Per lavorare nel digitale

  • Avviso per chi vuole lavorare nel digitale come blogger, influencer, ecc. Non credete mai – dico MAI – alla fallacia narrativa di chi invariabilmente “ha lasciato il lavoro per bloggare, girare il mondo, guadagnare scrivendo sul blog, facendo foto, facendosi fotografare”. Nei giornali è rappresentato solo l’uno su di un milione che guadagna davvero. Per gli altri, è tutto un arrotondare e arrabattarsi. Insomma, voler fare il calciatore professionista non è una strategia, è un mix di culo, DNA, lavoro, ad alta improbabilità.
  • Adattarsi è essenziale: non significa adattarsi a fare le fotocopie. Adattarsi a fare cose che vengono richieste e per cui le aziende pagano. Vedi il punto seguente.
  • Seguire le tue passioni? Sti**zzi. Steve Jobs ha rovinato una generazione. Parla per te che sei un genio, Steve. Non che bisogna fare qualunque cosa anche se non piace, ma le passioni e il lavoro sono cose diverse. Dico sempre che io non ho passioni, se non le passioni degli altri. Questo mi aiuta, nel mio lavoro, ma non pretendo di vendere racconti. Vendo numeri e business plan. Quando vedo gente che ancora aspetta “il suo momento” in ambito artistico/glamour/letterario – o pensa di essere cronicamente sottopagata – penso sempre che un po’ di economia aziendale avrebbe fatto bene, alla loro vita.

Quelli sopra sono solo alcuni dei punti estratti dal post di Gianluca di oggi "Come lavorare nel digitale". 
Sono i tre punti che forse mi riguardano più da vicino. A me che un post sulle passioni l'ho fatto davvero e ci ho messo quanto di più vero avessi da condividere, perché a me è accaduto così.

Ma forse è vero, passioni e lavoro nel più probabile dei casi sono due parallele destinate a non incontrarsi mai, obbligate a guardarsi da lontano, attraverso una finestra senza aperture.
Tuttavia chi nel digitale ci è cascato, chi male o chi in piedi, chi ci è arrivato per scelta, l'ha fatto perché il più delle volte ce l'aveva dentro. Il come è storia.

Quella di ognuno di noi, quotidianamente impegnato a dover spesso lasciar fuori da quella finestra le passioni, che stanno lì ad urlare a squarciagola a chi non vuol proprio capire anche le più banali ovvietà di questo mondo digitale, così arduo da afferrare per chi ha deciso di voltargli le spalle perché troppo ancorato alla vecchia maniera, che non ha avuto la stessa nostra fortuna, di quando ci siamo concessi il lusso di lasciar passare da una fessura quanto di più personale avevamo e abbiamo deciso di condividerlo con il mondo del lavoro. 

Perché col digitale ci siamo cresciuti, ci siamo scontrati e l'abbiamo fatto nostro nelle interminabili ore spese su forum, chat, blog, siti, social network, videogiochi e moltissime altre cose che ci hanno permesso di essere dove siamo ora e di provare a capire ciò che sta al di là di questo vetro a protezione dello schermo. Quando la comunicazione era ancora McLuhan e il marketing era ancora il primo Kotler. 

È un mix di culo, DNA, lavoro ad alta improbabilità

Quanto è vero.
Concedimi anche questo però Gianluca. Non abbiamo addosso un peccato originale per aver travasato un po' di quanto abbiamo imparato dai primi Computer 386 a oggi apprezzandone ogni singolo secondo. Se odiassimo il nostro specialissimo mondo digitale, non saremmo qui a provare a tirare in mezzo quel qualcuno che ci guarda come degli spostati, degli sfigati, degli appartenenti a realtà lontanissime e incomprensibili.

Mentre non si stanno accorgendo che quelli strani, tra poco, saranno loro. 
Diciamolo a chi guarda al digital come un'opzione. Non lo sarà più tra poco, non ci sarà più una scelta del dentro o fuori. Sarà semplicemente la normalità, come la TV 50 e passa anni fa. E sebbene non potrà piacere a tutti, diventerà lo standard.
Ma del resto, non a tutti piace il calcio.