Metal Gear Rising: Revengeance (X360)

Prendete tutto quello che durante gli anni avete imparato sui cliché di gameplay caratteristici della serie Metal Gear Solid, fatene un bello scatolone e lasciatelo fuori dalla porta per il ritiro settimanale dei rifiuti.

Sull’orlo della cancellazione più volte, con indecisioni madornali su quale team di sviluppo affidarlo, Metal Gear Rising: Revengeance trova luce sotto la stella della software house Platinum Games. Si, proprio quelli di Bayonetta.

Quest’ultima affermazione si aggancia inevitabilmente alla prima. Il nuovo capitolo della serie Metal Gear traccia una separazione stilistica molto netta rispetto a quanto siamo stati abituati in passato e il fatto di aver avuto degli sviluppatori con un certo retaggio ha fatto si che il gioco abbandonasse il sottotitolo “Tactical Espionage” per lasciar posto soltanto “all’Action”.

I fatti raccontati si posizionano 4 anni dopo quelli avvenuti in Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots, dove ritroviamo come protagonista il mitico Raiden, ormai cyborg a tutti gli effetti che rubò la scena a Solid nel secondo capitolo della serie.

Platinum Games e il team di Kojima debbono aver discusso a lungo sulla trama e per certo cercato di mischiare tutte le idee balenate in fase di brainstorming, perché cercare di comprenderla fino in fondo vi risulterà impossibile. Nonostante ciò il gioco sembra mettere in scena tutto il meglio della cultura nipponica per i robot di dimensioni pantagrueliche, la sacralità della spada, il tutto conditio nella salsa pulp sanguigna dei film d’azione americani.

Un bel casino, insomma, ma un casino da applausi.

Raiden adesso lavora per un’organizzazione militare privata, con il compito di mantenere la pace in territori scombussolati dalla guerra. In questo clima dal sottile equilibrio, c’è chi è in costante escalation per cercare di spezzarlo e generare il caos in un mondo post nucleare. Iniziano così gli 8 capitoli del gioco, in parallelo con la crescita personale di Raiden, che dopo il tagliando dei 100.000 chilometri riceve un’armatura potente consentendogli ogni genere di taglio.

Tagli, in quanto l’arma principale di Raiden rimane l’amata katana, potenziata all’inverosimile in grado di scatenare la propria brutalità con i due classici pulsanti, attacco veloce e attacco potente, e la nuova modalità Blade, dove si possono affrontare nemici indeboliti fermando il tempo, sfiorando un tasto dorsale, dandoci così la possibilità di affettarli chirurgicamente.

Oltre alle classiche combo tipiche degli hack n’ slash, vi è un’altra novità introdotta: lo Zandatsu. Raiden nel suo “esercizio del colpo di grazia” estrae da i corpi esanimi dei suoi nemici una cella energetica, indispensabile per ricaricare la propria spada e continuare con le esecuzioni.

Seppur con qualche difficoltà di controllo sulla telecamera, i combattimenti non sono impossibili e risultano ampiamenti abbordabili per chi non è proprio avvezzo alla pressione di una combinazione di tasti che in altri titoli potrebbe sembrare maniacale. Vi ritroverete quindi ad affrontare i nemici premendo un po’ alla rinfusa i tasti di parata e di attacco, perché semplicemente non li vedrete immediatamente comparire, ma con un ferma pratica saprete uscirne vittoriosi.

Di tutt’altra pasta sono i combattimenti con il boss di fine livello, spesso costituiti dai robot Metal Gear. Meritano uno studio di tecnica e di approccio e in alcuni casi vanno sfidati a più riprese intervallati da quick-time event che in alcuni casi mi hanno ricordato Shenmue.

Ad ogni scontro Raiden guadagnerà dei punti, spendibili poi per migliorare il suo equipaggiamento, vestiario e le armi che troveremo lungo il cammino.

Il gioco in sé dura poco più di 6 ore, ma è doveroso citare il fatto che il gioco nasconde, come ogni buon Metal Gear, una ri-giocabilità altissima viste le modalità di gioco più difficili e le VR mission sbloccabili recuperando i terminali di fine livello. Qui si, ritorna la modalità stealth e alcune novità sulle dinamiche di combattimento. Da aggiungere altre tre ore abbondanti per affrontarle tutte. Infine, sono moltissime le scene di intermezzo, ricche di dialoghi provenienti dal Codec con tanti spunti di riflessione sul senso della vita e sul futuro dell’umanità, un po’ come è sempre stato nelle produzioni di Kojima.

La cura dei dettagli di Raiden e dei suoi nemici sono una goduria per gli occhi dal punto di vista grafico, un lavoro meno dettagliato è stato fatto sui fondali e i dettagli delle scene dove il nostro cyborg si trova a combattere, ma provando a fare una riflessione, per mantenere 60 fps su console di quasi 9 anni fa, bisogna sacrificare qualcosa.

Ho provato il titolo su Xbox 360 dove arriva con un doppiaggio completamente in inglese, di facile comprensione, e sottotitolazione in italiano. Musicalmente si spazia da tracce metal a quelle techno a fare da colonna sonora alle azioni più arrembanti. I fan puristi della serie potrebbero storcere il naso nell’approcciare questo titolo perché è indubbio che se sono presenti le fondamenta stilistiche dei predecessori, il game play stravolge i pattern caratteristici di un gioco stealth, mentre qui siamo spesso chiamati ad affrontare all’arma bianca i villains avvicinandoci molto di più ad un Dante di Devil May Cry piuttosto che al fratello maggiore Solid.

Nonostante ciò, la marcatura di certi stereotipi nipponici in combinata con un action game di rara bellezza dal punto di vista tecnico fanno si che Metal Gear Rising: Revengeance sia un nuovo trend setter nel panorama degli hack n’ slash.

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