The Evil Within: Il male dentro

Il primo impatto avuto con The Evil Within è stato con un bellissimo trailer di qualche mese fa, focalizzato su le reazioni degli utenti che per la prima volta testavano il gioco. Questo, da buon amante del genere, ha scaturito in me davvero tanta curiosità per un gioco che invece si è travestito molto più da Survival piuttosto che dalla prospettica attesa di uno splatter.

Fin dalle prime scene è facile riconoscere come l’ambientazione di una colorazione slavata e decadente faccia il paio con lo stato di follia mentale del protagonista, il detective Castellanos. Uno stato di tensione, questa è la definizione corretta, non per il fatto di essere consci di vivere le distorte vicende di una mente malata, ma piuttosto derivato dall’attenzione necessaria per la decisione e successiva conseguenza di ogni nostra azione. L’attesa dell’ignoto in grado di generare più spavento dell’avvenimento stesso.

Solo così si costruisce un piccolo capolavoro e Shinji Mikami riesce a concretizzarlo grazie a tante piccole sfaccettature concatenate. Una su tutte il sistema di controllo del giocatore, rallentato in molteplici occasioni a causa delle ferite procuratosi, oppressivo nell’inquadratura sempre molto stretta in modo da non lasciare spazio a distrazioni sull’ambiente che ci circonda. Due espedienti rivelatisi molto efficaci per instillare la giusta dose di frustrazione e fastidio rispetto agli accadimenti della trama. Il non poter comprendere fino in fondo ciò che ci circonda fa si che lo scopo ultimo del gioco sia quello di restare in costante apprensione per mantenere vivo il nostro personaggio.

The Evil Within è un gioco difficile e risulta tale proprio per questa voluta mancanza di libertà nei movimenti e nei processi decisionali. Nascondersi, sfruttare fiammiferi invece di dar fondo ai proiettili per non farci sentire, la scarsità di health kit implicano il dover decidere ogni mossa in modo molto accurato e non d’impatto. Un tipo di gioco, se posso dirlo, non adatto a chi si annoia facilmente o per chi fa della strategia l’ultimo elemento da tenere in considerazione nella propria scala d’azione. Seppur spiazzante nelle prime battute, la comprensione di ciò fa un gran bene all’economia del gioco man mano che si progredirà nella storia perché si potranno affrontare i livelli successivi applicando gli stessi schemi comportamentali.

Consiglio quindi di non abbandonare dopo poche ore il gioco per eccessivo immobilismo e scarsa reattività, ma piuttosto fatevi forza per procedere oltre i primi ostacoli. Ringrazierete il momento in cui l’avrete fatto.

Ho apprezzato il dualismo creato dai produttori del gioco tra le scene reali di Sebastian Castellanos impegnato ad affrontare i demoni di Crimson City e quelle dove lo vediamo protagonista per la risoluzione di quelli presenti nella sua mente. In alcuni particolari ambienti del gioco infatti troverete uno specchio in grado di farvi accedere ad una dimensione “altra”, claustrofobica per eccellenza come quella di una stanza di ospedale, ma che rimane fondamentale per potenziare le abilità del personaggio così come le armi a disposizione. Una scelta forse azzardata, ma eccellente sotto il punto di vista narrativo, lasciando il giocatore con il costante sospetto di trovarsi ad affrontare le crude follie di una mente troppo disturbata dalla realtà.

Tecnicamente parlando The Evil Within non lascia a mascella spalancata per un comparto grafico degno di una nuova generazione, forse anche dovuto al fatto di aver voluto abbracciare in modo estremo l’uscita su tutte le piattaforme disponibili. Tuttavia sottolineo come sia dotato di un variegato level design capace di riempirsi dei giusti effetti particellari nel momento corretto. I già menzionati colori pallidi si animano grazie ad un sapiente uso di uno stile cinematografico esasperato spruzzato a dovere di sangue, nebbia e detriti in grado di incupire l’atmosfera circostante.

Voglio volontariamente tralasciare gli aspetti legati alla trama, perché vorrei evitare di influenzare il vostro giudizio su questa opera prima che attinge a piene mani da un altro capolavoro del genere come Resident Evil 4. Le rimembranze di ambienti bucolici dei villaggi similari al titolo Capcom non pregiudicheranno a mio modo di vedere il giudicare un titolo che si è affacciato al mondo come un terrificante spavento da provocare ad ogni partita, ma che invece in fin dei conti si è dimostrato un innalzamento dell’asticella nel genere dei survival, dove l’intrappolamento negli incubi lugubri della mente umana ci farà più prestare attenzione alla nostra incolumità che al mostro peggiore scaturito dai nostri più beceri incubi.

Abbeveratevi quindi attingendo a piene mani, se appassionati del genere, nel cercare di comprendere fin dove si può spingere la catarsi delle nostre più recondite paure.

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