Il blogger, Pretty Woman e il commesso

Questa è uno di quei momenti in cui faccio stretching alle dita e scrivo di getto quello che mi passa per la testa, visto che andare in profondità alle cose di questi tempi sta diventando addirittura banale.

Iniziamo dal principio, come ogni storia vuole. 

Scott Schuman è un blogger americano (giudicate voi quanto famoso o meno) noto come The Sartorialist.

Se volete saperne di più su di lui vi lascio alla pagina su wikipedia, ad ogni modo vi basti sapere che se ne va in giro tutto il santo giorno a fotografare persone per lui meritevoli di nota dato un determinato outfit.

È stato un po' il pioniere del fashion blogging se vogliamo.

Ne vengo a conoscenza nel 2011, grazie a un bellissimo video di cui è protagonista per una campagna per Intel: Qui.

Decisi circa un annetto fa di scrivergli per avere la sua testimonianza per #WhyIBlog. Questa è stata la sua, o meglio quella di qualche collaboratrice, risposta.

Alquanto altezzosa, seppur educata, come risposta.

Arriviamo ai giorni nostri, in cui Scott giramondo annuncia sul suo blog di una sua imminente visita a Genova

Un paio di giorni fa pubblica su Instagram questa foto con relativo commento.

Il mal capitato, a suo dire, entrando nella boutique genovese Finollo sembra essere stato ignorato del tutto e non riconosciuto come grande icona della moda mondiale. Sentendosi un po' diversamente ricco come Julia Roberts nella scena di Pretty Woman.

Questa mattina leggevo un po' di commenti indignati sul post di Gianandrea su Facebook, dove in tanti si sono scagliati contro proprietario e commessi su come spesso i clienti vengon maltrattati. Tuttavia in molti non si sono posti la domanda quale fosse l'altra versione dei fatti, ovvero quella del negoziante.

Stiamo dando così per scontatamente vera l'opinione di chi online si è guadagnato una certa fama, senza cercare più dare un senso a quello che accade realmente.

E per farlo, senza omettere il fatto che a me non frega una benamata fava di chi abbia ragione o torto, ho analizzato due cose.

a) Una frase nel post su Instagram di Scott: well, I kinda am a tourist. Come a dire, beh non sono mica un turista, la mia fotocamera è un'estensione del mio blog, come fate a non conoscermi? E questo sarebbe un atteggiamento giustificabile per un cliente da trattare alla pari di tutti gli altri?

b) Complimenti alla giornalista de Il Secolo XIX per aver intervistato la titolare di Finollo. La quale afferma quanto segue: 

Questo signore è venuto ieri, in un momento in cui il negozio era vuoto, quindi eravamo tutti a disposizione: non ha salutato, nemmeno un good morning, non ha chiesto di poter dare un’occhiata. Mi ha dato una spallata con la borsa della macchina fotografica senza nemmeno scusarsi. Ma non ci abbiamo fatto troppo caso, in fondo siamo sulle guide turistiche, siamo considerati una sorta di museo. Il nostro commesso gli ha chiesto due volte se avesse bisogno di aiuto: si è informato su una camicia, ma poi ha lasciato perdere. Andando via senza salutare.

Ripeto quanto scritto prima. Poco mi importa chi abbia ragione o torto. Tanto ci sarà sempre chi dirà "Il cliente ha sempre ragione" o "Commessi maleducati" e chi invece difenderà l'educazione di accompagnare un cliente verso un acquisto finale. Giudicate da voi.

Mi importa, e mi inserisco tra la categoria, che chiunque abbia guadagnato una piccola o grande notorietà online ne faccia il corretto uso e non solo per spalare palta su chi probabilmente non ha nemmeno la possibilità di difendersi, gettando solo cattiva luce su chi basa il suo business in modo differente.

E qui mi sembra, facendo la somma di tante casistiche simili, ci sia l'urgenza per tanti brand di portare la propria identità anche online e difendere il proprio operato. Il luogo dove se sei famoso hai già vinto in partenza.