Grandi Dati per grandi servizi

Riportare qui gli interventi di Scott Galloway al DLD è ormai diventata una mia abitudine. Quest'anno me lo stavo quasi perdendo, ma grazie a Gianluca l'ho recuperato. 

Al di là del lungo excursus sui giganti della tecnologia online, Scott suggerisce in apertura una lettura banalissima, ma più che mai vera e concreta per le società che hanno compreso l'importanza dei dati. 

Come sono in grado di recepire questi dati, come li masticano e li riutilizzano per migliorare il prodotto già esistente, o semplicemente per offrire un servizio personalizzato all'utente/utilizzatore. 

Questi sono i veri vincitori del mercato di oggi. E allo stesso modo, se ci pensate, il lavoro dell'advertising dovrebbe andare di pari passo, suggerirmi qualcosa di molto personalizzato e targettizzato, visto l'enormità di dati che ogni giorno permettiamo ai siti di accedere sulla nostra vita online.

Eppure, la cosa più targettizzata che riceviamo oggi è ancora il re-targeting dei prodotti amazon che, visitati una volta, ci seguono praticamente ovunque su ogni sito che decidiamo di visitare. 

L'esempio migliore è forse quello di Spotify. L'azienda sta facendo un lavoro egregio nel "masticare" il permesso di accedere alle nostre preferenze musicali per restituirci dei suggerimenti molto vicini ai nostri gusti. Cosa che purtroppo quest'anno Apple ha dimenticato di fare con il lancio del rinnovato Apple Music. 

E ancora, come dice in chiusura Gianluca nel suo post:

I perdenti italiani?  Sky: potrebbe sapere cosa mi piace e cosa no, sono cliente da 14 anni. E invece, grazie allo scatolotto stupido, mi propone il film del mese uguale a quello di altri dieci milioni di italiani. Leggi almeno qua, Sky: “detesto Checco Zalone”. La grande distribuzione: faccio la spesa da 15 anni in due supermercati, dovrebbero sapere tutto e ancora entrambi mi propongono lo stesso volantino di altri mille milioni di italiani. Trenitalia, Le Frecce: faccio sempre lo stesso percorso. Milano-Bologna-Padova-Firenze. Ma continua a propormi di andare a Bari – di recente pure a Trieste. Uso la app, sa dove vado. Ma i ricettori sono spenti. E forse anche la capacità di elaborare i dati.
Cosa dire ancora dell’editoria? Ancora con il concetto di home page e di gallerie morbose, di business model non basati sui dati. Se Netflix (e persino Flipboard!) riesce a capire cosa mi piace dopo tre serie della BBC perché l’editoria no? Capire cosa considero di valore è fondamentale per capire quanto e dove sono disposto a pagare (o quanto sono disposto a sopportare l’adv per averlo). La carta è ovviamente priva di ricettori, ma il web no. Eppure i modelli di business dell’editoria sembrano ancora basati su di un approccio tentativista-opinionistico simil-broadcast, in cui solo la pubblicità è (a volte/mal) targetizzata. E su tentativi che misurano solo le impression in modo indifferenziato per utente e contenuto.
Chi continua a fare business basandosi su impressioni personali o sul parere di colui con lo stipendio più elevato nella stanza, non farà tanta strada, contro gli algoritmi e il loop prodotto-dato-prodotto dei vincenti.