(De)Pressione

Il suicidio di Michele e la sua lettera mi fanno riflettere da due giorni. Ogni volta che si penso mi vengono i brividi.

Michele aveva più o meno la mia età e la descrizione che ci lascia della sua vita è potente e non mi fa smettere di ricordarmi quanto sia fortunato. 

Ma qui io commetto lo stesso errore che hanno fatto tanti giornalisti nel raccontare questa storia. Associare senza nemmeno rifletterci troppo la situazione lavorativa del ragazzo con la ragione principale nel lasciarsi indietro questa vita. 

Invece no, non è e non deve essere così. I nostri tempi ci impongono l'assioma realizzazione lavorativa = rispetto e onore nella società in cui si vive. È qui che non smettiamo di compiere il peccato originale. 

Perché, fortunatamente, c'è altro, molto altro che merita molte più cure e sforzi. La difficoltà vera sta nel trovarlo e nel mantenerlo vivo.

Da qui la mia seconda riflessione. La scala sociale conta fino ad un certo punto, esserne consapevoli è già il primo passo per liberarci da quel tipo di pregiudizio utilizzato da tante fonti giornalistiche per raccontare questa storia. 

Il malessere di Michele non stava solo nel costante rifiuto lavorativo, il suo male di vivere derivava da tante altre cose. Cose che solo lui aveva dentro e impossibili da evincere da una lettera di poche righe. Provare a dare una spiegazione quindi non è sbagliato, ma non è detto che coincidano con i veri motivi. 

Ci sono due letture che consiglio per approfondire l'argomento, in grado di estraniarsi dal contesto "precariato", per provare a dare un altro tipo di risposta al gesto di Michele. 

Il primo pezzo su Libernazione

Invece di incitare le strutture sociali ed educative e le famiglie a potenziare le risorse nel senso della prevenzione e la prosocialità, viene strumentalizzata la lettera di un ragazzo che si è tolto la vita –il Miché di De Andréche si impiccò con una corda al collo, la coincidenza è interessante e si evince la stessa mancanza di pietà per un ragazzo suicida strumentalizzato a scopi politici – per far credere che il problema sia solo che a 30 anni non hai un lavoro a tempo indeterminato e che autoaffermarsi togliendosi la vita sia onorevole e sintomo di consapevolezza e lucidità, come fosse la stessa cosa dell’eutanasia.

Il secondo su Doppio Zero

La mia opinione è che abbiamo occhi per il mondo e nessuno sguardo per quel prodotto chimico che è l’intelligenza delle persone. Diamo peso ai fatti e non alle sensazioni. Viviamo in un secolo di spietato realismo in cui se un uomo decide di ammazzarsi è per colpa del sistema sociale, delle politiche del lavoro, delle aspettative, perché sappiamo guardare solo in quella direzione, e siamo convinti che le qualità di un uomo derivino dal posto che egli occupa in questo complicato sistema. Preferiamo stabilire in fretta l’identità di una vittima sulla base della sua posizione nella scala sociale; e non attribuiamo qualità umane, ma qualifiche pseudo-professionali. Ma è un modo, questo, iper-veloce per affrontare la questione, un modo per rimuoverla in fretta, senza averla non dico risolta, ma neppure scalfita. Dare la colpa a un governo, a un sistema socioeconomico, a una generazione che ne ha affossata un’altra, è dare la colpa a tutti, e quindi a nessuno, è infiacchirsi in uno stato, come io penso, di assoluta irresponsabilità, ossia di esenzione da una qualsiasi responsabilità, anche la più remota.