Di Birdman, Whiplash e dell'accatastare legna

Il weekend appena trascorso ho fatto una full immersion cinematografica guardando prima Whiplash e subito dopo Birdman.

Di solito scrivo di film quando davvero mi lasciano qualcosa, questa volta invece nessuno dei due è riuscito a sedimentare e sviluppare un ragionamento interessante sulle idee proposte o semplicemente su una differente idea di raccontare una storia. 

È stato strano vederli in sequenza. Il primo incentrato sul kit batteria da musica Jazz, il secondo con una colonna sonora fondamentalmente composta da una sola batteria (suonata proprio da un musicista Jazz, Antonio Sanchez). 

Tuttavia, nonostante siano entrambi ben girati, con una buona fotografia, si perdono nei dettagli. In Whiplash i dettagli vengono sottolineati da un'inquadratura mostrando come diventino parte fondamentale del racconto. Ma restano fini a se stessi, non ci dicono di più della storia, se non arricchendo l'attenzione ad essi riservata dal personaggio principale. Birdman soffre dello stesso difetto. Ci sono tanti spunti, tante tracce da cui trarre spunto, ma che sembrano esaurirsi ogni volta su un binario morto e che invece avrebbero potuto portare la storia da tutt'altra parte facendola diventare soprattutto più interessante. 

Birdman non mi è piaciuto. È stato un buon esercizio di stile del piano sequenza (non del tutto veritiero) e con una solerte interpretazione di attori con molta esperienza, molto consci del messaggio da far passare attraverso le battute del film. Sono piuttosto d'accordo con quanto scritto da Loffio sul suo blog, proprio su quell'effetto legna accatastata ma mai arsa. Tanta carne, forse cotta e consumata con troppa fretta e con dei bocconi troppo grossi. 

Ma Birdman non è solo un film sulla voglia di essere qualcuno, è anche una denuncia del “Genocidio culturale”, per usare le parole del film, messo in atto da Hollywood. È un film contro i critici che fanno questo lavoro solo perché non sanno creare, ma anche contro chi si improvvisa artista, è un film sul teatro e le sue follie, è un film sulla fama, ossessiva e assillante, che cresce quando smetti di essere un personaggio e diventi il meme di un social network.
Per certi versi Birdman parla di chiunque abbia un blog, un podcast, una pagina Facebook, un account Twitter, uno spazio su un giornale, in teatro, in radio o in televisione. Parla di quella fastidiosa voglia di non voler mai scendere dalla cresta dell’onda, di sperare che ci sia sempre qualcuno a rendere la nostra vita un successo col suo acclamare.
Il problema è che proprio volendo essere tutte queste cose, finisce poi per non sviscerare nessuno dei vari temi come meriterebbe. Il regista sembra limitarsi ad accatastare ottime idee come fossero legna per il falò, senza mai incendiarle. L’unico vero monologo riguarda il bisogno di voler essere famosi, per il resto i personaggi e gli argomenti rimangono in sospeso, e ogni qualvolta in cui si potrebbe dire qualcosa di più arriva un bel movimento di macchina o una scena d’impatto che svia l’attenzione.

Non è semplice trasformare in racconto filmico momenti significativi dall'alto impatto narrativo. Così come non sempre sono necessarie 2 ore di film per poterle mettere in scena. La grandezza dei migliori registi probabilmente sta proprio lì, ma quando sembra di avere la sensazione di fare il morto su uno specchio d'acqua molto grande, invece di immergersi per ammirare la barriera corallina, allora lo storyteller si dovrebbe prendere tutto il tempo necessario, sfidando magari le regole imposte dal mercato cinematografico.