Contenuti e Re

Ho letto con vivo interesse il post su Link, Content Is The King? a firma di Luca Cadura (Fondatore di Kenturio. Precedentemente è stato Presidente e Amministratore Delegato di NBCUniversal Italia).

Di norma i miei post a tema comunicazione e media sono per lo più polemici, caustici e vanno poco lontano. Questo non è uno di quelli. 
Mi piacerebbe provare ad intavolare una discussione da persona interessata o meglio da utente e fruitore altamente ingaggiato dai contenuti televisivi e multimediali in genere, veicolati nelle peculiari modalità innovative degli ultimi anni: on demand, online, contenuti pescati sulla coda lunga.

E siccome su Link non c'è una sezione commenti, provo a fare qualche riflessione, ripeto, da spettatore e comunicatore, su quanto scritto da Luca, esperto in materia e uno che mangia e respira televisione quotidianamente. 

L'articolo parla del cambiamento repentino della modalità di distribuzione dei contenuti televisivi e come quest'ultimi non sarebbero più i soli a far vincere un competitor sull'altro, ma in generale serve equilibrio tra prodotti, reti e distribuzione. In linea generale sono piuttosto d'accordo con il post, ma ci sono alcuni passaggi sui quali ho fatto un po' di fatica a capire, tipo:

Per avere successo, infatti, un bel contenuto necessita di essere visto da un grande numero di spettatori. E di conseguenza una distribuzione che colpisca un importante quantità di bersagli potenziali è altrettanto importante che proporre un contenuto di alta qualità. E poi il contenitore ha una sua rilevanza perché tutti ci sentiamo rassicurati se un prodotto ci viene proposto da un marchio, un brand, un’emittente di cui già ci fidiamo. Immaginate che per qualche caso una nuova serie di grandissima qualità (ma sconosciuta – pensate alla prima stagione di Game of Thrones o diHomeland) fosse acquisita da una rete minore. Uno di quei canali dai nomi sconosciuti ai numeri alti del digitale terrestre. La serie avrebbe successo? La sua qualità porterebbe in automatico notorietà e spettatori? Ovviamente no.

La cosa però che, almeno personalmente, non ho mai visto fare è una piccola emittente in grado di avere abbastanza danari da potersi permettere contenuti la cui produzione è costata milioni di dollari, sulle quali le major stesse a volte scommettono le loro fortune. E sulle quali, spesso, sono costrette a fare un passo indietro proprio perché la serie non ha successo.

Perché? Non è piaciuta. Purtroppo in Italia viviamo, in questo particolare settore, soprattutto in quello delle serie TV, di riflesso agli Stati Uniti. Al di là di qualche produzione nostrana come Gomorra o le fiction di Canale 5 con Gabriel Garko e Manuela Arcuri, non produciamo nulla di nuovo. Importiamo tutto e ci dobbiamo "accontentare" di ciò che ha già avuto successo all'estero e, come giustamente dice Luca, è stato prodotto dalle stesse major in grado di distribuire esse stesse il contenuto: HBO, AMC, Fox, USA, Hulu, Netflix, Amazon e moltissimi altre. 

In passato, come i grandi eserciti potevano cullarsi nell’avere l’arma totale (il fuoco, la falange, le armi da fuoco, le atomiche), le reti potevano provare a identificarsi con i prodotti che distribuivano. Se volevi vedere quelle cose le trovavi solo su quella rete. Oggi però i programmi si trovano dovunque, a seconda della finestra di distribuzione: lo stesso film può essere in pay, in free e disponibile on demand. Senza parlare delle opzioni illegali di accesso ai contenuti. E questo vale soprattutto per i contenuti pregiati, quelli più costosi. Quindi?

Io non ne sono tanto sicuro. Da fruitore identifico Mediaset e Mediaset Premium come quelli che hanno la Champions League per tre anni, che hanno Arrow, Flash e Mr. Robot. Così come identifico Sky come quelli che hanno l'Europa League, Game of Thrones e The Walking Dead. 
A voglia se identifico un contenuto con la rete che la trasmette e spesso la produce anche. 

I contenuti (soprattutto nella loro versione online) sono difficilissimi da reperire una volta trasmessi sul tubo catodico, a meno che si paghi un abbonamento a una specifica rete. Vedo solo Amazon e iTunes vendere serie intere in modo digitale, ancora una chimera per il mercato italiano (Mr.Robot, ad esempio, non l'ho ancora vista acquistabile digitalmente senza dover sottoscrivere necessariamente un abbonamento a Mediaset Premium).

La conclusione a cui arrivo è che il contenuto rimane sempre in testa e nella testa di tutti. Lato utente e fruitore, come già scrivevo qualche mese fa, sarei disposto a pagare di più di 9.99 euro in modalità flat un servizio unico che mi garantisca un accesso TOTALE, facile e veloce. Non mi interessa poi molto se a farmelo vedere è Netflix, Fox, Sky o chi per esso, per me sono solo delle piattaforme di accesso, una moneta di scambio tra moneta e valore per me interessante. 

È la mia personalissima chimera e il sogno che immagino i creatori di Popcorn Time avessero nel cassetto infrangendo molte leggi a livello planetario. Ma se ci è riuscito il mondo della musica non vedo perché non ci possa riuscire anche il mondo TV e del Cinema. Forse esistono ancora troppi interessi e un modello di mercato costruito in maniera più complessa.

E no Netflix non è l'equivalente di Spotify. Spotify non è una casa discografica. Apple TV? No è solo una finestra verso altre verticalità, bisogna comunque abbonarsi a dei servizi singolarmente e sborsare una cospicua somma di danari.  

Rubando un aforisma a V per Vendetta: Il contenuto domina. Almeno per chi sta al di qua del televisore.