Comprami l'influencer che voglio vincere

Transient

L'accostamento guerra - business può essere insolita, ma quanto mai veritiera. E non è certo una scoperta da fare al tempo di Internet, ma forse rispetto a prima certe cose saltano all'occhio con maggiore facilità.

Parlo dell'incipit del post di Piero, al quale mi accosto in realtà per un altro motivo. Piero descrive situazioni in cui "l'acquisto" di utenti può essere funzionale alla forza centrifuga delle pagine Facebook e degli account Twitter cercando di limitarne al massimo l'effetto attrito causato da assenza di una community.

Per essere le prime, vendere di più, risultare le più gradite alcune aziende sono disposte a tutto. Anche evidentemente a pagarne le conseguenze e in questi pochi anni di studi e carriera di comunicazione, di stranezze ne ho viste molte e difficilmente mi riesco a stupire.

Riesco però ancora ad amareggiarmi, come oggi, dopo aver letto di Google e Oracle (in disputa per alcuni brevetti di Android) costrette a confessare di aver pagato giornalisti, blogger e professori universitari per spostare opinioni e pareri online.

Mesi spesi a parlare di influencer o sort of, persone in grado di spostare micro masse e i loro pareri, fiumi di parole spese a capire quali aziende avessero comprato bot e fake follower, quando nel frattempo quello che si legge online da persone insospettabili, credibili e autorevoli è guidato da poteri forti aziende e lobby.

Tutto mondo è paese, dalla carta stampata, e quindi di certe pratiche, non è cambiato proprio nulla, a dimostrazione ancora una volta che Internet non è un "luogo altro" o un "non luogo", ma è soltanto la versione digitale del mondo reale.