Ant-Man. Recensione a due

Probabilmente la cosa migliore da fare prima di andare a vedere un film Marvel su un nuovo super eroe mai apparso in pellicola è quella di cercare di scoprirne le origini cartacee. 

L'avevo fatto in gran parte con gli X-Men e con i miei 300 e passa numeri da collezione, ma non altrettanto con gli Avengers - che personalmente reputo un gradino sotto - o con Spider-Man. Quando ho sentito parlare di Ant-Man, attraverso l'annuncio della produzione cinematografica, ho deciso di raccogliere un po' di documentazione, perlomeno comprendere da dove provenisse un'idea tanto bislacca.

Il primo Ant-Man, l'originale Hank Pym, appare per la prima volta in fumetto nel 1962 in una storia intitolata The Man in the Ant Hill. È la storia di uno scienziato travolto dall'epifania della scoperta di un serio in grado di rimpicciolire le dimensioni di qualsiasi cosa, corpo umano compreso, ma soprattutto quella di riuscire a controllare qualsiasi specie di formica vivente.

Ho parlato di primo Ant-Man perché quello che vedrete al cinema è in realtà il successore di Pym (interpretato da Michael Douglas), Scott Lang (interpretato da Paul Rudd). 
Pym ci viene presentato come anzianto scienziato in pensione, in lento declino e al quale hanno appena sottratto l'azienda da lui stesso creata. 
Quello che non viene detto però è che il Pym nei panni di Ant-Man nei decenni passati ne ha combinate più di Bertoldo e la Marvel dopo avergli fatto prendere parte alla fondazione degli Avengers, gli ha dedicato ruoli marginali nei fumetti, quasi quelli di un anti-eroe. 
Polygon ha fatto un ottimo sunto del suo travagliato passato proprio qui, oppure nella versione italiana di BadComics.

Passiamo al film, le premesse fondamentale da fare sono due. La prima, per questa specialissima occasione ho visto la pellicola insieme a Francesca che mi aiutò qualche mese fa nel dettagliatissimo approfondimento su The Interview, la seconda è la location
Siamo entrambi in vacanza in Sardegna e l'offerta strutturale e architettonica è quella del cinema all'aperto, con tutti i suoi limiti dal punto di vista qualitativo audio-visivo.

Ovviamente non abbiamo perso tempo e visto la compresenza ci siamo buttati nella recensione del film, ognuno col suo punto di vista.

ANDREA

Il film
Inaspettatamente ricco di scenette tipiche delle commediole americane. Una scelta in continuità con Avengers: Age of Ultron con Tony Stark nel ruolo del giullare di corte, qui lasciato al giovincello Scott Lang.
Nei primi 30 minuti non sembra nemmeno di essere in un lungometraggio della Marvel, piuttosto nei momenti salienti prima di un colpo milionario di Fast and Furious, con piani studiati con dovizia di particolari per poter trafugare la tuta di Ant-Man con tecniche degne di MacGyver.
L'inconsapevole protagonista è il ladruncolo Scott Lang, in cerca di riscatto dopo qualche anno trascorso in prigione. Raccolto sotto l'ala protettrice del magnate Hank Pym e la sua dubbiosa figlia Hope per essere trasformato in un super eroe. 
Niente di più tradizionale, Davide contro il Golia bramoso di potere e come sempre in grado di minacciare il mondo fanno da sfondo a un film d'azione mediocre, con tanti, troppi momenti poco approfonditi dove si sarebbe potuto caratterizzare maggiormente il personaggio di Scott.
Tuttavia l'impepata di risate e il lieto fine lasciano uscire dalla sala tutti contenti e con applausi per un eroe poco conosciuto e balzato sotto i riflettori di punto e in bianco.
Non andate via dopo i titoli di coda, ci sono due sequenze importanti per l'apertura di un sequel e di un intreccio di storie con il filone Avengers. 

Francesca e il sottoscritto prima della visione!

Attori
Nutro simpatia per Paul Rudd con una stima radente allo zero, tuttavia credo sia stata una scelta azzeccata farlo uscire da ruoli tipicamente comici o melensi e metterlo alla prova con un vero film d'azione.
Grande spazio e consacrazione di due attori resi famosi da serie televisive come Bobby Cannavale, visto in Chef, ma soprattutto scoperto con l'egregia interpretazione di Gyp Rosetti in Boardwalk Empire e Corey Stoll, l'underdog con un destino funesto in House of Cards. 
Michael Peña merita menzione a parte per l'interpretazione dell'idiota sempre presente al momento giusto.

Domande e considerazioni
Come ogni super eroe che si rispetti, anche Ant-Man ha una sua nemesi, non rappresentata da un nemico in carne ed ossa perenne come Joker per Batman o Skeletor per He-Man, ma piuttosto da una situazione costante come la kriptonite. Per Ant-Man è il pericolo di rimanere sprovvisto di quel siero in grado di riportarlo a dimensioni normali, se si restringe una volta in più del dovuto chi sta dentro la tuta è spacciato per sempre ritrovandosi in un paradosso spazio-temporale. 
Il film mostra come la moglie di Hank Pym sia morta proprio per questo procedimento durante il quale si è ritrovata a restringersi all'infinito entrando in un mondo sub-atomico. Si parla di fisica quantica, luoghi ancora poco esplorati dalla scienza contemporanea e cercata di rappresentare come un luogo psichedelico dal regista nel momento in cui anche ad Ant-Man tocca la medesima sorte, salvo poi salvarsi per il rotto della cuffia. 
La prima domanda è stata, ma una rappresentazione del genere è veritiera? Perché non esiste gravità in un eventuale mondo fatto di particelle più minuscole dell'atomo e vedevamo Ant-Man fluttuare come un novizio astronauta?
Mi sarebbe piaciuto vedere un'approfondimento maggiore sul profilo di Hank, perché ha creato questo tipo di particella, perché è voluto diventare Ant-Man. Spazio per un prequel? Vedremo tra qualche anno.

Vi lascio nelle sapienti mani di Francesca!

FRANCESCA

Tesoro, mi si è ristretto il capolavoro

Considerazioni preliminari. Riguardo a questo film, molte sono le osservazioni ma uno solo è il quesito:

Tesoro, mi si è ristretto il capolavoro.

Considerazioni preliminari. Riguardo a questo film, molte sono le osservazioni ma uno solo è il quesito: cosa ne sarebbe stato di Ant-Man se solo Edgar Wright non avesse abbandonato precocemente il progetto?
Sì perché Ant-Man è la prima gestazione esplicitamente travagliata della Marvel Studios.

Qualche avvisaglia l’aveva già lanciata Mickey Rourke con Iron Man 2, rilasciando dichiarazioni molto poco lusinghiere contro la produzione, ma suscitando poco scalpore visto anche il carattere notoriamente bellicoso dell’attore. Pare che al colosso Disneyiano la creatività, ma soprattutto l’autorialità, non vadano proprio a genio.
Il tanto odiato Thor di Kenneth Branagh sembra essere l’unico ad aver seminato furbescamente dando frutti a lungo termine (ci ha portato il miglior villain di tutta la filmografia Marvel e ha introdotto il conflitto shakespereano, fonte inesauribile di idee per arricchire uno script, nella saga degli Avengers), tant’è che si vocifera che il regista inglese sia stato ricontattato per il prossimo Thor. Edgar Wright, giovane regista britannico che sarebbe miope non definire un genio, maestro nel giocare tra i generi azione, fantascienza, catastrofista e comico-demenziale, è a tutti gli effetti un Autore che scandisce a chiare lettere la firma sulle sue, poche, opere. E tuttavia, da grandissimo amante del fumetto e idolo indiscusso dei nerd nel pianeta, sembrava perfetto per confezionare un piccolo film senza troppe pretese di incassi ma destinato a diventare un istant cult per gli intenditori, per un piccolo eroe come Ant-Man.

Ma evidentemente il conflitto genitoriale, con gli studios ripetutamente pronti a mettere mano sulla sceneggiatura di Wright al fine di poter inserire il lavoro nella saga degli Avengers, si è spinto a tal punto da determinare la rottura della collaborazione iniziata nel 2006. Sebbene Wright l’abbia cancellato subito dopo, il delizioso ‘selfie’ twittato nel maggio 2014 che ritrae Buster Keaton (che all’epoca si dichiarava pentito di aver abbandonato la sua casa di produzione indipendente per passare alla MGM) accigliato mentre regge un Cornetto Algida (rimando alla trilogia del Cornetto di Wright) ha fatto il giro del mondo e spinto Joss Whedon (Avengers) e James Gunn (Guardians of the Galaxy) a esprimere la loro seppur pedissequa solidarietà.
L’orfano è quindi passato alla regia di Peyton Reed (Yes Man, ironia della sorte?) e la sceneggiatura di Wright e Cornish è stata rimaneggiata da Adam McKay con il contributo di Paul Rudd (che avevano già collaborato per Anchorman), rendendo davvero difficile distinguere a chi attribuire ciascun elemento di comicità nei dialoghi, se alla coppia inglese o a quella americana. Edgar Wright è quindi il primo ma non l’unico genitore sfigato: il casting di Paul Rudd, che sembra essere stato fortemente voluto proprio da Wright, segna la svolta nella carriera dell’attore statunitense, relegato a ruoli comici fin dalla memorabile interpretazione del reporter ‘sul pezzo’ Brian Fantana negli splendidi Anchorman (2004) e Anchorman 2 (2013), non senza passare attraverso  lavori dei molto discussi giocolieri della satira di costume (ma non solo) Judd Apatow (Molto incinta, 40 anni vergine) e Rogen&Goldberg (Facciamola finita). Tutti nomi e titoli quelli elencati fino ad ora che possono solo far eccitare un’amante della commedia come me. Paul Rudd è un ultraquarantenne che rischiava di terminare la sua carriera come attore comico senza sfoggiare come si deve le sue doti drammatiche e di scrittura. Problema risolto dato che ha firmato, come altri elementi del cast, un contratto multifilm con la Marvel.

 Terminato l’antefatto, passiamo a qualche considerazione di natura pratica:

  1. Abbiamo visto il film nel cinema all’aperto di Santa Teresa di Gallura. Inutile dire che audio e video lasciavano molto a desiderare, che non c’era un posto decente per tutti e abbiamo dovuto assistere anche a qualche scenata, e che ci hanno fatto entrare a film iniziato impedendoci di comprendere il prologo e siamo usciti prima del termine dei titoli di coda senza poter apprezzare il secondo cameo. D’altra parte il clima ciarliero delle famiglie ci ha permesso di apprezzare la felicità dipinta nei volti di una folla di marmocchi, e questo a noi nerd abituati a usare la violenza contro altri nerd per accaparrarsi il posto migliore in sala Energia o all’iMax indubbiamente scalda il cuore.
  2. Andrea (al quale potete riferirvi per l’inquadramento del lavoro nell’universo fumettistico) ha tentato di compromettere le mie capacità critiche invitandomi a cena prima del film e facendomi mangiare e bere benissimo e come un cinghialino. Ho ricevuto una telefonata prima del dolce e penso che questa pausa mi abbia salvato la vita.

Recensione vera e propria con qualche spoiler

A mio parere quando si parla di un film Marvel c’è sempre poco da dire. 
Col rischio di attirarmi l’odio di tutti, questi film sono tutti uguali, anonimi, del tutto prevedibili e destinati all’oblio. Wright non poteva firmare una cosa del genere perché la sua filmografia, a differenza di quella della Marvel, non è improntata unicamente al profitto. D’altra parte si può dire che Rudd sia salito sul treno per esigenze di carriera e per l’opportunità, poi persa, di lavorare con Wright; mentre alla Lilly, che aveva dichiarato che non avrebbe più preso parte a un film dopo la Hobbit, evidentemente è stata fatta un’offerta che non poteva rifiutare. Ad ogni modo si può fare qualche considerazione sulla trama. Innanzitutto qui gli eroi, e gli Ant-Man sono due: Henry Pym (Michael Douglas) e Scott Lang (Paul Rudd), uniti da una classicissima relazione mentore-discepolo buona per tenere insieme la trama. Entrambi hanno una controparte, e compagna, femminile (Evangeline Lilly per Scott).

Ant-Man era già operativo ai tempi della guerra fredda e questo lo pone di fatto come l’Avenger più anziano dopo Cap. Lo psicodramma familiare, il lutto, l’emarginazione, vengono attribuiti tutti a Michael Douglas per lasciare a Rudd la parte più fica. Anzi addirittura si può dire che la vicenda di Scott Lang sia in sostanza un’interpretazione in chiave comica (o una velata presa per il culo) dello stereotipo del cine-eroe Marvel: il difficile rapporto padre-figlia, parliamoci chiaro, un furbo come lui poteva risolverlo anche da solo e l’unico lutto da cui di fatto viene colpito è quello della formica Antony, momento ridicolmente peripatetico; e anche la battaglia finale col supervillain della questione, guardata da un normale punto di vista è solo una quasi silenziosa e del tutto inoffensiva caduta a terra di piccoli giocattoli per bambini. È come se Ant-Man e Lego Movie stessero discutendo tra di loro di quanto è futile e ridicola questa moderna cinematografia da green screen.

Ant-Man con la formica Antony

Quindi, visto il tono molto cazzone del personaggio, l’unico modo in cui riesco a interpretare il riflesso melanconico nello sguardo di Scott Lang e il continuo rimando alla ‘seconda occasione’ è proprio in senso autobiografico di Paul Rudd, che ricordiamo ha messo mano alla sceneggiatura. Il villain calabrone interpretato da Corey Stoll, che somiglia in maniera impressionante a Telly Savalas (da non confondersi col calabrone verde di Rogen&Gondry, unico supereroe cinematografico veramente indipendente) pur nella sua noiosa prevedibilità, conserva qualche elemento di psicopatia e funziona bene: peccato per la sua precoce dipartita. 
Michael Douglas fa bene il suo lavoro e si diverte, sembra sia inarrestabile dopo Behind the Candelabra e verrebbe proprio da dire che il troppo cunnilingus, che come sostiene lui gli avrebbe fatto venire il cancro alla laringe, invece gli abbia fatto bene. Non c’è molto altro da dire: tutto fila molto liscio fino alla fine.

Meritano una speciale menzione i dialoghi comici che fanno ridere (in particolare legati al personaggio di Michael Peña che rivedremo) e quelli che molto britannicamente non fanno ridere (come la conversazione iniziale sul furgone) e i cameo del Falcon di Anthony Mackie, altro grandissimo attore rimasto nell’ombra se non per piccoli capolavori come Lei mi odia. E proprio come i loro interpreti Falcon e Ant-Man escono timidamente dall’ombra per prendere il posto di Cap e Tony Stark negli Avengers con il ruolo di carabiniere eroico ma un po’ ciula e di bad boy. Sì perché Paul Rudd sarà il nostro bad boy, sicuramente geniale (anche se è stato nel mondo subatomico e ne è uscito senza saperci dire se sono particelle, membrane o stringhe, ma d’altronde è un ingegnere) e dalla battuta pronta. Speriamo stavolta scritta da lui e non da spinoza.it come quelli di Robert Downey Jr, che cominciavano già ad annoiare.

E poi devo liberarmi di un peso dato che la recensione verrà pubblicata in ritardo visto che mia madre ha finito i giga per giocare a Burraco online e adesso dopo 12 ore di bestemmie devo prendere il suo laptop che sembra più un ordigno bellico e farmi un km a piedi per usare il wi-fi dei ‘vicini’: Paul Rudd è figo, dannatamente figo, come uomo e come artista; a differenza della giornalista di Anchorman io il profumo del desiderio lo sento tutto, e quindi seguirò con entusiasmo qualunque suo progetto.

Nel complesso Ant-Man è un piccolo film dall’enorme budget diretto senza pretese, il cui (grande) elemento di interesse riguarda la sceneggiatura, che conserva qualche bizzarria atipica rispetto agli altri episodi della saga. Non si esclude che anche lo stesso rimaneggiamento dello script possa aver contribuito positivamente (sempre che si possa essere entusiasti di un rimaneggiamento) al risultato finale, ma è difficile a dirsi specie per me che non sono una fine esteta e l’ho visto in italiano. È stato per ora un flop come incassi, valutato malino da rotten tomatoes (ma d’altronde è l’opinione del pubblico, quindi degli americani) e benino secondo il metro di valutazione metacritic (ma della critica comunque non c’è da fidarsi), ma il seme ormai è stato gettato e Paul Rudd è negli Avengers. Se non gli tagliano lingua e mani (che non sono strettamente necessari per una formica) ne vedremo delle belle.

Avrebbe potuto essere un capolavoro da vedere e rivedere se fosse stato diretto da Edgar Wright, questo è poco ma sicuro. Ma d’altronde la formica Antony non è uguale a tutte le altre, difatti Ant-Man/Rudd non la chiama con un numero ma le vuole trovare un nome, lascia di sè un ricordo indelebile anche dopo la sua dipartita (contrassegnata da un’emotività davvero forzata)

"Ma sta sicuro che ne pagherai le conseguenze!"

Chi avrà scritto questa battuta che non ha nessun significato a livello di trama? I candidati sono quattro, e ognuno avrebbe avuto una buona ragione per scriverla. Sarà una teoria stramba ma mi viene in mente quando al liceo studiavo i prologhi dei poemi epici e mentre il poeta si prodigava nella doverosa leccata di culo al mecenate di turno tra le righe si leggeva: "dannato imbecille, questo è il prezzo che devo pagare per fare il poeta; ma sta sicuro che tra meno di dieci anni nessuno ricorderà nulla delle tue ridicole imprese mentre è chiaro fin da ora chi sarà immortale". Se la mia teoria fila comunque gliel’hanno lasciato scrivere