Stampelle

Complice un’aggiustatura al menisco sono costretto a casa e a deambulare con le stampelle per due settimane buone.

Non che sia la prima volta, ma come accaduto in passato ogni volta mi stupisco della stupidità delle stampelle.

Stupidamente semplici assolvono a una funzione molto pratica, stupide perché se abbandonate a loro stesse non riescono a stare in piedi. Se non le appoggi doverosamente e con la necessaria accortezza partecipano autonomamente al naturale suicidio procurato dalla forza di gravità.

Un oggetto che serve per tenerti in piedi non riesce a farlo da solo. I paradossi dell’umanità.

Dato il molto tempo a disposizione, metà del quale passato con del ghiaccio e con le punture di eparina nella pancia, ho terminato la terza stagione de La Casa di Carta, di cui parlerò in un post a parte, ho quasi finito Dark, e iniziato -totalmente incurante della FOMO- The Game, il libro di Alessandro Baricco.

Mi riserverò di dare un giudizio finale non appena terminato, ma già da queste poche pagine l’ho trovato forzatamente arzigogolato nei ragionamenti, una giusto approccio a ciò che ci ha condotto a dove siamo ora, ma con una complicazione del linguaggio non necessaria. Ora non so se questo sia lo stile proprio di Baricco, del resto è il suo primo che leggo, ma leggere il nostro tempo come una rivoluzione mentale è per certo il giusto approccio a questi 20 anni di follia collettiva.

Solo che ci sono molti altri testi, molto meno intrecciati su loro stessi, in grado di raccontare la realtà dei nostri tempi in maniera più semplice e meno sensazionalistica.

Per camminare all’interno della comprensione della realtà dobbiamo avvalerci di stampelle, supporti letterari in questo caso, atti a guidarci e sostenerci per capire cosa diamine sta accadendo con il digitale. Ma come le stampelle dovrebbero essere facili e immediati, non più complessi della materia stessa della quale stiamo cercando risposte.

Ah, e console si scrive console e non consolle. La consolle è quella del deejay o dove si trova la strumentazione di un veicolo.

Come un font ha aiutato l'Apollo

La curiosa storia del font Futura.

When humanity first landed on the moon in 1969, the typeface Futura was right there with them. In this fascinating history of typography, designer Douglas Thomas shares Futura's role in launching the Apollo 11 spacecraft -- and how it became one of the most used fonts in the world.

Ritratti di IA

Trasforma il tuo volto in un capolavoro di pittura con AI Portraits.

"Portrait masters rarely paint smiling people because smiles and laughter were commonly associated with a more comic aspect of genre painting, and because the display of such an overt expression as smiling can seem to distort the face of the sitter. This inability of artificial intelligence to reproduce our smiles is teaching us something about the history of art."

AI Portraits
Il linguaggio delle GIF

Si pronuncia gif e non ghif, mi raccomando.

We text GIFs because of Julie Logan. Her work pioneered the use of GIFs as a language, enriching texts and tweets with a touch of personality and feeling. In this lively talk, she explains why the GIF is so powerful and shares a few tips for using them well.

Who is Julieee Logan? You text GIFs bc of me.

I’ve snuck onto an Indonesian spy plane & spent a World Cup with Team USA. I founded/sold a company in my 20s. Spent a weekend in a “Real World” style Nike Running campaign. Was called the “queen glitter bomb” in Wired, but these days I prefer sparkly human GIF ◡̈ I spent the last few years rebranding low-fi loops on the internet into a global cultural phenomenon.

The GIFs I’ve created have been seen more than a billion times and used by everyone from my mom to Janelle Monae (who just used one of my stickers on IG and hello, I’m dead now). I make .jpgs .gifs and .movs for myself, my friends, and clients like these: julieeelogan.com/clients. You can find me on the social media as @julieeelogan.

This talk was given at a TEDx event using the TED conference format but independently organized by a local community

Faceapp, divertente ma...

Ma come al solito stiamo regalando petabyte di dati a una società russa che sostanzialmente può e potrà fare ciò che vuole di tutte queste belle immagini che stiamo ritoccando per vanità personale e la paura di essere troppo decrepiti tra una decina d’anni.

NssMag fa una breve analisi di ciò.

Il successo dell'app è almeno in parte dovuto alla nostra paura di invecchiare: non vorremmo sapere tutti come saremo a 65 anni? Quante rughe avremo e come apparirà il nostro volto? E se davvero sarà quello il nostro aspetto fra 50 anni, siamo ancora in tempo per cambiarlo con prodotti ad hoc e creme per la pelle? Forse quest'ultimo è un passaggio troppo forzato, in fondo è solo un'app per divertirsi, ma questa riflessione non può essere sfuggita ai maggiori beauty brand del mondo, che vedendo quali sarebbero le parti del viso più soggette all'invecchiamento avrebbero un buon punto di partenza per sviluppare un prodotto mirato di sicuro successo.

La diffusione di questa app, però, non può non farci venire qualche domanda sulla sicurezza e sulla privacy dei nostri dati personali. FaceApp, infatti, non è mai stata chiara sull'utilizzo che fa delle immagini dei suoi utenti: al momento la società non è coinvolta in nessuno scandalo informatico relativo all'utilizzo dei dati personali, ma è molto probabile che ogni immagine che scattiamo con l'applicazione resti sul server della stessa, conservata in modo sicuro e potenzialmente disponibile per chi ne avesse bisogno. In pratica il divertimento di un minuto - lo scatto di un selfie - si trasforma in FaceApp nell'accumulo di centinai di migliaia di informazioni personali, che ancora non sa come utilizzare. 

Ma c’è di più, o meglio, sarebbe la prima cosa da leggere prima di utilizzare qualsiasi app. I termini di servizio di Faceapp riportano chiaramente quanto segue. Divertente eh, ma fino a un certo punto.

Faceapp terms of service
Ancora sul deepfake

Dopo il video su Carrey, ottima spiegazione di The Atlantic.

“We are crossing over into an era where we have to be skeptical of what we see on video,” says John Villasenor, a senior fellow at the Brookings Institution. Villasenor is talking about deepfakes—videos that are digitally manipulated in imperceptible ways, often using a machine-learning technique that superimposes existing images or audio onto source material. The technology’s verisimilitude is alarming, Villasenor argues, because it undermines our perception of truth and could have disastrous consequences for the upcoming U.S. presidential election.

Stranger Things 3

Non so se solo a me, ma come anche ad Andrea (di cui riporto il quote della sua recensione qui), Stranger Things fa quel particolarissimo effetto nostalgia e malinconia perché siamo nati negli anni ‘80.

Ed è talmente bello stare in compagnia di quei personaggi adorabili e dei loro momenti migliori che, lo dico? Lo dico. vorrei stagioni più lunghe. Non lo dico mai, anzi, dico sempre l'esatto contrario, ma qui lo dico, anche se in fondo non so quanto ci credo. Ne perderemmo in quel ritmo trascinante che, nei suoi momenti migliori, Stranger Things riesce ad avere, ma avremmo modo di passare più tempo con quel cast e di scoprire più cose su di loro. Forse ci guadagneremmo, forse no, ma non mi spiacerebbe metter piede in una dimensione alternativa in cui accade, in cui ogni anno abbiamo venti ore di quei ragazzini che vanno al cinema in bicicletta. Anche solo per vedere l'effetto che fa.

Sicuramente anche io come lui vorrei saperne sempre di più, benché questa terza stagione abbia molte lacune e alcune forzature dal punto di vista narrativo e l’eccellente lavoro fatto sul passaggio da infanzia all’adolescenza a metà degli anni ‘80 riesca a coprirne le falle.

Perché terminare una stagione così, con mille mila referenze di un mondo per noi magico è come chiudere la copertina di un libro letto tutto d’un fiato in una giornata piovosa dove gli amici non vogliono uscire per giocare a pallone o non riescono ad arrivare a casa tua in bici per un torneo al Sega Master System.

E sempre in quel magico libro ti ci ritrovi spesso e volentieri, in uno di quei personaggi più o meno nerd che sanno divertirsi davvero con poco, in quel cibo con tutti i conservanti della terra ma dal sapore inconfondibile, in quei film dove bastava l’epicità delle azioni eroiche dei personaggi per coprire gli effetti speciali posticci.

Anche in questa stagione Netflix dimostra di essere notevolmente più capace nella produzione di serie TV invece di film originali, facendo affiorare con maestria il racconto di un decennio come pochi altri sono stati in grado di fare, non avvalendosi soltanto di comuni stereotipi ma abbracciando una ricercatezza acuta che merita una visione attenta per non tralasciare tante chicche.

I minuti finali post titoli di coda dell’ultima puntata ci apparecchiano una quarta stagione dove ancora una volta il mondo sotto sopra tornerà a farci visita, dove a quanto pare sono sempre più gli umani a non volerlo lasciar perdere. E quelle parole del soldato russo fanno ben presagire in un ritorno di Hopper in grande stile quando tutti lo credevano morto.

A proposito e Hopper dove lo metti?

Per i complottisti all'ascolto

Ciao.

Quindi, verifichiamo quello che possiamo verificare ma, per carità, non cadiamo nel complottismo per partito preso. Se poi volete continuare a credere, per esempio, che la terra è piatta, che gli allunaggi non sono mai avvenuti, o che il cambiamento climatico è il risultato di un complotto di migliaia scienziati che si sono messi d’accordo per inventarsi tutto, beh, come dicevo, rendersi ridicoli è un diritto che non si dovrebbe negare a nessuno.

LifeAndrea Contino
Cambiamo la nostra dieta dell'attenzione

Un lungo post per questa calda domenica sul bisogno di cambiare la nostra “dieta dell’attenzione” e non soltanto quella mediatica.

The same way we discovered that the sedentary lifestyles of the 20th century required us to physically exert ourselves and work our bodies into healthy shape, I believe we’re on the cusp of discovering a similar necessity for our minds. We need to consciously limit our own comforts. We need to force our minds to strain themselves, to work hard for their information, to deprive our attention of the constant stimulation that it craves.

Un Jim Carrey molto falso

Ieri mattina, ancora imbambolato dalla colazione, sono rimasto per 5 minuti buoni a rivedere questo spezzone di The Shining con un Jim Carrey talmente talentuoso da domandarmi quanto fosse sottovalutato a questo punto come attore.

No. Non ho pensato a un video deepfake come prima cosa. Non l’ho fatto in primis perché Carrey ha già fatto imitazioni di Jack Nicholson molto convincenti in passato, quindi l’ho ritenuto possibile. In seconda battuta perché mi è venuto in mente Rami Malek e le sue movenze fotocopia in Bohemian Rhapsody, pensando la stessa cosa di Carrey: un allenamento estenuante tanto da imitare anche il più piccolo dettaglio.

Un abbaglio, certo. Un gran casino, come dice Gruber, in realtà:

On the surface this is just fun. But we’re obviously going to soon have real-world scandals based on these “deep fake” videos. Right now, video footage is a compelling way to prove something is true. What happens when we can’t trust video?

Perché ok, è divertente, ma basta leggere i tweet di risposta al video qui sotto per rendersi conto quanto sia facile far credere alle persone una realtà distorta. Distinguere la finzione dalla realtà diventerà sempre più complesso, come se non lo fosse già.

Un’allucinazione collettiva supportata da software molto potenti.