Il videogioco. Il male del nuovo millennio

I distinguo, le lotte di classe, i voti in meno, di tutta l’erba un fascio. Da una e dall’altra parte.

L’ex Ministro Calenda cade nella trappola peggiore che ci possa essere sui social, schierarsi contro quella che oramai non è più una voce da ghetto, ma sempre più spesso e volentieri la massa. Basti pensare che qualche giorno fa un videogioco come Red Dead Redemption II ha disintegrato qualsiasi record di vendita relativa a produzioni di intrattenimento.

È da un paio di giorni che lei cerca di far capire le sue posizioni, dal mio punto di vista molto limitate e poco aperte. In molti hanno confuso la sua uscita identificandola come l’ennesimo attacco verso il mezzo video ludico, causa di ogni male.

In realtà è una sua presa di posizione da genitore. Discutibile, ma pur sempre personale.

Ecco caro ministro, vorrei dirle che in questo momento sta privando i suoi figli non solo di grandi opere d’arte equiparabili talvolta a grandi masterpiece letterari, ma li sta tenendo lontani da accrescimenti e apprendimenti culturali non indifferenti che possono avvenire durante la fruizione di questo mezzo.

Il videogioco è un mezzo di inclusione, espande i confini spesso troppo stretti dell’Italia, mi ha permesso di farmi amici in ogni parte del globo, ha ampliato i miei orizzonti culturali e unito persone di diversissime etnie.

Ma tant’è si cade sempre nello stesso comun denominatore. I videogiochi sono il male.

Devono essere i genitori a guidare i figli. Come immagino vieti la lettura di IT ad uno dei suoi figli se ancora non in età per farlo, può tranquillamente controllare ciò che suo figlio potrebbe giocare su una console e limitarne il tempo di utilizzo.

Gli studi scientifici a supporto dei benefici apportati dall’utilizzo corretto dei videogiochi sono molteplici (qui alcuni 1,2,3,4), sono pubblici e tutti da leggere. La prego lo faccia prima di privare la sua prole di un divertimento e un accrescimento culturale spesso scambiato come forma di dipendenza e produttore di violenza.

La invito anche a leggere il post di Galatea che dice tanto, soprattutto da un punto di vista come il suo che ritengo essere molto più vicino a quello di una lettrice che di una videogiocatrice.

È quando uno è da solo, e si annoia del vuoto cosmico della sua solitudine che inizia a pensare. È quello il momento in cui cominci a farti domande per capire se c’è qualcosa che non va, se il fatto che tu stia sempre così solo sia un destino o una scelta, che cerchi di scoprire come riempire quel vuoto con qualcosa che ti interessi davvero. La letteratura, la musica, i giochi, i pensieri, le poesie, lo sport sono i nostri tentativi di riempire le ore in cui altrimenti ci annoieremmo a morte e si sentiremmo inutili. L’adolescenza è il periodo in cui si pensa di più non tanto e non solo per gli ormoni impazziti che cozzano nel cervello, ma perché si ha più tempo per farlo, prima che il lavoro, la famiglia, la vita ti risucchino e ti travolgano.

Mi creda, Calenda, il problema dei ragazzini (e anche degli adulti) non è che si alienano con i giochi e stanno troppo soli. È che ci stanno troppo poco. Non sono abituati. Persino noi adulti riempiamo le loro giornate di troppe cose, troppi impegni sociali, troppe occasioni in cui frequentano altri e sono costretti a starci assieme. Li portiamo in palestra, in piscina, a danza, al corso di inglese, a canto, a catechismo, creiamo ad arte occasioni per farli stare forzatamente con i coetanei, regaliamo loro i giochi istruttivi da giocare assieme a mamma e papà nel weekend, stiamo assieme a loro in ogni momento della vita, preoccupati che se stanno venti minuti da soli crescano isolati e pieni di turbe.

No, credetemi, lasciamoli un po’ da soli. Lasciamoli giocare in santa pace al loro videogioco, prendere un libro e starsene per i fatti loro, persino ogni tanto guardare il muro da soli ed annoiarsi. Questo mito della socialità a tutti i costi, quest’obbligo sociale della compagnia inibisce la loro capacità di sviluppare gusti personali che non siano condivisi da un gruppo, di pensare da soli, di saper anche, alle volte, affrontare da soli con coraggio un problema. L’uomo è un animale sociale, d’accordo, ma non sempre e non h24.

Chi usa i videogiochi spesso e volentieri gioca in gruppo, poi, con altri utenti. Lei li vede soli davanti ad un device, ma in realtà sono un gruppo sparso per tutti i cantoni del mondo. Se proprio vuole essere coerente con le sue preoccupazioni sull’alienazione, si preoccupi quanto vede un pupetto o una pupetta che legge concentratissimo un libro. In quel momento il bimbo è solo e sta ragionando con se stesso.

Gentile ex Ministro. La invito a riflettere.

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