L’ISIS distrugge a picconate resti archeologici di inestimabile valore: la recensione.

L'occhio critico verso l'attualità è fondamentale. Io riesco a discuterne, ma soprattutto argomentarne, quando si tratta di qualcosa di cui credo di aver padronanza. Sicuramente la comunicazione nelle varie sue forme è una di queste. Tuttavia ci sono episodi d'attualità per i quali poco riesco a dire, benché siano atti di comunicazione molto più potenti e distruttivi di quanto di solito scrivo su queste pagine.

Francesca l'avete già conosciuta per la recensione di The Interview. Mi ha chiesto di poter condividere il suo pensiero sugli ultimi fatti e filmati dell'ISIS. Credo ci sia molto da riflettere e ripubblico con molto piacere e interesse la sua teoria sull'accaduto.

Francesca De Nard - L’ISIS distrugge a picconate resti archeologici di inestimabile valore: la recensione.

Oggi, mentre cazzeggiavo su Facebook, mi sono imbattuta nel filmato distribuito dall’ISIS che ritrae la distruzione di diversi reperti archeologici situati a Mosul e risalenti, riporta il Misfatto Quotidiano, a più di 3.000 anni fa. Inutile dire che i commenti arrabbiati si sprecavano. Ma, non essendomi mai veramente interessata ai filmati diffusi dal califfato (a me l’horror piace finto, e più è finto più mi piace, non soffro di questa particolare forma di masochismo), sono rimasta piuttosto sconvolta dal subitaneo sentimento di disapprovazione, odio atavico, razziale, culturale che la visione del filmato ha scatenato in me e, sono certa, in tutti coloro che con me condividono lo stesso background culturale. E non sto parlando di livello di istruzione. Il marasma emozionale è stato immediato ed esplosivo, nonostante alla prima visione mancasse addirittura l’audio. Se ancora non sapete di cosa sto parlando potrete trovarlo qui.

Più tardi però ci ho riflettuto per davvero. Nella mia personale esperienza ‘assiri’ e ‘Mesopotamia’ sono parole inutilizzate dalla prima media, qualcosa mi dice che vanno molto d’accordo con ‘cuneiforme’ che poi ho scoperto anche essere il nome di tre ossa del piede. Nella mia formazione le ossa del piede rivestono un ruolo ben più importante e un interesse maggiore. Non vorrei essere fraintesa, non sto dicendo che le statue distrutte non abbiano un grande valore, dico solo che la portata emozionale di questa opera mediatica per l’occidentale medio che non abbia studiato archeologia dovrebbe, almeno in teoria, essere scarsa. Ma allora perché ha prodotto in me quella reazione?

Così mi sono seduta alla mia scrivania, ho cercato il filmato in versione ‘full’ (con scarsi risultati) e l’ho riguardato un paio di volte. Il sentimento man mano si affievoliva, ma nel frattempo in me prendeva piede la consapevolezza che c’è una logica dietro tutto questo, anche dietro a quello che provavo. Very well, ho pensato. Adesso rinuncio al mio venerdì sera per analizzare il filmato e la situazione tutta. Non in termini politici ma stilistici. E per stile intendo quello della propaganda. Un meccanismo inventato da noi occidentali ai tempi del totalitarismo, ed oggi pericolosamente adottato dalla Jihad. La propaganda non è più diretta solo ai (potenziali) seguaci, ma anche -in senso negativo- al nemico, e prova ne è la novità introdotta recentemente della diffusione di filmati prodotti direttamente in lingua inglese. L’adozione della lingua anglosassone potrebbe essere spiegata semplicemente dall’intento, a quanto pare raggiunto con grande efficacia, di arruolare cittadini europei o americani di fede islamica, o anche meramente dall’estendere la diffusione del prodotto ad un mercato globale. Ma non si ferma qui. Vuole anche instillare il germe dell’odio, che facilmente crescendo diventa guerra.

Analizziamo il filmato più nel dettaglio. Quelle che all’apparenza sembrano riprese casuali effettuate con mezzi rudimentali e di fortuna, probabilmente sono state realizzate con delle telecamere e sottoposte a sapiente postproduzione. Fin dall’inizio le immagini sono accompagnate dalle musiche di un verosimile Kanye West iracheno. La musica rende inintelligibile il sonoro, eccetto che per il rimbombo delle picconate, che è sicuramente stato amplificato a posteriori e fa da eco alle percussioni della colonna sonora. L’illuminazione sembra primitiva ma è stata diretta ai punti anatomici focali delle statue e mette in risalto la polvere sprigionata dai colpi. Aggiungiamoci un uso oculato del ralenty e il gioco è fatto. Il montaggio non è casuale, ma è il frutto di un lavoro di regia non amatoriale. L’apice è raggiunto quando a forza di picconate un’enorme testa cade al suolo sollevando una nuvola di polvere. E’ l’orgasmo dell’iconoclastia.

Ah, bei tempi quelli in cui l’iconoclastia era esercitata dalla Chiesa Cattolica! Anche questa abominevole minaccia alla libertà di espressione e alla Bellezza tutta non è una prerogativa della religione Musulmana.

E’ piuttosto evidente a questo punto che lo scopo di questo filmato è inviare un messaggio al mondo occidentale. Non vogliamo uccidere solo voi, ma quello che siete. Quello in cui vi riconoscete, tutti voi. Gli estremisti islamici hanno colpito quello che viene riportato in tutti i sussidiari delle scuole elementari come la nascita della civilizzazione, la culla dell’umanità. Tutti noi, anche i meno istruiti, lo ricordiamo. A ben vedere l’idea di ‘culla dell’umanità’ è frutto di un’interpretazione di studiosi della materia che ha avuto particolare successo ed è stata tramandata nei decenni. Un pochino presuntuoso, da parte nostra, ritenere che l’unica vera civiltà attuale (quella occidentale e bianca) sia nata, o quantomeno sia stata preceduta in un territorio che non ha niente a che vedere con noi. Seppure probabilmente vero. Ma non sempre la presunzione si fonda sulla verità: basti pensare al caso assurdo dell’archeologo tedesco Johann Winckelmann, che nel Settecento pose le basi dell’estetica neoclassica ritrovando nelle proporzioni delle statue greche e nel candore del marmo l’ideale di Bellezza di cui quella generazione aveva bisogno. E con meravigliose conseguenze in termini artistici. Peccato che le statue greche fossero copie romane (e sembra che l’archeologo lo avesse sempre saputo) verosimilmente di opere del periodo ellenistico e non classico come Winkelmann sosteneva. E ad ogni modo i greci le dipingevano con vernici colorate, quindi anche quella del bianco è una montatura. Perché vi ho raccontato questa storia? Non lo so, probabilmente perché sono convinta che anche gli autori del filmato diffuso dall’ISIS la conoscano, e in qualche modo si stiano prendendo gioco della nostra superbia. Non voglio quindi dilungarmi anche con la storia di Ipazia (che tra l’altro era pure una giovane donna con una cattedra universitaria che, senza indossare il velo, si liberò di uno stalker mettendogli in mano un assorbente usato) e della biblioteca di Alessandria. 

Chi ha realizzato quest’opera di marketing conosce bene quale siano le nozioni di base dell’europeo medio, ma non solo, conosce anche il nostro pensiero e le nostre possibili reazioni. E’ ormai florida e consolidata la letteratura riguardante le teorie psicologiche che stanno alla base di un efficace lavoro di pubblicità o propaganda. Sono materia di studio nelle scuole di cinema (almeno credo, o spero). La mia tesi (che poi ho scoperto essere non solo mia) è che chi produce questi filmati abbia appreso il mestiere in un ambiente di professionisti, probabilmente in un paese occidentale. Sono persuasa che questi professionisti non credano affatto che la terra sia piatta. La realizzazione dei filmati dell’ISIS e la successiva postproduzione sono talmente accurate che potrebbero da sole giustificare, per esempio, il ritardo di un mese della pubblicazione dell’esecuzione del pilota giordano rispetto all’effettiva data della registrazione. I tempi di produzione stanno quindi condizionando anche la nostra percezione dell’attualità e la politica estera. A differenza dell’estratto in questione, sembra che i filmati delle esecuzioni siano stati addirittura precedentemente scritti, e che gli attori, ultimamente addirittura le stesse vittime, abbiano tragicamente seguito le indicazioni di un regista. A questo punto penso sia normale che vi sentiate manipolati. Non mi dilungo ulteriormente per scelta personale (non amo lo snuff come sopra ho spiegato) e soprattutto perché ho trovato un articolo elegantemente scritto e molto dettagliato sul portale Al-akhbar, fondato da un giornalista libanese (così almeno recita il sito) allo scopo di diffondere la libertà di espressione nel mondo islamico. Eccolo qui http://english.al-akhbar.com/node/23629

Vi troverete un’analisi puntuale di tutti i filmati finora prodotti dall’ISIS, le esecuzioni, gli attentati dei kamikaze, e tutto in lingua inglese. L’autore evidenzia chiaramente una maturazione stilistica e di intenti del movimento. È questo che fa davvero paura, che fa davvero incazzare.

Per info su produzione e distribuzione torna utile ancora una volta il Misfatto Quotidiano

Nemmeno quella della cinematografia al servizio del Male è una novità: ricordiamo tutti (forse) il caso della regista tedesca Leni Riefenstahl, che viene tuttora ricordata come la madre del cinema moderno per il suo straordinario documentario Olympia, commissionato dal regime nazista come opera di propaganda in occasione delle olimpiadi di Berlino. Leni fu la prima regista a utilizzare cineprese in movimento; oltre a questo realizzò tonnellate di pellicola propagandistica spinta durante il regime, e alla fine della guerra si reinventò fotografa e documentarista e morì decrepita tra le braccia di qualche ragazzetto con un quinto della sua età. A Leni piacevano gli uomini, soprattutto se bellissimi. Come le statue di ispirazione ellenica (manco a farlo apposta, bianche!) che si sovrappongono alle immagini degli atleti, candeggiati pure loro dal bianco e nero, all’inizio del suo grande capolavoro. Perché Leni? Perché penso che se potesse resuscitare, accetterebbe la sfida dell’ISIS e la combatterebbe a colpi di chiappe tornite. Perché Leni e non Orson Welles? Perché sì, perché siamo anche un po’ ipocriti (e con questo non voglio ‘perdonare’ nessuno). Se Leni fosse viva oggi altro che Goebbels, sarebbe un’icona gay, ma questa è un’altra storia. 

Anche se per noi la rappresentazione della figura umana sembra banale e scontata, e anzi ormai siamo convinti che dopo l’impressionismo, l’espressionismo, il cubismo, la pop art, l’iperrealismo, l’arte abbia ben poco da offrire, in realtà la libertà di raffigurazione è frutto di una conquista a suo tempo pagata col sangue. E’ sulla base di questa emancipazione che si fonda la nostra identità. Il Medioevo e le Crociate per noi sono memoria. Meglio così, perché all’epoca eravamo noi gli ‘scopacapre’. L’identità dell’Europa moderna, che ci piaccia o meno, non pone le sue basi nel Cristianesimo ma in quel razionalismo che ha contraddetto il Cristianesimo, sostituendosi poco per volta come precettore e maestro di vita. Dal Rinascimento all’Illuminismo fino ai giorni nostri, con tutte le aberrazioni mediatiche del mondo moderno, esiste ancora un ideale di Bellezza.

Per questo la decapitazione di una statua può assumere un significato simbolico ancora più potente di quello di una persona. Senza per questo togliere alcun valore alla vita umana. E i nostri nemici non solo lo sanno, ma sono in grado di comprenderlo. E inspiegabilmente lo vogliono distruggere. Forse. Non mi esprimo in merito alle teorie secondo le quali ad essere distrutti sarebbero state delle copie, non prendo posizioni complottiste sul terrorismo in genere, mi interessa solo parlare di arte visiva. Sembra un paradosso piuttosto vigliacco celebrare l’iconoclastia, che giustamente nella sua primitività va d’accordo con fuoco e picconi, attraverso l’utilizzo delle più sofisticate strategie comunicative, figlie di un secolo e oltre di sperimentazione. L’impressione è quella che i jihadisti abbiano intenzione di distruggerci con gli stessi mezzi che noi pretendiamo di avere messo a disposizione della libertà.

Abbiamo creato un Mostro. Questo, ancora una volta dopo 50 anni, deve farci riflettere sulla potenziale pericolosità del mezzo.