Why I Blog: Intervista a Daniele Chieffi

Anche ieri La Lettura, l'inserto domenicale di cultura del Corriere della Sera, è tornata sull'argomento influencer dopo il pezzo di domenica scorsa

Nel pezzo di ieri vi è una analisi su l'obiettivo dei cosiddetti strumenti di misurazione dell'influenza online come Klout o Kred, e della tanta confusione che si sta generando intorno ad essi. Fortunatamente l'articolo riporta una paio di pareri critici come quello di Solis e Krotoski invitando a non confondere il punteggio dato da questi strumenti come capacità di persuasione, ma sottolineando come influenza e leadership vanno conquistate e sono cose che un algoritmo non è in grado, ancora, di misurare. 

Transient

A questo proposito il filone di Why I Blog prosegue di pari passo, questa volta scambiando pareri con Daniele Chieffi, Online Media Relations Manager di Unicredit Group e blogger su OLMR.

Vi ricordo, se volete partecipare mandatemi due righe qui: andrea [chiocciola] contino.co

AC: Quale significato può avere aprire un blog nel 2012? E perché è importante o meno farlo?

DC: Un blog è e rimane uno strumento di comunicazione ma la Rete è gonfia di informazioni, di contenuti. Oggi, aprire un blog ha senso, secondo me, solo se si ha veramente qualcosa da dire, qualcosa che sia in grado di portare valore alla community alla quale ci si rivolge.  Un luogo che possa aggiungere non meramente “informazioni” ma contributi, punti di vista originali, sintesi, dati e approfondimenti. E’ finita la stagione dei “diari online”, della condivisione della propria vita, che fu la logica originaria dei blog, per quello esistono i social network. 

AC: Recentemente con il caso di Trenitalia e #meetFS, sul quale hai anche scritto un post, è ritornato caldo il tema influencer, autorevolezza e capacità di spostare opinioni sui Social Media. Qual è il tuo punto di vista in merito?

DC: C’è una polemica fitta su questo tema che contrappone i “negazionisti” dell’esistenza stessa degli influencers ai sacerdoti dell’influenza sociale. Ognuno di noi si confronta con gli altri nel momento in cui deve prendere una decisione, che si tratti del ristorante da scegliere, del cellulare da acquistare o dell’atteggiamento da tenere in una crisi di coppia. E’ un atteggiamento connaturato al nostro essere “animali sociali”. Cerchiamo negli altri la conferma delle nostre idee, la giustificazione delle nostre scelte. Cerchiamo di sfruttare l’esperienza altrui per non sbagliare e lo facciamo rivolgendoci a persone che riteniamo autorevoli e affidabili, magari solo per una ristrettissima nicchia d’informazioni. Nel Web accade esattamente così, con l’amplificazione che l’assenza di barriere spazio-temporali permette. Quindi gli influencers esistono e sono al centro delle dinamiche decisionali e dei flussi informativi sulla Rete. Che poi siano in grado di “far cambiare idea” alle persone, per esempio in termini di intenzioni d’acquisto, o più semplicemente, di attivare azioni che le persone hanno già in animo di fare, poco cambia. Il risultato è sempre che esiste un soggetto che induce altri a fare qualcosa. Se poi s’intendono gli influencers come quei soggetti in grado di influenzare le opinioni altrui, il loro ruolo è ancora più chiaro e determinante. Sono loro i nuovi media dell’online, in grado di costruire e distruggere le reputazioni e di costituire fonti informative privilegiate per le loro communities.   

AC: Influire sul sentiment di un brand. Se n'è parlato durante l'incontro di State of the Net in un panel da te moderato. Quale secondo te la migliore strategia di coinvolgimento della blogosfera da parte delle aziende? Ha ancora senso farlo? Quale dovrebbe essere lo scopo ultimo?

La relazione è l’unico driver possibile per entrare in contatto con la blogosfera. Una relazione che si basi sul rispetto, il riconoscimento reciproci, la chiarezza, la trasparenza e l’eticità. L’azienda è un soggetto all’interno di una community, deve giustificare la propria presenza e farsi accettare, deve costruirsi una reputazione online attraverso quello che dice e fa sulla Rete. I blogger sono, spesso, gli influencers di quella stessa community. Entrarci in relazione significa innanzitutto riconoscere ad essi il ruolo che svolgono e poi porsi come “portatore di valore” per il blogger e la community. Niente atteggiamenti esclusivamente promozionali, quindi, tantomeno post pagati o cose così. Ascolto, risposte, contributi, esigenze soddisfatte, problemi risolti, conoscenza reciproca. E’ fondamentale riuscire a instaurare una relazione con la blogosfera. Un’azienda deve costruirsi una reputazione online per poter essere vincente sul mercato e questa dipende per buona parte da quello che gli influencers dicono di essa. 

AC: Si dice che per un blogger i Social Network siano un modo ulteriore per estendere la propria capacità di comunicazione. Altri invece considerano oramai vetusto il primo, focalizzandosi soltanto sui secondi. A chi dare ragione?

Il Web è una città costituita da diversi luoghi. C’è la piazza per incontrarsi, la panchina su cui sedersi per “pensare” in solitudine, la strada per andare via veloce, l’edicola dove acquistare il giornale e sapere “cosa succede nel mondo”. Fuor di metafora blog e social network sono luoghi diversi per esigenze informative diverse. I social network permettono una fortissima condivisione, interazione e danno la possibilità di raggiungere in maniera capillare la propria community. I blog sono luoghi di maggior approfondimento, dove ci si ferma per ragionare, per andare “più a fondo alle cose”. E’ puerile, a mio modo di vedere, pensare di essere sul Web e diventare paladini di uno strumento piuttosto che di un altro. Se siamo sulla Rete e vogliamo comunicare con la nostra community perché riteniamo che la nostra esperienza professionale e personale possa “portare valore” alla community stessa, lo dobbiamo fare nel Web, con gli strumenti, tutti, che il Web ci mette a disposizione. Usare tutte le piattaforme è, a sua volta, una forma di “servizio” ai componenti la nostra community perché parliamo loro con tutti gli strumenti a disposizione, lasciando a loro la scelta di quali siano più congeniali o comodi. In fondo la comunicazione è, di per sé, un servizio che facciamo all’altro. Internet nacque con questi presupposti (condivisione, ascolto, socialità, mutualità), non dobbiamo dimenticarcene.