Unconscious bias

O ciò che più propriamente possiamo tradurre come pregiudizio inconscio o un'inclinazione inconscia verso qualcuno o qualcosa.

Una sensazione che tutti nella vita abbiamo provato. Un riflesso istintivo che proviene dalle nostre basi culturali, dalla cerchia sociale alla quale apparteniamo, dai valori ai quali abbiamo forse sempre attinto fin da piccoli.

Pensate al lavoro, vedete una collega fare armi e bagagli e uscire dall'ufficio alle 16.00. Il primo pensiero istintivo, e non negatelo è capitato a tutti, è quello di dire "Ma quindi oggi mezza giornata?". Eppure non sappiamo niente di quella collega, della sua vita, di cosa accade ogni giorno oltre l'orario lavorativo, e che magari rimane col PC aperto fino alle 23 mentre noi siamo già sognanti nel letto..

Questa piccola storiella è l'esempio perfetto. Ma ce ne sono molti altri e di molto più tosti e pesanti.

Ieri, proprio qui in ufficio abbiamo fatto un bell'esercizio su questo concetto. Ho scoperto innanzi tutto questa bellissima campagna di Accenture:

Inoltre, il corso proprio sull'unconscious bias che ogni dipendente Microsoft è chiamato a fare internamente, è disponibile anche per il pubblico a questo indirizzo. Vi raccomando di seguirlo, sfaterà tante assurde convinzioni alle quali siamo abituati perché troppo spesso non guardiamo oltre in nostro orticello.
Spesso una delle cause principali di tutti i casini di questo mondo.

Shared happiness for an unbiased world.

Baby Driver

Finalmente nel volo verso Seattle sono riuscito a vedere Baby Driver. Il film di Edgar Wright, tra le altre cose anche sceneggiatore di Ant-Man, ha sempre scatenato la mia fantastia sin dal trailer, data la mia passione viscerale per Drive.

Pur non amando personalmente i musical, Baby Driver abbraccia in parte il genere. Lo fa in un modo completamente diverso da quanto ci si possa aspettare, tanto da guadagnarsi la nomea di "action musical". Il regista incastona le proprie scene a tempo di musica fin dai primi frame del film dove, se si presta un po' d'attenzione, si vedranno come parole e negozi entrino direttamente nel testo della canzone che accompagna la scena:

Colpisce così la forte lezione di storytelling, dove la musica trova ampio spazio nel racconto, privandone i dialoghi, i quali, nonostante tutto, sembrano davvero tutto fuorché irrununciabili.

Baby Driver

Baby, il nome del protagonista, appare fin da subito un personaggio lontanissimo da tutto il mondo cui viene associato. Non è un delinquente come le persone che trasporta, non si vuole "macchiare" di crimini efferati. È lì solo per un motivo, guidare e saldare il proprio debito con Doc. Ma come uno dei personaggi gli dirà poco dopo l'inizio del film: One of these days, Baby, you gonna get blood on your hands.

E così dovrà essere, perché dai casini di quel calibro è impossibile andarsene semplicemente. Nonostante tutto, la sua morale non cambierà fino alla fine del film. Farà solo ciò che andrà fatto per sistemare le cose nel modo migliore. Leale ai suoi ideali, fino alla fine.

Dal punto di vista narrativo e di utilizzo dello storytelling filmico, non c'è davvero niente di nuovo. Come descrive bene questo video, ci sono tecniche consolidate dagli albori della fimografia, ma il tocco della colonna sonora, le fanno apparire come tecniche rinfrescate dai passaggi semplici ma efficaci.

Infine le scene di inseguimento. Il film si apre con una di queste, ne vivrà diverse altre, ma simbolicamente attinge a tutta una serie di crismi che hanno segnato la storia del cinema in cui appaiono scene di questo tipo. Da Ronin a Drive, passando per Fast and Furious.

Baby Driver, come ho letto altrove, sdramatizza Drive e crea un personaggio forse più umano e ironico rispetto a quello di Ryan Gosling. Ciò in cui non riesce è però sovrastarne la cruda verità urbana. Ok, ci sono i colpi e le rapine, ma la criminalità è rappresentata come un grosso circo dal divertimento facile, mentre nel film di Nicolas Winding Refn, la melancolia e il vuoto della realtà sono inevitabili e stomachevoli.

Vi lascio però con l'immensa colonna sonora, vero punto forte del film, di cui è stato fatto un enorme utilizzo e sapiente scelte per descrivere, sottolineare e accompagnare ogni singola scena del film:

E a voi è piaciuto? Come vi è sembrato?

Qwant arriva in Italia

Ieri sera un nuovo motore di ricerca è entrato nel mercato italiano: Qwant. Ho condiviso l'invito alla presentazione con un amico e collega per raccontare ciò che è stata la serata di inaugurazione.

Quanto vale economicamente la privacy di ogni singolo utente Internet è noto a pochi. L’utente medio (che sia nativo digitale o meno) è spesso abituato a navigare su Internet accettando Termini e Condizioni di Utilizzo di svariate pagine e scritte in un burocratese poco comprensibile (E’ stato calcolato che ci vanno 244 ore all’anno per un utente per leggere le policy di ogni sito web che si visita).

Ci si è abituati ad accettare pubblicità più o meno invadenti e sempre più rilevanti per il soggetto che sta navigando. Questa “inerenza” è generata spesso da sistemi complessi di tracking che permettono la targhettizzazione dell’individuo. Ovvero di conoscere cosa la persona ha visitato, cosa sta cercando, dove ha cliccato ed altro ancora.
Questa prassi è valida per Display Ads (i comuni banner), per la pubblicità Video, ma anche per il Keyword Advertising (i risultati di ricerca sponsorizzati).

Qwant si posiziona in Italia come: “Il motore di ricerca che rispetta la tua vita privata”.

Alla presentazione erano presenti molte persone di lingua francese. Un audience che in qualche modo rispecchiare le origini di questo motore di ricerca che nasce in Francia da un fondatore Italiano.

Alberto Chalon (Amministratore Delegato e Co-Founder di Qwant) racconta che quando nel 2011 Google ha annunciato che si sarebbe aperto ad un ecosistema, ha capito che vi era l’opportunità di dare un’alternativa più rispettosa della privacy agli utenti Europei.

Nasce così in Francia Qwant che cancella l’IP e la user ID agent anonimizzando i dati così che non si sa se l’utente è uomo, donna, dove vive o quali specifici interessi abbia.

A questo punto Nicola Porro, che modera la presentazione di fronte ad una cinquantina di persone suddivise fra giornalisti, influencer e esperti del settore chiede: “Non farete una lira così…Come si fa a guadagnare?”. Il business model di Qwant è principalmente basato salla keyword advertising, ma come spiega Alberto non solo: “Ci sono dei link sponsorizzati, monetizziamo tramite lo shopping e i verticali come games

Qwant si propone sul mercato Italiano promuovendo una campagna che gira anche in TV con l’obiettivo di informare le persone che esiste un’alternativa alla cessione dei propri dati. Lo spot vuole essere una campagna di sensibilizzazione oltre che un veicolo per promuovere un nuovo modo di cercare sul web.

Tutti i partecipanti alla tavola rotonda concordano che “Bisogna scongiurare l’analfabetismo sul tema della privacy”

L’obiettivo di Qwant è quello di raggiungere il 5% di quote di mercato entro la fine del 2020 nei paesi europei (il mercato vale $20B…quindi $1B).

Ci sono già in Francia 100 persone che lavorano nel gruppo. 70% son tecnici. Una piccola sede in Germania e da oggi una sede in Italia.

Per Qwant il nostro mercato è il terzo paese più importante dopo Francia e Germania spiega Chalon.

Dalla presentazione è chiaro che il player del settore che si vuole attaccare sia Google. Non solo lo racconta Chalon, ma il messaggio viene rinforzato dagli interventi di Antonio Martusciello (Commissario AGCOM), Paolo Ainio (fondatore di Virgilio.it che racconta come Google negli anni ‘90 aveva offerto 10M di Euro per avere il posto di InfoSeek che veniva utilizzato ai tempi da Virgilio con il concetto di “Mi compro il mercato e poi detto le regole”).

Alcuni elementi chiave citati durante i vari interventi:

  • Il mercato varrà $50B nel 2020 mentre valeva $18B nel 2014
  • Ogni individuo nel 2017 si stima che genererà 1,7 MB di informazioni al secondo. Al momento Google ha a disposizione molti di questi dati, in datacenter fuori dall’Europa
  • Alcune piattaforme ad oggi esercitano un condizionamento opportunistico atto a promuovere un servizio proprio (vedasi Google Shopping e i €2.4B di sanzione comminata a Google)
  • La simmetria informativa rischia di essere distorta per volontà dell’operatore o per problemi algoritimici
  • I dati costituiscono delle leve competitive e se centralizzate in mano ad un unico player possono diventare un problema

In apertura della tavola rotonda la prima domanda viene fatta all'economista Francesco Boccia ed il tema è il DEF (Decreto Economi a eFinanza): “E’ buona l’idea di tassare le grandi società del Web sul loro fatturato?”. La risposta è tanto breve quanto illuminante: “Quanto fa l’8% di zero?”. La conversazione si sposta sulla WebTax e sul problema della sede non stabile. Secondo Boccia, chiunque fa business in un territorio deve pagare le imposte su quel territorio. La sfida è quella di superare le assimetrie (business offline e business online devono sottostare a imposte eque)

Una nota a parte va fatto per il simpatico commento di Farinetti che propone di utilizzare il termine OnLand al posto di OffLine che ha un’accezione meno positiva 😊

“Stiamo costruendo un indice europeo come quello che sta facendo Google (o ha già Google), ma il nostro resta in Europa. Ci teniamo a dar valore all’articolo 12 dei diritti dell’uomo del 1948 (Il diritto alla vita privata)” sostiene il presidente e fondatore di Qwant, Eric Leandri. “L’articolo 12 è stato messo da parte per la finanza…”. Non mancano attacchi anche ad altri motori di ricerca come Ecosia, quando viene detto che I server di Qwant sono tutti basati in Europa e utilizzando energie rinnovabili “questo risponde anche a certi motori di ricerca che vogliono salvare il pianeta piantando alberi”.

Sarà il tempo a dare il suo responso sull’impatto che questo motore di ricerca finanziato da Axel Springer, Cassa depositi e prestiti francese e altri 25M di Euro di finanziamenti Europei, sarà in grado di avere sul rispetto della privacy dei cittadini Europei.

Nel frattempo, a voi la scelta.

Lisbona in una foto

Dal castello di Sao Jorge il tramonto e il ponte 25 de Abril.

Ma come sempre...una non basta. Dentro il castello, fronte città, c’era questa coppia seduta ad assaporare l’aria salata. Pulita, leggera, diversissima da qualsiasi altra al mondo.

Faccia a piazza Rossio, immagino si scambiassero promesse su un futuro prossimo.

Lisbona ti rapisce ogni volta.

Niente di più facile, niente di più difficile

Ho pensato subito al titolo del libro di Lucchini e Di Giovanni questa mattina, dopo aver letto qualche post su Facebook sulla faccenda del video virale della filiale Intesa SanPaolo di Castiglione delle Stiviere.

Come dice Massimo, un nuovo "caso" social, una nuova ventata di espertoni pronti a giudicare quanto fatto da altri. Un commento secco, una risata, una sentenza professionale, due righe e poi via verso il nuovo Social Media Fail di giornata.

Sì perché comunicare è affar complicato, una materia che prima di tutto genera conseguenze da gestire da parte chi sa cosa la comunicazione sia e quali sono le regole che la governano. Il problema di questo video non sta tanto nel fatto della sua qualità, dei commenti da bar scaturiti, dalle posizioni supponenti prese dai cosìdetti guru. Sta a monte e si divide in due binari.

Il primo: quello dell'impossibilità, di questi tempi, di non vedere un video generato in modo artigianale per un contest aziendale (vedere locandina affianco) diventare di pubblico dominio. E qui forse ci si doveva pensare fin da subito, in fase di costruzione della campagna di comunicazione, sui modi, tempi e protezione di questi contenuti dallo diventare pubblici. Come dice bene Paolo, tutto ciò che è condivisibile può diventare in qualsiasi momento pubblico.

Il secondo: Internet non è il male. Internet è solo la trasposizione della realtà su una piattaforma diversa. E pertanto come avremmo riso se fossimo stati in un bar nel vedere questo video trasmesso da una TV locale (che poi in fondo non ha niente di diverso da tanti spot che ancora oggi girano in quel set di TV private), ridiamo qui. Solo che qui si pensa che la tastiera sia uno scudo protettore con il quale farsi strada nell'espressione catartica delle nostre intime repressioni. Lasciate lì, buttate a caso, perché tanto non siamo noi a doverci misurare con le conseguenze.
Conseguenze. Quelle non previste e non affrontate da chi ha gestito questa campagna. Conseguenze per chi ha messo online il video. Conseguenze per i protagonisti del video. La comunicazione genera e richiede di affrontare sempre e comunque delle conseguenze, positive o negative che siano.

Ho letto in queste ore tante di quelle sciocchezze, supposizioni su cosa sia successo, dichiarazioni da fonti autorevoli che nulla sanno in realtà cosa ci sia dietro da far rabbrividire. Chi si occupa di comunicazione dovrebbe analizzare ciò che è accaduto e provare a dare una spiegazione sensata per chi non ha dalla sua gli strumenti per farlo, invece di puntare il dito con un categorico: io avrei fatto meglio.

E invece questo video ha portato a galla una cosa molto semplice. Anche le migliori intenzioni possono collassare nell'esecuzione di una strategia molto interessante, che esistono iniziative di comunicazione molto peggiori di cui nessuno parla perché non coinvolge nessuna persona in modo diretto e personale e quindi non c'è più gusto perché si perde il voyerismo.

Tutto il resto è una coda lunga generata dagli strumenti di comunicazione oggi disponibili a tutti. Gli stessi tutti di cui potresti far parte la prossima volta.

Ofo

Come speravo, dopo la prova fatta con Mobike, ieri sono riuscito a trovare una bici ofo nei paraggi dell’ufficio.

Ofo è un servizio, anch'esso cinese, totalmente similare a Mobike di bike sharing in free floating. Le biciclette sono facilmente riconoscibili dal loro spiccato giallo canarino. Il funzionamento è pressoché identico al diretto competitor. 

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Si scarica l'app per Android o iOS, ci si registra, si ricarica il proprio portafoglio e si è pronti a pedalare dopo aver classicamente scansionato il QR Code e sbloccato la bici. 

La bici

Come dicevo non sono molte le differenze. Personalmente ho trovato il mezzo di ofo dotata di un manubrio più alto in modo da consentire una postura maggiormente perpendicolare al terreno, mentre su Mobile si è leggermente piegati in avanti. 

Come per Mobike, anche ofo non consente di alzare il sellino più di tanto, sfavorendo così non solo una seduta scorretta, ma anche una pedalata meno fluida. Tuttavia la sella è meglio ammortizzata e le ruote decisamente meno rigide

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La sostanziale differenza con il precedente servizio, e che forse potrebbe premiarlo alla lunga è la dotazione di un cambio Shimano a tre rapporti, oramai spesso presente in tante bici da città, che consente di ovviare a quanto dicevo per Mobike Ovvero passare agevolmente da una pedalata più morbida ad una più dura e sostanziosa per quando il fondo stradale lo consente. 

Le maglie del cestino risultano essere leggermente più strette, in modo da consentire un trasporto già più agevole di beni poco stabili. 

Punto a sfavore forse la capillarità. "Solo" 4.000 in tutta Milano. Nonostante sia stato piuttosto fortunato a trovarne una disponibile appena uscito dall'ufficio, all'uscita dall’ambulatorio non lo sono stato altrettanto. Da corso Buenos Aires avrei dovuto camminare qualche centinaio di metro per trovarne un'altra, mentre Mobike mi offriva un paio di mezzi a pochi passi. 

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Al momento di rilasciare la bici ho notato che non è avvenuta alcuna transazione, ho poi scoperto che ofo dovrebbe rimanere gratuito fino alla fine di ottobre. A differenza di Mobike che ha svelato il suo listino prezzi, 30 centesimi ogni mezz'ora per poi salire a 50, ofo ancora non ha dichiarato quanto costerà il servizio

A livello di design e maneggevolezza a me ha impressionato molto Mobike, sembra più pratica da affrontare. Tuttavia ofo vince sicuramente la battaglia del comfort tra le due. 

Quale delle due vi sta piacendo di più?

P.S. Se volete un codice per iscrivervi usate: Y01HDI

280

Twitter raddoppia, solo per alcuni selezionatissimi account (anche se esiste già un modo per averli), i caratteri a disposizione per comporre un tweet, diventando così 280. L'annuncio è stato dato ieri dal loro blog:

Ora, riflettendoci un po' questa mattina mi sono domandato un paio di cose.

Prima di tutto, perché? Come scrivevo a gennaio del 2016, Twitter dovrebbe fare Twitter e non scimmiottare altri servizi. Si snatura essenzialmente ciò per cui Twitter è stato creato, come scritto nell'articolo del Guardian:

Brevity is the soul of wit, as Shakespeare told us. A curious claim coming from a man who wrote four-hour-long plays, admittedly – but brevity is definitely the soul of Twitter. A good tweet boils information down into what’s essential. You get the headline, and a little more detail. That’s it.
That’s why whenever big news breaks, Twitter is the best place to go. It’s almost always faster and more efficient than television, radio, newspapers, or any other source. I love the Guardian’s live blogs, but when something major unfolds, Twitter becomes a collective live blog written by the world’s best journalists (at least if your feed is well-curated). Brexit, Trump’s election, the recent hurricanes – all of these events, and countless others, unfolded in a more compelling way on Twitter than anywhere else.

Divertentissimo in tal senso un tweet di un editor della rivista VICE che "ri-scrive" il post dell'annuncio del CEO di Twitter Jack Dorsey stando nei 140 caratteri:

Secondo punto, ciò che vengono addotte come scuse che hanno portato all'esperimento sono molto fragili e completamente arbitrarie. Non ci sono molti dati a supporto e sembra solo una mossa per provare a cambiarne l'utilizzo da parte degli utenti.

Insomma, più un canto del cigno che una svolta.

Che ne pensate?

Mobike

Finalmente ho provato Mobike. Io ragazzo di campagna abituato alla bici in spazi aperti e tranquilli, che viene in città solo per esigenze lavorative.

Per necessità di salute per alcuni giorni dovrò percorrere alcune volte il tratto tra Viale Pasubio e Corso Buenos Aires, un tratto di un paio di km nel cuore di Milano.

Le opzioni disponibili per percorrere questo tratto di strada sarebbero disparate: metro, tram, bus, BikeMI, Mobike, ofo, taxi, car sharing di varia natura. Ma incuriosito dalla novità ho deciso di scaricare l'app Mobike e provare a fare questo tragitto in bici.

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Praticità

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Tra tutti i servizi elencati prima mobike risulta essere sicuramente quello più economico e più facilmente accessibile. Ho pagato 0.20 centesimi nel tragitto di andata per 2.2 km, mentre ne ho pagati 0.15 prendendo qualche scorciatoia al ritorno.
Più facilmente accessibile in quanto ho trovato una bici immediatamente sotto l'ufficio e tra l'individuarla e salire in sella saranno passati poco meno di 4 minuti. In totale 17 min.
Calcolando lo stesso tragitto con altri mezzi di trasporto, inclusi gli spostamenti per raggiungerli, avrei impiegato molto, molto più tempo.

La bici

Al di là del funzionamento, come viene spiegato nel video, all'atto pratico sbloccarla è davvero semplicissimo. Si scansiona il QR code tramite l'app, il lucchetto emette un breve suono e la bici si sblocca.

A differenza di quelle del video, come nella mia foto ad inizio post, le Mobike di Milano sono provviste di cestino anteriore. Comodo sì, ma dalle maglie decisamente troppo grandi, quindi il rischio che vi cada qualcosa è davvero molto elevato.

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A differenza di ofo, servizio alternativo appena arrivato a Milano, Mobike non ha possibilità di cambiare marcia durante l'andatura, quindi se c'è un tratto in salita, anche leggero,  la fatica si farà sentire.
La pedalata sull'asfalto è molto leggera e molle. Servirebbe, personalmente per il mio tipo di pedalata, un rapporto più duro perché spesso sembra di pedalare a vuoto. La bici è ben ammortizzata solo nel sellino, ne sono invece sprovviste le forcelle. Inoltre, a rendere l'approccio un po' ruvido e legnoso con l'asfalto ci pensano le ruote tubeless, che immagino siano state scelte per un discorso di praticità, ma che mal si adattano a quei fondi piuttosto duri come un pavé milanese.

Altro punto sfavorevole l'altezza sella. Sono alto 1.78 e pur raggiungendo il limite massimo in altezza, mi sembrava di essere molto in basso e di avere una pedalata leggermente soffocata.

Conclusioni

Personalmente trovo l'arrivo dei servizi di bike sharing liberi, e che quindi non necessitano di un punto di raccolta ben definito, una specie di rivelazione. Un'idea talmente semplice, ma allo stesso tempo concettualmente rivoluzionaria rispetto a BikeMI di ATM, da cambiare totalmente l'approccio al vivere la città e su come muoversi all'interno di essa.

Si risparmiano soldi, tempo e si sta in salute.

Lodevole il fatto che il Comune abbia predisposto così tanti mezzi nei lotti messi a disposizione durante la fase di bando, a Milano infatti circolano già 8.000 Mobike, tuttavia mi auguro vivamente che si possa far tesoro della passione per il servizio da parte dei cittadini (ci sono già oltre 35.000 iscritti) e si potenzino le piste ciclabili una volta per tutte.

Napoli in una foto

Come al solito, una non sarebbe stata sufficiente.