Why I Blog: Intervista a Massimo Mantellini

Complici trasloco e chiusura di progetti in vista del "molto italiano" agosto il tempo dedicato a post originali è calato drasticamente. Continua però la riflessione su blogsfera e influenza/autorevolezza online con la serie Why I  Blog.

In questo nuovo filone, che inizia con il gentile contributo di Massimo Mantellini, o voluto spostare leggermente il focus su giornalismo online e il rapporto con la blogosfera: punti di incontro, scontro e cantonate.

Come di consueto, se avete piacere di partecipare, questo è l'indirizzo per entrare in contatto: andrea [chiocciola] ontino.com

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AC: Domanda di rito per iniziare, quale significato può avere aprire un blog nel 2012? E perché è importante o meno farlo?

MM: Secondo me il significato che ha sempre avuto. Avere un luogo per organizzare in maniera lineare i propri pensieri e scambiarli con altre persone che siano in grado di arricchirli (anche contraddirli è un arricchimento). È importante oggi più di un tempo, quando non esistevano grandi alternative di piattaforma, perché la grande maggioranza dei luoghi di rete che frequentiamo oggi tengono in scarso conto il valore documentale delle nostre idee. Le scambiano velocemente in modo molto ampio ed efficace ma hanno grandi limiti di archiviazione e questo, nella metafora molto amata della rete come biblioteca universale è molto male.

AC: Perché hai deciso di aprirne uno?

MM: Per curiosità. Avevo seguito i primi esperimenti italiani all'inizio del 2001 e decisi di aprirne uno.

AC: Influencer, autorevolezza, reputazione. Online da qualche giorno non si parla d'altro, complice anche la futile diatriba Grillo vs Calzolari di cui hai scritto su Il Post. Perché secondo te siamo bloccati ancora in questa concezione del "ce l'ho più lungo" mentre online conta effettivamente tutt'altro?

MM: Credo che la ragione sia duplice, perché siamo invischiati dalla logica dei media dominanti (e gli stessi media dominanti ne sono invischiati anche più di noi), quella secondo la quale i modelli quantitativi spiegano ogni cosa in maniera sufficiente alle nostre necessità. La stessa politica si è ormai abituata in tal senso, il continuo ricorso ai sondaggi è la trasposizione nel mondo delle idee della schiavitù dello share televisivo. A margine: quello della politica che sceglie in base ai numeri e non alle proprie idee è forse la peggior aberrazione che il modello quantitativo ha imposto alle nostre vite. La seconda ragione è perché siamo un paese molto pigro: la gran parte dei numeri che attengono alla crescita (o alla non crescita ) della rete in questo paese si spiegano in parte con questo immobilismo. Siamo pigri ed abitudinar per cui l'auditel applicata a Internet, da almeno un decennio basta e avanza. In realtà è tutto molto più complicato.

AC: Certa stampa online, di conseguenza, forse per arrivare prima sulla notizia o forse per superficialità nell'approfondire gli argomenti trattati pubblica informazioni errate, va per "il sentito dire" e pubblica sostanzialmente contenuti di basso valore. Colpa dei giornalisti poco formati sul tema, oppure caccia al traffico a tutti i costi?

MM: Sono molte cose assieme, credo. La principale mi pare che, accanto ad un giornalismo di scarsa qualità e molto asservito che non nasce con la rete, il giornalismo professionale italiano su Internet insegua in maniera ossessiva e deleteria il tempo reale. Meglio scrivere "si dice" seguito da una stupidaggine che 5 minuti dopo verrà cancellata senza troppi patemi piuttosto che applicarsi nell'unica differenza possibile fra il chiacchiericcio di rete e il lavoro giornalistico. Oggi i rumors improbabili su Twitter arrivano sui quotidiani italiani alla velocità della luce anche quando sono palesemente falsi. Il rapporto fra traffico (o presunto tale) e reputazione è molto sbilanciato verso il primo. Ed è un peccato. Abbiamo grandi siti editoriali con molto traffico e poca reputazione.

AC: Il tutto porta alla competenza dei blogger rispetto ai giornalisti rispetto a certe tematiche. A che punto stiamo dopo anni di diatribe su questa dicotomia di produttori di contenuto?

MM: Io trovo che il discorso sia chiuso ormai da anni. Chiunque oggi se ne è capace può produrre materiale giornalistico, a dispetto di certe vecchie prerogative e rendite di posizione ormai defunte. I giornali, ovunque essi siano, sono le strutture deputate a organizzare simili contenuti dentro un modello economico. Che pero' non è l'unico possibile e che in ogni caso non gode di nessun diritto esclusivo. Il lavoro giornalistico in rete diventa così sempre meno produzione di contenuti e sempre di più selezione di contenuti. Di intelligenze è piena la rete, scovarle ed organizzarle non è uno scherzo né un lavoro che possa fare chiunque solo per suo interesse. Da tutto questo rimescolare uscirà - io spero - un giornalismo migliore.