Un'opinione su tutto

E così ci ritroviamo a indignarci ogni giorno per una cosa diversa. A essere ogni giorno schieratissimi, sulle nostre fottute bacheche. Stupidi, il più delle volte. A prendere le parti dell’uno o dell’altro. A parlare per giorni del diritto delle culone di indossare gli shorts (e io sono culona, sia chiaro, e ho parlato di body-shaming in Italia quando mediamente si ignorava cosa fosse il “body-shaming”, però a una certa anche basta); a dividerci nel partito dello Snapchat e quello dell’Instagram Stories; a condannare qualcuno per qualcosa, oppure a difenderlo, sempre con un preoccupante fanatismo e un'insopportabile superficialità; a essere Charlie Hebdo e, dopo qualche mese, je ne suis pas charlie, che io dico: RIPRENDETEVI. Pensateci due volte di più, siate meno emotivi, porcozzio, prima di spiaccicarvi simboli e bandiere in faccia.

L'articolo di ieri de Linkiesta tratta forse l'argomento degli argomenti. La diffusione dei social network, così come di qualsiasi bacheca digitale in genere, ha aperto le gabbie alla qualsiasi.

Le opinioni incontrollate, condivise sempre e comunque, schierate a favore di qualcuno o qualcosa rispetto ad un altro personalmente credo non siano figlie della comunicazione via web e della sua elevazione alla potenza grazie a delle piattaforme in grado di consentirlo con estrema facilità.

Siamo sempre stati così, il genere umano intendo e non gli italiani in genere. Basti pensare al dibattito politico, nel momento stesso in cui c'è un evento sportivo (calcio su tutti), le assemblee condominiali, un qualsiasi argomento discusso a colazione in un qualsiasi bar.

Siamo tuttologi per natura, non possiamo farne a meno. 

Facebook, ma credetemi tutte le piattaforme ne sono affette, ha soltanto esteso la catarsi per la quale se si vomita qualsiasi cosa si abbia in testa, allora si è parte di qualcosa, no FOMO no party.

E l'articolo ha perfettamente ragione su una cosa. Il silenzio è d'oro, solo che tutti gli altri metalli sembrano attirarci di più, purtroppo.