Twitter, Billboard e Onde Gravitazionali

In queste ultime 4 settimane ho viaggiato come mai in vita mia. Seattle, Barcellona, Londra e poi ancora la prossima Madrid.

Spostamenti, preparativi e le piccole cose da sbrigare a casa non lasciano tempo per molto altro, soprattutto per scrivere come mi ero ripromesso di fare almeno una volta al giorno. 

Tuttavia meglio non scrivere nulla, piuttosto di pubblicare post inutili. 

Durante questa settimana ho raccolto qualche spunto interessante qua e la e ho salvato tutti i link grazie a Pocket. Tra le altre cose ho voluto testare i canali Telegram aprendone uno tutto mio, ma magari ne parlerò più diffusamente in un post ad hoc.

Torniamo ai link. 

Il primo è un pezzo di Prismo sulla povertà di contenuti di chi popola Twitter in Italia. Difficile non essere d'accordo. 

Nell’ultima edizione di Apocalittici e integrati, Umberto Eco commenta, a distanza di 40 anni, lo stato dell’industria della comunicazione e cerca di sorpassare due visioni contrastanti: da un lato c’è chi sostiene che i mass media creino omologazione, dall’altro chi pensa aumentino il pluralismo. Per Eco il problema non si pone perché chi veicola i messaggi non ha pieno potere sui suoi ricettori, e la ricezione di un messaggio varia in base al contesto in cui si trova. Questa intuizione è d’accordo con gli ultimi studi nel settore, che dimostrano come siano gli utenti a plasmare i social media e non il contrario. Al netto delle piattaforme e delle loro regole sta a noi creare il contesto che abitiamo online: non è solo l’uso che ne facciamo ma anche le attenzioni che dedichiamo a dettare l’importanza di certe persone su altre. Per dirla alla McLuhan, sarebbe forse il caso di superare vecchi paradigmi per passare alla fase successiva, non più quindi “il medium è il messaggio”, bensì “il luogo è il messaggio”.

La bellezza di Twitter, però, sta proprio nel fatto che si possono abbattere molto più facilmente i confini nazionali rispetto a Facebook, creare con molta cura e selezione chi si decide di seguire in modo da avere una timeline interessante, priva di spam e con contenuti di valore

Il secondo articolo, di Lefsetz Letter, è sull'irrilevanza delle classifiche Billboard, almeno per la grande fetta di pubblico che ha deciso di abbracciare lo streaming. È una riflessione alla quale ogni tanto ho pensato, del resto in un mare di dati come quello dell'ascolto online è difficilmente comprensibile come Billboard non sia in grado di tener traccia e dare risalto a fenomeni esplosivi o semplicemente non rispecchia una tendenza musicale che ormai è diventata quasi su base quotidiana.

We’ve got streaming charts on Spotify, broken down into genres and new viral tracks and a plethora of other categories.
We’ve got charts that reveal concert grosses.
But everybody in the industry keeps talking about the “Billboard” chart. Which does not indicate the most powerful and impactful acts in the land, it just gives a picture of whose new releases got Luddites to buy them.
And then there are idiotic acts keeping their tracks from streaming to run their album up the chart.
And analyses that you can go to number one without being on Spotify.
But no one will create a new chart because there’s not enough money in it. Some youngster would rather create an app than deal with record companies who single-handedly did their best, however poorly, to keep the future at bay.
We live in an instant access economy.
We live in a land of data.
The “Billboard” chart is not an indicator of developing acts, and it’s not an indicator of who is dominating. It’s just a place where those from the past like to attain momentary glory as they manipulate number ones.
Ask a fan who’s number one.
That’s all that matters.

Infine i 10 minuti al TED di Vancouver del mese scorso del fisico Allan Adams in cui spiega perché la dimostrazione dell'esistenza delle onde gravitazionali è una cosa molto importante per tutti quanti. Nessuno escluso.