The dirty little secret of streaming services

The dirty little secret of streaming services is most people don’t even finish a song, they skip around. They’re looking for that hit of dopamine that satiates, and if they don’t find it immediately, they’ll move on. They’re especially interested in the work of stars, and this has less to do with the stars and their work than the society we now live in. Stars are rallying points in a Tower of Babel society. No one has seen the same niche movie as you or listened to the same niche song, but if you listen to the work of a star you can participate in the discussion, you can belong, and the truth is although the internet has provided endless verticals, we want to be in the big horizontal, we want to be a member of the club.

Via Lefsetz Letter

Il nostro futuro

Per chi non mi conosce veramente, il più delle volte posso risultare poco empatico, disinteressato, intollerante e magari anche un po’ rompi coglioni.

Ma se c’è una cosa che davvero riesce a non lasciarmi indifferente è quando l’Italia viene raccontata. Nel bene e nel male. 

E si, se non mi conosci penseresti leggendo questo blog che le mie polemiche siano soltanto nei confronti di ciò che non va in Italia, commenti distruttivi senza riguardo per quanto di buono c’è, si fa e si continuerà a fare. 

Ed è per questo che forse non dovrei vedere Le Iene. Probabilmente il format non lascia quasi mai spazio al contraddittorio, è vero, ma ci sono storie e racconti da far rabbrividire, in grado di colpire duro. Costanti rafforzi per la mia negativa opinione del nostro futuro.

Per farmi notare quanto ancora lavoro ci sia da fare, quante generazioni andrebbero educate per evitare di vedere servizi come questi:

O come questi:

Li ricollego immediatamente ad un altro servizio di un po’ di tempo fa. Mi siedo. Rifletto. Mi calmo e dico, ma è mai possibile?

Evidentemente sì. E le frasi populiste del tipo invece di stare qui a lamentarti prova a fare qualcosa. Ma cosa? Di azioni concrete e civili dovrebbero essere fatte attraverso la politica, così mi hanno insegnato.

Ma se è la politica per prima ad essere nella maggioranza dei casi connivente ad un sistema nazionale dell’arrangiarsi, del fregare il prossimo, di pensare al proprio benessere e solo a quello, di sentirsi e venir pubblicamente conclamati come furbi e superiori se si riesce a rubare o imbrogliare lo Stato o il nostro vicino. 

Che fare?

Emigrare? Stare zitti e sopportare? Provare a fare qualcosa oltre a comportarsi onestamente?

La risposta pare non essere così scontata. 

Le buone regole della comunicazione

Parole O_Stili è una conferenza sulle parole, il linguaggio e piu in generale la comunicazione che si sta svolgendo in due giornate nella meravigliosa Trieste.

Oggi è il secondo e ultimo giorno e si può seguire la diretta streaming da qui: http://www.paroleostili.com/streaming/

Per mia sfortuna né ieri né oggi ho seguito lo svolgimento dei lavori, anche se ho avvistato qualche panel molto interessante che mi auguro di poter rivedere in differita.

Nel frattempo, credo sia doveroso condividere queste brevi, ma preziose regole che dovrebbero essere un mantra in qualsiasi occasione

Online od offline, siete sempre voi. Siamo sempre noi. Schermo e tastiere sono solo un pretesto molto comodo. 

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Anche un apostrofo rosa deve rispettare la grammatica

E di licenze poetiche non possiamo parlare. Perché la pubblicità non è poesia. È una comunicazione per attirare l'attenzione verso il proprio brand o prodotti.

La poesia è la comunicazione di uno stato. La poesia è vero amore.

Il resto sono markette per attirare audience e fare più soldi.

L'altro ieri esce un po' dappertutto questa comunicazione da parte del canale televisivo Real Time. Calcando, sempre che sia stata voluta, molto bene le logiche di #shitstorming in grado di scatenarsi sui social network quando è il momento di far polemica e, altrettanto, sfruttando la logica del "purché se ne parli" e visibilità ad ogni costo.

Come presumibile, in tanti hanno condiviso additando e sfottendo l'errore voluto o meno. Io stesso ho condiviso il messaggio qui sopra, ma per un motivo molto diverso.

Ma andiamo con ordine. La campagna nella sua interezza si rivela poi nella giornata di ieri, San Valentino, scoprendo il vero l'intento di Real Time di considerare l'amore senza genere e quindi la richiesta all'Accademia della Crusca, attraverso una petizione, di poter accettare l'utilizzo anche dell'articolo indeterminativo un' con l'apostrofo quando si vuole scrive amore.

Ora, a me è interessata analizzarla dal punto di vista della mera comunicazione. E quindi facilmente potreste dirmi, le stai dando ancora visibilità. Ma poco mi importa. Plauso all'intento che di questi tempi fa sempre bene nel sottolineare un amore privo di genere, ma costruirci attorno una campagna per aprire una petizione all'Accademia della Crusca mi è suonata tanto come la trovata di voler premiare Internet con il Nobel per la Pace di qualche anno fa.

Da libretto del marketing aggiornato all'anno domini 2017 tutto è stato fatto seguendo i dettami. Word of mouth, far incazzare l'italiano medio, sharing violento, happy ending. Immagino che per un canale non di prima fascia, a livello di clic, visualizzazioni e commenti la campagna sia stata un discreto successo.

Dall'altra mi è parsa tanto una furbata e possibilmente farei un'analisi della reputation e della percezione di Real Time, adesso, a chi è stato toccato dalla campagna. Perché personalmente a me ha dato parecchio fastidio. Non sono un grammar-nazi, ma mi infastidisco molto nel vedere errori da quinta elementare, ancor più se debitamente sfruttati per costruirci una campagna di marketing.

Lorenzo lo dice bene in chiusura del suo post:

Ed è qua che una pubblicità geniale nell’attuazione fallisce in parte il suo intento: un messaggio positivo, come è quello di Real Time, si basa sulla condivisione di un valore e non sull’instillare il senso di colpa in chi semplicemente vuole rispettare la grammatica.

Poi se vale tutto, se ogni cosa deve essere il pretesto per calpestare la lingua italiana, anche tirar fuori argomentazioni sessiste e di genere, beh non è sicuramente il modo di fare marketing e comunicazione in grado di colpirmi e rispecchiare i miei valori.

Continuerò a non guardare Real Time, con buona pace del boss delle torte.

Iulmino & proud to be

È da quando ho conseguito la laura in Scienze della Comunicazione 11 anni fa che sento costantemente ripetere quanto questa Università sia soltanto da un lato covo di fighetti, dall'altro il luogo dove conseguire un titolo di studio con molta semplicità e senza un reale valore, perché dai RP e Scienze della Comunicazione a che ti serviranno mai nella vita?

L'articolo di domenica del Corriere è da fissare con una puntina e appendere da qualche parte.

Da Il Corriere della Sera del 12 Febbraio 2017

La Pizza da Eataly 🍕

Il segreto per una buona pasta, è la pasta. Così recita la pubblicità di un famoso brand, appunto, di 🍝. 

Cosi vale anche per la sua parente più prossima. La pizza. 

Così come Antonio la mangerei anche fredda a colazione, ma a differenza sua la preferisco bassa e croccante. 

La vera ricetta napoletana, quindi, non mi fa impazzire e se possibile cerco sempre la prima variante. 

Complice la nuova sede d'ufficio, giovedì ho voluta provarla da Eataly Smeraldo a Milano.

È stata una rivelazione.  

La qualità degli ingredienti, la cottura, il giusto mix tra croccantezza e morbidezza. Ma sottolineo la qualità della farina e del lievito madre. 

Una delizia dal primo all'ultimo boccone. Da provare! 

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(De)Pressione

Il suicidio di Michele e la sua lettera mi fanno riflettere da due giorni. Ogni volta che si penso mi vengono i brividi.

Michele aveva più o meno la mia età e la descrizione che ci lascia della sua vita è potente e non mi fa smettere di ricordarmi quanto sia fortunato. 

Ma qui io commetto lo stesso errore che hanno fatto tanti giornalisti nel raccontare questa storia. Associare senza nemmeno rifletterci troppo la situazione lavorativa del ragazzo con la ragione principale nel lasciarsi indietro questa vita. 

Invece no, non è e non deve essere così. I nostri tempi ci impongono l'assioma realizzazione lavorativa = rispetto e onore nella società in cui si vive. È qui che non smettiamo di compiere il peccato originale. 

Perché, fortunatamente, c'è altro, molto altro che merita molte più cure e sforzi. La difficoltà vera sta nel trovarlo e nel mantenerlo vivo.

Da qui la mia seconda riflessione. La scala sociale conta fino ad un certo punto, esserne consapevoli è già il primo passo per liberarci da quel tipo di pregiudizio utilizzato da tante fonti giornalistiche per raccontare questa storia. 

Il malessere di Michele non stava solo nel costante rifiuto lavorativo, il suo male di vivere derivava da tante altre cose. Cose che solo lui aveva dentro e impossibili da evincere da una lettera di poche righe. Provare a dare una spiegazione quindi non è sbagliato, ma non è detto che coincidano con i veri motivi. 

Ci sono due letture che consiglio per approfondire l'argomento, in grado di estraniarsi dal contesto "precariato", per provare a dare un altro tipo di risposta al gesto di Michele. 

Il primo pezzo su Libernazione

Invece di incitare le strutture sociali ed educative e le famiglie a potenziare le risorse nel senso della prevenzione e la prosocialità, viene strumentalizzata la lettera di un ragazzo che si è tolto la vita –il Miché di De Andréche si impiccò con una corda al collo, la coincidenza è interessante e si evince la stessa mancanza di pietà per un ragazzo suicida strumentalizzato a scopi politici – per far credere che il problema sia solo che a 30 anni non hai un lavoro a tempo indeterminato e che autoaffermarsi togliendosi la vita sia onorevole e sintomo di consapevolezza e lucidità, come fosse la stessa cosa dell’eutanasia.

Il secondo su Doppio Zero

La mia opinione è che abbiamo occhi per il mondo e nessuno sguardo per quel prodotto chimico che è l’intelligenza delle persone. Diamo peso ai fatti e non alle sensazioni. Viviamo in un secolo di spietato realismo in cui se un uomo decide di ammazzarsi è per colpa del sistema sociale, delle politiche del lavoro, delle aspettative, perché sappiamo guardare solo in quella direzione, e siamo convinti che le qualità di un uomo derivino dal posto che egli occupa in questo complicato sistema. Preferiamo stabilire in fretta l’identità di una vittima sulla base della sua posizione nella scala sociale; e non attribuiamo qualità umane, ma qualifiche pseudo-professionali. Ma è un modo, questo, iper-veloce per affrontare la questione, un modo per rimuoverla in fretta, senza averla non dico risolta, ma neppure scalfita. Dare la colpa a un governo, a un sistema socioeconomico, a una generazione che ne ha affossata un’altra, è dare la colpa a tutti, e quindi a nessuno, è infiacchirsi in uno stato, come io penso, di assoluta irresponsabilità, ossia di esenzione da una qualsiasi responsabilità, anche la più remota.

 

Medium a pagamento

Vi ricordate il mio post di qualche giorno fa?

Ebbene, pare che la strada sia inevitabilmente quella lì. Perlomeno, ci sarà un prodotto che prevederà la sottoscrizione da parte dell'utente. Vedremo come funzionerà.