Se giocassimo invece di lavorare? 🤖

In un futuro non troppo lontano gran parte delle professioni di oggi potrebbe essere automatizzate, ovvero assolte da macchine/computer/intelligenze artificiali. 

Fourier famously predicted work could become play – its qualities could absorb the qualities of aimlessness, humour, even eroticism. We would flit from one kind of work to another, oblivious of its productive function.
Marxism was founded on the rejection of this idea: anti-utopian socialism became focused on reducing work to a minimum while maximising free time.
Today, with all utopias based on work challenged by the possibility of its disappearance, the best you can say about the play versus work debate is: it’s complicated. Many of us work through a single handheld device which, on top of our contacts, emails, screenplays and so on contains much of our externalised self.

Acute osservazioni del giornalista di The Guardian che con il suo articolo accompagna un video d'animazione di due minuti scarsi su una possibile visione dell'imminente futuro trasformato.

L'articolo in questione in buona sostanza rimarca un positivismo dovuto al fatto che necessariamente il nostro modo di intendere la società umana dovrà subire un brusco cambiamento. 

Il sostentamento basato sul lavoro e sul concetto di ricevere dei soldi per aver svolto una mansione è quanto mai vicino a una rivoluzione epocale. Se davvero gli oggetti e le intelligente artificiali, da noi stessi programmati, trasformeranno così radicalmente il nostro tempo non è assurdo pensare di trovarsi nella situazione in cui entreremo in un periodo storico dove conteranno ben altri valori umani e i problemi lavorativi di oggi ci appariranno di un'importanza microscopica.

Le preoccupazioni di un'apocalisse à la Matrix o alla Her sembrerebbero scongiurate. Ad oggi le macchine non possiedono due qualità che ancora ci differenziano da loro. Ne parla Andrea Daniele Signorelli sia su Prismo che su Rivista Studio:

Quindi, cosa manca ai robot per riuscire a soppiantarci definitivamente? Due fattori, sembrerebbe, il buon senso (che in effetti ai giudici serve, eccome) e la creatività. Due elementi indispensabili di quello che è “il segno caratteristico di una intelligenza generale propriamente intesa: la capacità di adattare un pre-esistente repertorio comportamentale alle nuove sfide, senza il bisogno di ricorrere al meccanismo dei ‘tentativi ed errori’ o di essere adeguatamente preparata da una terza parte”, come scrive Murray Shanahan – professore di robotica cognitiva a Londra – nel suo libro The technological singularity
Il buon senso e la creatività: questi sono i due vantaggi a disposizione dell’essere umano per continuare a essere un passo avanti rispetto ai robot. Sempre che non abbia invece ragione uno che di intelligenza artificiale se ne intendeva eccome: il creatore (tra le altre cose) del primo bot (di nome ELIZA), Alan Turing. Che in un suo saggio nel 1950, Computing Machinery and Intelligence, arrivava a una conclusione che lascia ben poco spazio alle nostre speranze, sostenendo che un programma il cui repertorio includa tutti i distintivi attributi del cervello umano – sentimenti, libero arbitrio, coscienza e quant’altro – potesse essere scritto.

Le previsioni riguardanti il futuro dell'umanità non sempre si sono rivelate azzeccate, tuttavia abbiamo assistito a più scoperte scientifiche e umanistiche in questi ultimi 250 anni che tutta la storia dell'umanità messa insieme. 
È lecito quindi aspettarsi quanto descritto in tutti gli articoli citati, così come reputarli una semplice utopia.

Quello di cui spero si stiano occupando tanti scienziati, nel momento stesso in cui sto scrivendo queste righe, non è solo la sete di conoscere e arrivare a risultati in grado di far percepire una certa vicinanza a Dio, ma voler provare a far evolvere la nostra specie in grado di trovare il giusto equilibrio con il tutto.