con i videogiochi non c’entra assolutamente nulla. Un titolo molto distante dal contenuto di quanto scritto poco più sotto, ancora una volta a screditare il videogioco e a dare una giustificazione molto comoda a quanto è accaduto.

Comodo. Sì, comodo perché non si prova nemmeno a citare altre influenze negative, non si prova nemmeno a raccontare che i poligoni di tiro esistono da molto prima della diffusione dei cosiddetti videogiochi violenti, così come film ben più cruenti. Idem per laser game o paintball.

Sinceramente da un quotidiano autorevole come il Corriere della Sera, mi aspetterei un po’ più di approfondimento, risolutezza nel trattare un argomento del genere, argomentare con maggiore attenzione, magari dando voce anche a qualcuno del settore, o semplicemente ricercatori e scienziati che hanno comprovato che dai videogiochi non nascono stragi con sparatorie annesse.

Possono contribuire? Forse. Ma le menti distorte sono quelle incapaci di riconoscere una dipendenza o una malattia molto seria. Le concause che si innescano e che portano a una tragedia del genere hanno disparate origini, a volte da ricercare molto accuratamente nel passato, negli eventi traumatici di una persona, nel contesto dove è vissuto.

I fattori di contribuzione alla attuazione del male non risiedono dietro un gamepad e una tv con dentro un fucile. Il troppo stroppia in ogni campo. E i videogiochi non ne sono esenti, così come i libri, i film, serie tv etc.

Buttarla sempre a tarallucci e vino, tanto è sempre e comunque colpa dei videogiochi, però sinceramente ha un po’ stufato.

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