Qwant arriva in Italia

Ieri sera un nuovo motore di ricerca è entrato nel mercato italiano: Qwant. Ho condiviso l'invito alla presentazione con un amico e collega per raccontare ciò che è stata la serata di inaugurazione.

Quanto vale economicamente la privacy di ogni singolo utente Internet è noto a pochi. L’utente medio (che sia nativo digitale o meno) è spesso abituato a navigare su Internet accettando Termini e Condizioni di Utilizzo di svariate pagine e scritte in un burocratese poco comprensibile (E’ stato calcolato che ci vanno 244 ore all’anno per un utente per leggere le policy di ogni sito web che si visita).

Ci si è abituati ad accettare pubblicità più o meno invadenti e sempre più rilevanti per il soggetto che sta navigando. Questa “inerenza” è generata spesso da sistemi complessi di tracking che permettono la targhettizzazione dell’individuo. Ovvero di conoscere cosa la persona ha visitato, cosa sta cercando, dove ha cliccato ed altro ancora.
Questa prassi è valida per Display Ads (i comuni banner), per la pubblicità Video, ma anche per il Keyword Advertising (i risultati di ricerca sponsorizzati).

Qwant si posiziona in Italia come: “Il motore di ricerca che rispetta la tua vita privata”.

Alla presentazione erano presenti molte persone di lingua francese. Un audience che in qualche modo rispecchiare le origini di questo motore di ricerca che nasce in Francia da un fondatore Italiano.

Alberto Chalon (Amministratore Delegato e Co-Founder di Qwant) racconta che quando nel 2011 Google ha annunciato che si sarebbe aperto ad un ecosistema, ha capito che vi era l’opportunità di dare un’alternativa più rispettosa della privacy agli utenti Europei.

Nasce così in Francia Qwant che cancella l’IP e la user ID agent anonimizzando i dati così che non si sa se l’utente è uomo, donna, dove vive o quali specifici interessi abbia.

A questo punto Nicola Porro, che modera la presentazione di fronte ad una cinquantina di persone suddivise fra giornalisti, influencer e esperti del settore chiede: “Non farete una lira così…Come si fa a guadagnare?”. Il business model di Qwant è principalmente basato salla keyword advertising, ma come spiega Alberto non solo: “Ci sono dei link sponsorizzati, monetizziamo tramite lo shopping e i verticali come games

Qwant si propone sul mercato Italiano promuovendo una campagna che gira anche in TV con l’obiettivo di informare le persone che esiste un’alternativa alla cessione dei propri dati. Lo spot vuole essere una campagna di sensibilizzazione oltre che un veicolo per promuovere un nuovo modo di cercare sul web.

Tutti i partecipanti alla tavola rotonda concordano che “Bisogna scongiurare l’analfabetismo sul tema della privacy”

L’obiettivo di Qwant è quello di raggiungere il 5% di quote di mercato entro la fine del 2020 nei paesi europei (il mercato vale $20B…quindi $1B).

Ci sono già in Francia 100 persone che lavorano nel gruppo. 70% son tecnici. Una piccola sede in Germania e da oggi una sede in Italia.

Per Qwant il nostro mercato è il terzo paese più importante dopo Francia e Germania spiega Chalon.

Dalla presentazione è chiaro che il player del settore che si vuole attaccare sia Google. Non solo lo racconta Chalon, ma il messaggio viene rinforzato dagli interventi di Antonio Martusciello (Commissario AGCOM), Paolo Ainio (fondatore di Virgilio.it che racconta come Google negli anni ‘90 aveva offerto 10M di Euro per avere il posto di InfoSeek che veniva utilizzato ai tempi da Virgilio con il concetto di “Mi compro il mercato e poi detto le regole”).

Alcuni elementi chiave citati durante i vari interventi:

  • Il mercato varrà $50B nel 2020 mentre valeva $18B nel 2014
  • Ogni individuo nel 2017 si stima che genererà 1,7 MB di informazioni al secondo. Al momento Google ha a disposizione molti di questi dati, in datacenter fuori dall’Europa
  • Alcune piattaforme ad oggi esercitano un condizionamento opportunistico atto a promuovere un servizio proprio (vedasi Google Shopping e i €2.4B di sanzione comminata a Google)
  • La simmetria informativa rischia di essere distorta per volontà dell’operatore o per problemi algoritimici
  • I dati costituiscono delle leve competitive e se centralizzate in mano ad un unico player possono diventare un problema

In apertura della tavola rotonda la prima domanda viene fatta all'economista Francesco Boccia ed il tema è il DEF (Decreto Economi a eFinanza): “E’ buona l’idea di tassare le grandi società del Web sul loro fatturato?”. La risposta è tanto breve quanto illuminante: “Quanto fa l’8% di zero?”. La conversazione si sposta sulla WebTax e sul problema della sede non stabile. Secondo Boccia, chiunque fa business in un territorio deve pagare le imposte su quel territorio. La sfida è quella di superare le assimetrie (business offline e business online devono sottostare a imposte eque)

Una nota a parte va fatto per il simpatico commento di Farinetti che propone di utilizzare il termine OnLand al posto di OffLine che ha un’accezione meno positiva 😊

“Stiamo costruendo un indice europeo come quello che sta facendo Google (o ha già Google), ma il nostro resta in Europa. Ci teniamo a dar valore all’articolo 12 dei diritti dell’uomo del 1948 (Il diritto alla vita privata)” sostiene il presidente e fondatore di Qwant, Eric Leandri. “L’articolo 12 è stato messo da parte per la finanza…”. Non mancano attacchi anche ad altri motori di ricerca come Ecosia, quando viene detto che I server di Qwant sono tutti basati in Europa e utilizzando energie rinnovabili “questo risponde anche a certi motori di ricerca che vogliono salvare il pianeta piantando alberi”.

Sarà il tempo a dare il suo responso sull’impatto che questo motore di ricerca finanziato da Axel Springer, Cassa depositi e prestiti francese e altri 25M di Euro di finanziamenti Europei, sarà in grado di avere sul rispetto della privacy dei cittadini Europei.

Nel frattempo, a voi la scelta.

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