Il web da salvare

In questi due articoli, uno su Medium (postato a luglio) e l'altro su The Guardian (riproposto ieri), il blogger iraniano Hossein Derakhshan porta alla luce ricordi del web di una decina di anni fa. 

Un racconto nostalgico ricco del vissuto di un blackout di 6 anni causato dalla prigionia, ere geologiche se si pensa agli sviluppi tecnologici tra il 2008 e il 2014.

Con parole sue:

Blogs were gold and bloggers were rock stars back in 2008 when I was arrested. At that point, and despite the fact the state was blocking access to my blog from inside Iran, I had an audience of around 20,000 people every day. Everybody I linked to would face a sudden and serious jump in traffic: I could empower or embarrass anyone I wanted.

E ancora:

There were no real apps, certainly not how we think of them today. There was no Instagram, no SnapChat, no Viber, no WhatsApp.
Instead, there was the web, and on the web, there were blogs: the best place to find alternative thoughts, news and analysis. They were my life.
Blogs gave form to that spirit of decentralization: They were windows into lives you’d rarely know much about; bridges that connected different lives to each other and thereby changed them. Blogs were cafes where people exchanged diverse ideas on any and every topic you could possibly be interested in. They were Tehran’s taxicabs writ large.

Per chiudere:

Sometimes I think maybe I’m becoming too strict as I age. Maybe this is all a natural evolution of a technology. But I can’t close my eyes to what’s happening: a loss of intellectual power and diversity. In the past, the web was powerful and serious enough to land me in jail. Today it feels like little more than entertainment. So much that even Iran doesn’t take some – Instagram, for instance – serious enough to block.
I miss when people took time to be exposed to opinions other than their own, and bothered to read more than a paragraph or 140 characters. I miss the days when I could write something on my own blog, publish on my own domain, without taking an equal time to promote it on numerous social networks; when nobody cared about likes and reshares, and best time to post.
That’s the web I remember before jail. That’s the web we have to save.

In mezzo a questi paragrafi da me estratti, e vi prego di leggere entrambi gli articoli se un minimo vi interessa l'argomento, c'è una semplice ma importante riflessione sulla centralizzazione dell'attenzione verso i Social Network, dove sempre più contenuti poveri intellettualmente hanno la meglio su chi vuole condividere del significato alto o vuol fare sentire la propria opinione.

Una riflessione fatta da tanti, o meglio da quei pochi che già nel 2008 con viscerale passione iniziavano a riempire di miliardi di byte il web attraverso parole, immagini e video, e hanno assistito al lento progressivo disfacimento del carrozzone dei backlink tra blogger e la fine di una piccola cerchia elitaria alla quale prender parte agilmente se solo si aveva qualcosa di interessante o di diverso da dire. 

Niente di nuovo sotto il sole. Fa riflettere tuttavia il concetto di stream infinito al quale queste nuove piattaforme ci hanno abituato e dalle quali con fatica riusciamo a disintossicarci, ai quali ricorriamo per sperare di venire ascoltati, ma dove il più delle volte la nostra voce si diluisce in un mare di puttanate

Sono contento però che chi ha ancora qualcosa da dire sia in grado di farlo fuori da quei luoghi, benché ormai debba sottostare alla logica di sfruttarli, tuttavia, come volano.