Essere digitali oggi, in Italia

Essere digitali oggi in Italia significa essere ai margini. Perché? Innanzi tutto perché dobbiamo renderci conto che chi vive la Rete e le tecnologie che ruotano intorno ad essa è una nicchia non la massa, e poi perché siamo di un’arretratezza tecnologica paurosa. Quando tiri fuori un iPad o un eReader in metropolitana sei guardato come un alieno, quando si parla di Internet c’è ancora la popolare convinzione che vi si trovino solo pericoli. Vedi Report.

Questo è dovuto da due fattori principali. Il primo è la tecnologia che le persone trovano sul proprio posto di lavoro, dove l’età media della combo PC/Sistema operativo è, nella stragrande maggioranza dei casi, vecchia di 10 anni. Il secondo è il ritardo cronico sulle infrastrutture del nostro Paese dedicate all’informatizzazione e digitalizzazione. Un esempio pratico: il disastro Wi-Fi libero.

Nella mia lettura di feed mattutina davanti alla colazione, ho letto questo post di Louis Gray. E su tutti i paragrafi ho passato qualche secondo su questo:

The long-desired paperless office remains elusive, but for much of the home, it can be obtained. My music is streamed on Spotify, with some playlists and artists saved as digital files. My movies have a short shelf life, typically the 24 hours allotted by Apple TV before they disappear. And I've been reading all my books on the NOOKColor and on the Google Books app. There was a time when people would argue it was worth paying a premium for the physical copy of an item, but now it seems they should have to pay me for the inconvenience.

In quanti si possono equiparare facilmente alla situazione qui sopra in Italia? Forse in poche migliaia. Perché le applicazioni qui da noi non arrivano, bloccate da stupide leggi (vedi tutti i servizi musicali in streaming Rdio, Spotify, Pandora), perché certi device (vedi il Kindle) tardano a sbarcare in Italia, in quanto tutta la filiera collegata ha troppi interessi in ballo, etc. etc. etc.

La spinta alla digitalizzazione non può avvenire solo tramite l’adozione dell’utente finale, o dalle azioni delle aziende private, ma c’è bisogno di una nuova impostazione culturale che parta dallo Stato, dall’educazione, dalle infrastrutture, dalle leggi che regolamentano i tanti aspetti che coesistono online. Solo così quel breve paragrafo può diventare di massa, e non relegarci ancora una volta al terzo mondo digitale.