Chi ha paura dei Social Media?

Quindi, per tornare a noi: è davvero così assurdo o così da restauratori da Congresso di Vienna dire, come dice Gianluca, che ha molto più senso produrre meno contenuti che tanto non si fila nessuno e cercare di far sì che siano migliori di quelli attuali e meritevoli di essere poi promossi sui Social Media a pagamento? A me sembra solo buonsenso.

La chiusura del post scritto da Massimo non fa una piega. Purtroppo la paura del vuoto pneumatico e delle possibili reazioni al "non parlo quindi non esisto", portano alcune società a pubblicare sulle loro pagine social la qualsiasi. Con una conseguente depravazione dei contenuti a favore dell'apparire sempre on top nelle timeline dei propri utenti.
La mala interpretazione del mondo dei social media sta proprio qui. Nell'intersezione tra i contenuti di valore, i contenuti tappabuchi e i contenuti trasformati in advertising. I primi e gli ultimi possono scambiarsi di ruolo nei canali social, possono essere storytelling trasformati in native advertising e viceversa.
Questo genera confusione in chi osserva l'evoluzione dei media e il loro rapporto con i guadagni dalle attività attraverso essi scaturiti, con l'unico obiettivo di verificare se davvero ci si riesce a aumentare i profitti delle aziende con questi giocattolini pieni di troll e imbecilli.

Tutto questo ha un necessario e primordiale bisogno di essere ricondotto a una pioggia di milioni di euro e a un peccato originale di chi ha iniziato ad occuparsi di queste cose? Si. Perché spesso, soprattutto qualche anno fa, era l'unico modo di farsi sentire all'interno delle grandi società. Il solo per poter attuare una qualche tipo di azione su quei nuovi e sconosciuti canali di comunicazione. 
Il dover esserci a tutti i costi ahimè ha spesso preso il sopravvento sul pensare se ci fosse qualcosa da dire veramente e quest'ultimo ha lasciato il passo a tanti errori, al paradosso di una pagina dedicata a ciò, mettendo a nudo chi davvero aveva voglia di mettersi in gioco, oppure restare nella roccaforte. 

Massimo poi cita questo video. Ecco questo è il classico esempio di chi di questa materia ci ha capito poco o nulla. È molto semplice e populista mostrare dei numeri per far trapelare una propria verità come una verità oggettiva e inconfutabile, ma c'è sempre di più, c'è sempre altro da considerare, soprattutto quando si tratta di un'attività complessa come quella della comunicazione online.

Chi parla non si è premurato di andare a vedere COSA viene detto in quelle conversazioni, QUALI aziende le generano, ma soprattutto COME interagiscono con i loro utenti. 
Ovvio esistono un'immensa varietà di tipologie di comunicazioni, più o meno innovative, più o meno ingaggianti. Questo sta alla bravura degli strategici e degli account dell'agenzia di comunicazione di turno alla quale la tale società ha deciso di dare il budget di comunicazione per l'anno in corso.
Quello che invece viene provato sensatamente è il valore del like, prossimo allo zero, ma è un concetto vecchio quanto Facebook stesso. Se si costruiscono, ma sopratutto si vendono, strategie in cui viene proposta la crescita dei like come una metrica di cui far conto, si è sbagliato in toto il proprio partner di comunicazione. 

Settaggio degli obiettivi. Sempre. E fortunatamente non siamo più nel 2007. Non c'è più nessuno da convincere in azienda. Bisogna soltanto capire se ci sono i margini per esserci e per fare la differenza. Non per aumentare a tutti i costi i profitti (che ad ogni modo, prova a chiederlo a Dell).

Vuoi vendere?
Vuoi fare awareness?
Vuoi fare caring?

Ha mai visto cosa ci fa una qualsiasi telco sui Social Media? Nel video dà anche una definizione di cosa siano quest'ultimi, ignorando completamente tutto ciò al di fuori di Facebook e Twitter. E chi glielo racconta dei progetti di Barilla con Il Mulino Che Vorrei e il soldino che prende nuova vita, delle innumerevoli community per creare prodotti migliori insieme ai propri consumatori, così come Winner Taco immesso di nuovo sul mercato dopo un'estenuante martellamento proprio sui social?

Questo professore ha provato invece a calcolare come sono andate le vendite di Oreo dopo quella settimana? Quante di quelle persone che hanno cliccato siano delle persone che non hanno visto il Super Bowl?
Ha provato a pensare quanta visibilità hanno dato quei siti che hanno dato la notizia del tweet?
Di quanto sono incrementate le visite al sito di Oreo in quel periodo?

Poi è vero, là fuori è pieno di personaggi pronti a trasferire concetti presi da manuali sul Social Media Marketing o studiati la notte prima su quei blog monotematici pieni di consigli che sembrano non funzionare mai.
Ciò non significa i Social Media siano un fallimento in toto e nemmeno la cura a tutti i mali della comunicazione aziendale. Sono solo un altro strumento a disposizione per raggiungere un certo tipo di pubblico, se poi funzionano, e ritorno a quanto scritto prima, sta solo nel trovare le persone giuste in grado di comprenderne le dinamiche, ma sopratutto saperle applicare agli obiettivi di questa o quell'altra realtà aziendale.

È un'esperienza magnifica quando si riesce a creare quel tipo di magia, interazione e vicinanza tra un brand e persone comuni. Gli esempi ci sono, funzionano anche senza vincere premi, ed è possibile soltanto da meno di 20 anni. Creando delle dinamiche di interazione che qualsiasi altro mezzo con oltre mezzo secolo sulle spalle non è mai stato capace di creare, a voglia a bombardare la gente con le storie della famiglia tipo alle 20 su Canale 5.

Se poi vogliamo estendere la discussione alla rincorsa alle revenue a tutti i costi, credo vada rivisto profondamente come le aziende decidano di esporsi su tutti i mezzi. Mai come oggi hanno a disposizione una moltitudine di dati dei loro utenti (accesso ai punti vendita, alle owned, earned e paid media etc.) e spesso e volentieri non sanno come utilizzarli, o nella migliore delle ipotesi li usano male.

Un progetto ambizioso, alla quale nascita ho avuto il piacere di assistere, va proprio in questa direzione. Utilizzare il patrimonio di quanto le persone lasciano in mano alle aziende (esploso anche e soprattutto grazie ai Social Media), per poter permettere a quest'ultime di indirizzare messaggi mirati, precisi, singolari e ritagliate su ciascuno di noi, su ogni schermo reale o virtuale ci ritroveremo a fare un certo tipo di esperienze.
Non più di disturbo, ma in grado di avvicinarci a una marca, provare delle esperienze e magari essere parte dello sviluppo di un prodotto migliore.
Chiudo scomodando sul tema Alessandra perché ci ha fatto un post da incorniciare.