Il suono distorto

Sono stato abbastanza fortunato da aver vissuto l'epopea della musica su cassetta, quella su CD e infine quella digitale. Forse meno, infinitamente meno, per non esser diventato un habitué del vinile. 

Poco cambia il succo della faccenda. Dai primi anni 2000 fruiamo musica attraverso un computer o un device portatile dipendente da esso. Siamo diventati i campioni dello skip, alla ricerca della novità in grado di occupare l'ultimo posto della coda lunga,  ossessionati e frenetici nell'archiviare tonnellate di GB inascoltati prima, standardizzati nel creare e diffondere la nostra playlist sui servizi di streaming poi.

Il nostro orecchio si è assuefatto nel corso dei decenni ad una qualità sempre più bassa nell'ascolto musicale, diminuzione causata dal processo di compressione utilizzato per diffondere i singoli brani in modo più rapido nei servizi di streaming o di download. 

I vari formati mp3, wma, etc. agiscono sulla canzone come se da una frase venissero tolte delle vocali. Il nostro cervello ne comprende il quadro d'insieme perfettamente, ma i dettagli in grado di fare la differenza vengono perduti.

Questione che ovviamente sta molto a cuore agli artisti perché lo sforzo di un progetto mastodontico dietro un album non viene percepito fino in fondo. Questa cosa fa riflettere sul fatto per cui alcuni di essi decidano di non permettere ai loro lavori di essere trasmessi in streaming sui vari Rdio, Spotify etc.

Un argomento magnificamente raccontato in questo documentario: The Distortion of Sound.  Linkin Park, Slash, Quincy Jones e molti altri tra i protagonisti, in un cortometraggio su cosa ci perdiamo ad ascoltare musica attraverso supporti tecnologici inadeguati.

Abituati come siamo ad avere ad un click di distanza tutta la produzione musicale del globo terraqueo, speriamo che il progresso tecnologico ci garantisca anche la qualità molto presto.