Why I Blog: Intervista a Piero Tagliapietra

Dopo Giovanni, ho deciso di coinvolgere direttamente Piero Tagliapietra, focalizzando il nostro scambio di battute sull'influenza, l'autorevolezza e quanto ancora i blog siano in grado o meno di indirizzare opinioni e comportamenti online. 

Lo spunto arriva dall'articolo de La Lettura di ieri, a firma di Serena Danna. Si parla delle ragioni per le quali si scelgono determinati passaggi nelle scelte che quotidianamente compiamo online. 

Se vuoi partecipare ti basta mandarmi un'email qui: andrea [chiocciola] contino.com

AC:  Quale significato può avere aprire un blog nel 2012? E perché è importante o meno farlo?

Transient

PT: Aprire un blog nel 2012 per me significa ritagliarsi uno spazio sicuro, un luogo che non cambia continuamente, un momento di riflessione per pensare con calma. Se dovessi dire perché è importante penso a una citazione "in realtà è l'unica cosa che abbiamo, è il nostro ultimo piccolo spazio… All'interno di quel centimetro siamo liberi." Oggi la nostra vita digitale avviene su tantissime piattaforme, ma per poter partecipare abbiamo dovuto rinunciare a qualcosa: abbiamo firmato condizioni d'uso, policy, termini di servizio e non abbiamo nessun potere su queste piattaforme, abbiamo acconsentito a modifiche unilaterali. Se domani queste dovessero chiudere o decidessero di cancellare il nostro account o cambiassero i termini non c'è nulla che potremmo fare. Un blog per me lo spazio dove ho il controllo di tutto quello che faccio e dei miei contenuti (ovviamente vale solo per le soluzioni self hosted): è la cosa che sento più vicina alla mia casa digitale, qualcosa di profondamente mio.

AC: Perché hai deciso di aprirne uno?

PT: Per raccontare, confrontarmi, riflettere e perché sono un po' esibizionista (altrimenti il blog sarebbe chiuso e non indicizzato). Il primo blog (pierotaglia.blogspot.com) l'ho aperto se non sbaglio nel 2005 ed è "colpa" di mio padre: a quel tempo ero solo uno spensierato studente di Semiotica interessato alla tecnologia e all'esplorazione delle ultime novità. Il primo è stata un vero e proprio diario, scritto di getto, ignorando completamente cose come "linea editoriale", SEO, tag, ottimizzazione etc. Puro divertimento ed esplorazione. Poi nel 2008 ho aperto pierotaglia.wordpress.com per esplorare nuove piattaforme e aprire uno spazio più "istituzionale": avevo capito che il blog poteva essere qualcosa di più e volevo distinguere i miei pensieri dalle riflessioni sul mondo della comunicazione. Questo l'ho aperto perché ero sicuro potesse essere uno strumento di lavoro. Infine, quest'anno, ho creato pierotaglia.net: ho importato e chiuso i blog su blogspot e wordpress e adesso sono di nuovo integro. Quest'ultimo blog è l'inizio di un viaggio che fa tesoro di quanto appreso in 7 anni di sperimentazione e di una maggior conoscenza del Web e del Social Media Marketing.

ACAbbiamo parlato ultimamente spesso di influencer. Su la Lettura di oggi c'è un articolo che parla proprio di questo. Fiducia, autorevolezza cosa significa spostare le opinioni sui Social Media ed esiste davvero qualcuno con il potere di farlo?

PTAssolutamente sì, esistono tantissime persone in grado di influenzare le nostre opinioni, solo che non sono gli influencer. Un'opinione su un prodotto, un'azienda o un servizio dipende da innumerevoli fattori (marca, prezzo, design, contesto, esperienze passate...) tra i quali sono presenti anche i consigli dei nostri legami su determinate aree tematiche: dato che non possiamo conoscere tutto, per riuscire a scegliere in alcuni casi deleghiamo a persone esterne di cui ci fidiamo (abbiamo avuto prova in passato che ci possiamo fidare della loro competenza). Quindi io posso essere influenzato nella scelta su un argomento che non conosco da una persona di cui mi fido e della quale conosco l'esperienza in quel determinato segmento. Facciamo un esempio: se leggo una buona recensione su un ristorante da parte di mia mamma le crederò (e la mia opinione sarà influenzata) perché 1) è la mamma (legame forte) 2) è bravissima a cucinare (esperienza verticale) 3) fa la recensione di prodotti che le piacciono (fiducia conquistata nel tempo). Se un quotidiano nazionale pubblicasse la stessa recensione mi fiderei di meno (sarebbe interessante poi fare un discorso sui neuroni a specchio e la selezione inconscia delle informazioni). Tuttavia se mia madre dovesse recensire un software di Social Media Management non mi fiderei della sua opinione e non mi lascerei influenzare perché sono in grado di valutare da solo. Poi bisogna aprire un capitolo a parte sulle recensioni da parte di sconosciuti. Per la quasi totalità di ogni prodotto ci sono recensioni positive e negative: come facciamo a decidere quali sono vere e false se non conosciamo il prodotto, l'argomento o i recensori?In molti casi vediamo solo quello che vogliamo vedere (zittiamo la cosiddetta dissonanza cognitiva): le opinioni sui prodotti dipendono da un sistema estremamente complesso di elementi ed è molto difficile ridurli a un unico elemento. Esistono gli influencer? sì. Sono uguali per tutti? no, ognuno ha i suoi.

AC: Spostiamoci sul business. Influire sul sentiment di un brand. Quale secondo te la migliore strategia di coinvolgimento della blogosfera da parte delle aziende? Ha ancora senso farlo? Quale dovrebbe essere lo scopo ultimo?

PT: Tema  molto spinoso e affascinante e cercherò di concentrarmi solo sul brand e non su prodotti e servizi (anche se sono elementi interconnessi). La prima e l'ultima domanda sono strettamente collegate perché dallo scopo dipende la strategia, ma prima di partire è necessario ribadire che il sentiment verso un brand è in qualche modo assimilabile alla corporate image: un oggetto semiotico dinamico costituito dal'insieme dei messaggi e delle discussioni dirette e indirette, volontarie e involontarie, dell'azienda, dei dipendenti e di tutte le altre persone (consumatori e non). Vediamo immediatamente che influire sul sentiment di un brand è un'operazione che riguarda tutto l'ecosistema aziendale, non solo una business line o business unit o l'area comunicazione. A questo punto mapperei tutte le discussioni su marca, servizi, prodotto e disegnerei da un lato l'as-is e dall'altro il desiderata o to-be in modo da capire se ci sono scostamenti, elementi critici e altri aspetti che posso aver ignorato nella fase iniziale. Fatta la mappa posso capire su cosa posso agire: c'è un problema di percezione? c'è un problema reale sul prodotto? c'è un problema sul servizio che non sto erogando e sul quale non ho controllo?E via così. Una volta risposto alle domande le strategie di coinvolgimento si disegnano quasi da sole: dopodiché seleziono quelle da realizzare in base alla fattibilità e all'urgenza. Se devo far vedere un prodotto in anteprima e il laboratorio di ricerca contiene 20 persone al massimo, sceglierò le 20 che mi permettano di massimizzare l'iniziativa. Se ho 10 campioni omaggio, li manderò a chi scrive e ha un elevato numero di lettori. Se devo migliorare la customer care parlerò con tutti. Forse la cosa più importante è che non esiste una migliore strategia: esistono diverse strategie, ciascuna legata con un obiettivo specifico. Con la corretta associazione hai la miglior strategia, se sbagli l'accoppiata ti trovi con quella peggiore.