L’eleganza del Duca

duke-nukem-forever Nel corso della mia breve carriera lavorativa ho avuto il piacere sia di avere a che fare sia con il mondo delle relazioni pubbliche sia con quello giornalistico, anche se non in egual misura. Con ciò voglio dire che mentre per la prima direzione ho deciso di farla diventare la mia professione, la seconda è sempre stata quella che mi sarebbe piaciuta intraprendere.

Tuttavia, fortunatamente mi hanno concesso in passato (prima con Everyeye) e mi concedono ancora oggi (Wired.it e altre collaborazioni) di scrivere e esercitare la mia passione nel raccontare il mezzo videoludico.

Solitamente chi scrive di videogiochi ne è anche un consumatore avido, e, tra giornalista/testata e software house produttrice di un determinato gioco c’è un tacito accordo per il quale quest’ultima destina ed invia un tot di copie ad altrettanti giornalisti che ne scriveranno bene o male a loro discrezione.

Si, una forma arcaica, ma ancora attualissima di product seeding.

Il punto cruciale di tutto ciò è la relazione tra il giornalista e l’azienda, indipendentemente dal tono che quest’ultimo utilizzerà nella propria recensione e guai se dovesse subire delle pressioni per variare la propria personale e professionale coscienza critica.

E, dopo oltre 8 anni in cui mi diletto a scrivere, difficilmente ho visto relazioni complicarsi in modo irrecuperabile o violenti attacchi da una parte o dall’altra.

Settimana scorsa è uscito Duke Nukem Forever, ultradecennale attesissimo seguito di uno dei più famosi titoli della storia di questo mezzo. L’ho ordinato online dall’Inghilterra per beneficiare di un discreto sconto rispetto ai retailer italiani. Non avendo ancora potuto testarlo con mano, ho evitato di andare a caccia di inutili spoiler che mi rovinassero la sorpresa, ma ho distrattamente letto dell’unanime accoglienza poco favorevole da parte di tutta la stampa di settore.

The Redner Group che si occupa delle PR del gioco ha pubblicato (e poi cancellato) questo tweet:

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Jim Redner, contattato da Ars Technica, ha dichiarato di aver scritto d’impulso, visti gli scarsi risultati di Duke Nukem Forever in termini di apprezzamento, pubblicando poi un secondo e un terzo tweet di scuse.

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Cosa ci insegna questa storia?

La più banale e facile di tutte è che da Internet non si può cancellare nulla, anche se lo si vuole.

La seconda è più importante è che il delicato equilibrio tra giornalista e professionista delle PR è regolamentato da delle leggi non scritte di reciproche riverenze e apprezzamenti più o meno velati. Questo perché il delicato meccanismo che implica la presenza di tre attori (giornalista, PR e azienda) è circolare e ogni protagonista ha bisogno dell’altro per poter continuare a fare quello che fa.

E sebbene le pubbliche relazioni siano in grado di controllare in parte gli argomenti di cui i giornalisti parleranno e l’industria ha bisogno come il pane di giornalisti che parlino dei loro giochi dandone la più ampia visibilità (sia nel bene che nel male), è da dare per assodato che in ogni parte del mondo anche il più sconosciuto dei giornalisti deve sentirsi libero di scrivere la propria opinione senza temere ripercussioni di questo tipo.

Quanto tutto ciò abbia a che fare con il codice etico sta a voi deciderlo, di certo storie così ne è pieno il mondo, ma sono quelle che ci permettono di tracciare il confine, troppo spesso sottile, tra qualità giornalistica professionale e marchette sponsorizzate.