Non tutto è "Social" per forza

Sinceramente non sono rimasto piacevolmente colpito dalla campagna spagnola in cui viene raccontato il viaggio di un immigrato attraverso Instagram.

Alcuni telegiornali italiani un paio di giorni fa ne hanno parlato pensando si trattasse di un profilo vero, mentre tutte le foto condivise si sono rivelate poi una vera e propria sceneggiata atta a sensibilizzare il viaggio di queste persone.

Directed by the Barcelona studio Manson, this years campaign in formed of a 60 second video and linked Instagram account that acts as a reflection on the way we process and share images of displacement and migration, in established media and on social networks
The piece is also a comment on how the use and importance of photography has changed radically in the last few years, with the image of travel inexorably linked to it’s ‘reality’. In this way photography is key to the social construct of ‘travel’ in a globalized society.
If this is true for industrial tourism — the endless search and sharing of 21st century takes on pastoral ideals — it applies equally to the increasing numbers of those who’s journeys are the result of necessity. Migrants and refugees, displaced by dictatorial regimes, the horrors of war and environmental and economic disasters.

Non lo so, l'ho trovata di cattivo gusto, poco rispettosa di cosa debbano affrontare per davvero, ma soprattutto inutile a sensibilizzare chicchessia. Anzi, per chi non ha avuto notizia sul fatto si trattasse di una trovata pubblicitaria andrà avanti a commentare "Guarda un po', hanno anche gli smartphone".

Trovo molto più corretto raccontare e condividere storie come quella di Firenze, flagellata dal maltempo e dei tanti rifugiati che si sono dati da fare gratuitamente. E credo che sia proprio questo che tutti ci aspettiamo dal loro arrivo, integrazione, disciplina e legalità.

Oppure l'esperimento di Prato.