Why I Blog: Intervista a Luca Della Dora

Pare che "l'influenza online" sia l'argomento del weekend. Anche in quello passato con Grillo e Camisani protagonisti. Mi sono ripromesso di non parlarne perché, sinceramente, anche un po' stufo della cosa.

Transient

Proseguo invece a trattare l'argomento un po' più da vicino on chi se ne occupa quotidianamente. Oggi ho il piacere di intervistare Luca Della Dora, strategy director in We Are Social, con cui spesso ho discusso sul tema e più di una volta il nostro punto di vista è stato comune.

Se volete partecipare lasciatemi due righe qui: andrea [chiocciola] contino.co

AC: Quale significato può avere aprire un blog nel 2012? E perché è importante o meno farlo?

LDD: Per lo stesso motivo di sempre: per il desiderio di condividere ciò che si pensa con altre persone e ricevere in cambio i loro feedback, positivi o negativi che siano. Non credo che sia importante farlo per chiunque: non tutti amano scrivere, non tutti hanno qualcosa da dire, e soprattutto in pochi hanno voglia di confrontarsi "pubblicamente" con le opinioni altrui.

AC: Perché hai deciso di aprirne uno?

 

LDD: Perché mi piace condividere quello che so o che penso di sapere, ma soprattutto perché mi piace il confronto con gli altri: giudicare determinati temi senza dare il mio punto di vista mi sa tanto di anziano che osserva i lavori e sa solo criticare.

 

AC: C'è un articolo che parla proprio di questo. Fiducia, autorevolezza cosa significa spostare le opinioni sui Social Media ed esiste davvero qualcuno con il potere di farlo? Abbiamo parlato ultimamente spesso di influencer. 

LDD: Nella maggior parte dei casi esistono persone in grado di godere di maggior considerazione di altri relativamente a determinati argomenti, solitamente nicchie. Gli influencer come sono intesi da molti oggi, non esistono: avere 80k follower su Twitter non significa nulla. Posso dire quello che penso a tanta gente, ma se non sono autorevole ho lo stesso valore di quelli che danno volantini in mezzo ad una strada affollata: qualcuno leggerà il messaggio, altri lo cestineranno senza neppure guardarlo, in pochi lo ricorderanno.

Diciamo che quelli che sono definiti influencer, non sono altro che amplificatori di messaggi: con tutti i rischi che amplificare un messaggio (qualsiasi esso sia) comporta.

 

AC: Spostiamoci sul business. Influire sul sentiment di un brand. Quale secondo te la migliore strategia di coinvolgimento della blogosfera da parte delle aziende? Ha ancora senso farlo? Quale dovrebbe essere lo scopo ultimo?

Dipende troppo dal caso specifico per dare una risposta. Ha senso farlo in alcune situazioni, è controproducente in altre, e quasi necessario in altre ancora. Anche lo scopo dipende troppo dall'obiettivo dell'azienda. La sua prima domanda dovrebbe essere sempre "perché?". Ma questo a prescindere dal coinvolgimento di influencer o altre attività, e spesso invece si parte subito col "quando, quanto, come", tralasciando la domanda più importante.