Dell'esser stato pendolare

L’inferno sono gli altri e l’inferno è tutto. Il pendolare sa bene cosa non potrà mai eliminare dal proprio eterno fluire avanti e indietro, e sa che l’ineliminabile è costituito soprattutto da corpi altri, da altre umanità, da altre voci, altri ritardi, altri cosmetici spalmati sul viso mentre il treno va, da altri weekend che il lunedì mattina si conficcano violenti nei ricordi leggeri del suo, già ampiamente risucchiato dalla voce metallica che annuncia le fermate a venire. Gli altri ci saranno sempre ed evitarli sarà il gioco più divertente e sfiancante: quando si hanno due borse tentare di fare in modo che altri non decidano di sedersi proprio lì, scommettere tra sé e sé che il posto prescelto sarà quello più fortunato perché, nel raggio di almeno cinque file di sedili, nessuno telefonerà all’amica parlando con tensione estrema del fidanzato e nessun avvocato chiamerà “il collega”. Il pendolare, soprattutto, fugge dalle madri perché le madri sono senza dubbio e senza cinismo uno dei problemi più difficili da sradicare: la madre che discute della crema pasticcera sulla torta della festa del figlio, la madre che chiama l’asilo per dire che Riccardo ha la febbre e oggi rimarrà a casa, la madre che descrive accuratamente quante volte la propria figlia di appena tre mesi abbia già compiuto gesti geniali. Madri che non tacciono persino agli orari più improbabili sono il fischio eterno del vapore di treni moderni e veloci, il suono della realtà che non si arresta fuori dai finestrini.

Giulia Cavaliere su The Towner racconta la sua esperienza biennale da pendolare fissa in questo articolo con 8 punti fondamentali per descrivere questo pezzetto di quotidianità semi-nomade.

La cosa buffa è che in quelle 8 parole chiave ho rivisto me stesso in questi sei mesi appena trascorsi. Da due giorni ho smesso di prendere i mezzi, la metropolitana nello specifico, e riflettendoci su mi sono immedesimato nella poca resilienza nella volontà di sopportare il prossimo, quello che spinge, che si siede per scendere alla fermata dopo, quello che si siede accanto e pensa che metà del tuo posto sia anche il suo, oppure quello che pensa di dover condividere proprio tutto anche la vagonata di microbi da scaricarti addosso.

Concordo. Ho letto come non mai in vita mia, ho avuto più volte la sensazione di aver saltato interi blocchi di continuum spazio-temporali in pochi minuti. Viaggi di un'ora volavano via in una 40/50 di pagine. Leggere è il miglior antidoto sperimentato per far passare il tempo con molta rapidità.

Una tipica scena di asocialità compulsiva tecnologica in un tipico anonimo vagone di qualsiasi linea metropolitana contemporanea. Pic source 500px.

Una tipica scena di asocialità compulsiva tecnologica in un tipico anonimo vagone di qualsiasi linea metropolitana contemporanea. Pic source 500px.

Discorso diverso per la musica. Se ti vuoi rovinare l'esperienza di ascolto di un qualsiasi album non c'è cosa peggiore del vagone della metropolitana, dove spesso sono oltre 110 i decibel raggiunti, quasi come un concerto rock. Quindi o cuffione noise reduction oppure scordati di vivere una bella esperienza musicale.

Infine, la preghiera. Non quella religiosa, ma quella antisfiga. Preghiera dedicata al cartello con le scritte arancioni perché indichi al massimo Gessate 1 min. mentre stai scendendo a quei 300 km/h le scale della stazione, preghiera al Seveso che abbia tenuto allacciati i pantaloni in una copiosa giornata di pioggia, preghiera a chi ha deciso di togliersi la vita di non farlo proprio durante quell'ora in cui sono nel vagone, preghiera all'ATM che non si inventi stramberie per lasciarti a piedi nel mezzo del nulla.

Sono certo che i tanti pendolari milanesi soggiogati dai vagoni metropolitani mi possano capire.