Serie TV e Romanzi. Diversi, ma non lontani

Leggendo la Lettura di ieri ho scovato l'articolo a firma di Paolo Giordano su come i romanzi siano molto meglio delle serie TV. Mi sono appuntato questi due passaggi:

Difficile, quasi impensabile, che dal discorso intorno a una serie televisiva si finisca per parlare di altro, o magari di sé, del modo in cui quella serie ha fatto da specchio alla nostra vita, al nostro dolore, alla nostra realtà. Il viaggio inizia e termina con la visione della stessa.

Quasi in chiusura d'articolo scrive testualmente:

[...]Non esiste miracolo di HBO o Netflix o Sky che nel lungo periodo abbia un effetto sulla nostra personalità, sul nostro immaginario, paragonabile a quello prodotto da un'opera letteraria. E mai esisterà. Le due esperienze, semplicemente, non sono sullo stesso piano [...]

Ora io non so chi tu frequenti caro Paolo, siamo coetanei concedimelo, ma credo sia piuttosto chiaro a tutti che quanto si staglia di fronte ai loro occhi durante una puntata di una qualsiasi serie televisiva sia un'interpretazione di determinati attori di un'ulteriore soggettività interpretativa da parte di autori e sceneggiatori di un'opera letteraria, o addirittura di qualcosa di una produzione ad hoc originale.

E in entrambi i casi, sia proveniente da un testo letterario sia una sceneggiatura originale, la serie TV non avrebbe successo se non vi fosse un'elevata qualità dello scritto. È quindi un po' riduttivo dire di non metterle sullo stesso piano, perché in realtà strettamente correlate. Vallo a dire a G.R.R. Martino e le sue "Cronache del Ghiaccio e del Fuoco" con la trasposizione in serie televisiva "Il Trono di Spade" di cui per altro è autore.

Tuttavia è sufficiente andare leggermente un pochettino più in profondità alle cose. Nessuno, a parte la vostra cerchia di amici e conoscenti, ammetterà mai le emozioni e le sensazioni scaturite dalla visione di una serie televisiva, ciò non significa che non le abbia provate o non ci abbia riflettuto su per giorni interi; non confesserà le riflessioni sulla vita scaturite da True Detective, non dirà mai di aver navigato per ore online alla ricerca di un senso compiuto all'ultima puntata di Lost, non ammetterà di fronte a tutti di essersi appuntato tutte le battute di Frank Underwood per provare ad essere un po' più squalo e un po' meno agnello. 

Una delle prime amorevoli giustificazioni addotte da maestre e genitori negli anni delle scuole elementari per invogliarci a leggere è quella in cui si dice che la lettura stimola la fantasia e tantissimi altri benefici sul nostro cervello. Nulla da obiettare, così è e così sempre resterà.

Demonizzare le serie televisive non aiuterà a vendere più libri, sarebbe magari utile accompagnare il pubblico alla visione di esse con un corollario di scritti da approfondire pre e post visione delle stesse.

Caro Paolo, posso dirtelo, trovo la tua un'analisi molto superficiale. Mi spiace non aver ancora letto il tuo "La solitudine dei numeri primi", l'ho comprato giuro, ma non siamo degli automi e la nostra fonte di emozioni, difficile da credere, arriva dai più disparati canali.

Persino una serie tv o un videogioco.