Difference between a Community and a Network

From El Pais interview to Zygmunt Bauman:

The question of identity has changed from being something you are born with to a task: you have to create your own community. But communities aren’t created, and you either have one or you don’t. What the social networks can create is a substitute. The difference between a community and a network is that you belong to a community, but a network belongs to you. You feel in control. You can add friends if you wish, you can delete them if you wish. You are in control of the important people to whom you relate.
People feel a little better as a result, because loneliness, abandonment, is the great fear in our individualist age. But it’s so easy to add or remove friends on the internet that people fail to learn the real social skills, which you need when you go to the street, when you go to your workplace, where you find lots of people who you need to enter into sensible interaction with. Pope Francis, who is a great man, gave his first interview after being elected to Eugenio Scalfari, an Italian journalist who is also a self-proclaimed atheist. It was a sign: real dialogue isn’t about talking to people who believe the same things as you. Social media don’t teach us to dialogue because it is so easy to avoid controversy…
But most people use social media not to unite, not to open their horizons wider, but on the contrary, to cut themselves a comfort zone where the only sounds they hear are the echoes of their own voice, where the only things they see are the reflections of their own face. Social media are very useful, they provide pleasure, but they are a trap.

Ci hanno fottuto. Una generazione costretta ad essere eternamente giovane.

Se sei nato negli anni '80 penso troverai molto di te stesso in questo post di Rigoli, di cui voglio sottolineare alcuni passaggi.

Leggi anche il resto, merita. 

E quindi ci siamo adattati, ma non come volevate voi. Abbiamo messo su famiglia lo stesso, abbiamo cominciato a fare 15 lavori diversi, lavori che non riusciamo manco a descrivervi e che a un certo punto ci saremmo anche rotti il cazzo di descrivervi mentre siamo lì ad aiutarvi perché “Non funziona Google”, e a 30 anni abbiamo più voci noi nel curriculum che voi a 60. E quasi mai, se ci offrono il posto fisso, lo vediamo come il posto in cui lavoreremo fino alla fine dei nostri giorni, ma come il posto in cui abbiamo qualche certezza di lavorare per qualche anno senza essere sbattuti fuori a calci appena il vento gira, e dopo qualche anno siamo noi che ce ne andiamo, perché non abbiamo più stimoli e vogliamo averne di nuovi.
Siamo noi che sappiamo come usare i social network che voi usate solo per giocare e mandarvi i buongiornissimi, sappiamo che alcuni giornali sono attendibili e altri no, non ci facciamo fregare dai titoli del Corriere e di Repubblica o dal telegiornale su Rai Uno che pensavate dicesse sempre la verità.
Volevamo fare quello che sognavamo da piccoli, e lo facciamo. Magari non ci prendiamo dei soldi ma continuiamo perché vogliamo farlo, non abbandoniamo quello che volevamo fare solo perché vorreste vederci sistemati.

[...]

Insegneremo ai nostri figli che la vita è difficile, molto difficile, ma che possono fare qualsiasi cosa e non gli romperemo il cazzo dicendo “E allora quando ti sposi?” oppure “Non vieni mai a trovarci!”. Si sposeranno e faranno figli quando vorranno, se vorranno, e non ci metteremo in mezzo. Ci verranno a trovare quando avranno voglia loro, non costringendoli col ricatto sentimentale dopo avergli costruito attorno la gabbia della famiglia che ancora oggi continua a ingabbiare migliaia di persone che a cinquantanni si sentono ancora figli prima che uomini o donne.
Nessuno dovrà passare quello che abbiamo passato e stiamo passando noi, quello che voi non riuscite ancora a capire perché per voi gli anni Settanta non sono mai finiti, pensate ci siano ancora le lotte operaie, Guccini alla Festa dell’Unità e il Festival di Sanremo con il superospite internazionale.
Sapete che c’è? Avete vinto quella guerra, ma quella che stiamo combattendo noi, voi non sapete neanche che è in corso. Cazzi vostri, non possiamo starvi appresso in eterno, abbiamo da fare.

Blog, un riflesso del pensiero

In Italia, oramai e purtroppo, siamo rimasti in pochi ad aggiornare in maniera costante, metodica e quasi pedante il proprio blog. 

Non so, forse sono io che ho un RSS Feed ridotto, o non riesco a trovarne di nuovi che abbiano un appeal vicino ai miei interessi, ma tra i tanti che seguivo in pochi hanno mantenuto ancora oggi una minima attività "cardiaca". 

È bello farsi un giro, invece, tra i post di quelli ormai abbandonati. Sembrano come la Tesla lanciata nello spazio qualche giorno fa. Sono lì, galleggiano nell'etere inerti e immobili da anni, riproponendo argomenti e storie lontanissime per il contesto di riferimento, sebbene scritti poco tempo fa. 

C'è però dentro una grande verità in quel cimitero virtuale di post abbandonati a se stessi, la stessa che puoi ritrovare su quegli approdi sicuri in grado di proporre quantomeno un aggiornamento settimanale: Resteranno per sempre il riflesso di come gli autori hanno visto/vedono il mondo, il riflesso del loro pensiero

Lo spunto di questa riflessione arriva dal post di Om Malik, uno dei pochi blog ancora "vivi" tra quelli che seguo: 

Original posts, links and opinions are essentially a reflection on how they view the world and how they are thinking.
Today, we “think out loud” in too many places on the Internet and as a result are creating a diffused online presence. The more I try new services, the more I come to appreciate my Omstead, my thought place!

Una moltitudine di fonti nel quale imprimere al nostra identità. Un solo posto dove essere realmente se stessi e lasciare un'eredità (Leggere al punto 5 quidigitale certa

SpaceX, Falcon Heavy and trash ads

It's always good to see things from another perspective. The yesterday's launch from Elon Musk's SpaceX is certainly a big step for humanity, but other things might have to be considered. Like a live streaming of a Tesla billboard in space.

There is ample prior art, but I suspect Elon Musk launching a Tesla Roadster into orbit will go down in history as the first notable advertisement in space, a marketing stunt for the ages. However, it seems problematic that billionaires can place billboards in orbit and then shoot them willy nilly into the asteroid belt without much in the way of oversight. As the Roadster recedes from Earth and our memory, will it become just another piece of trash carelessly tossed by humanity into a pristine wilderness, the first of many to come? Or as it ages, will it become an historic artifact, a orbiting testament to the achievement and naivety of early 21st century science, technology, and culture? It’s not difficult to imagine, 40 or 50 years from now, space tourists visiting the Roadster on its occasional flybys of Mars and Earth. I wonder what they’ll think of all this?

More:

At one point, 2.3 million people were watching the livestream on Youtube – making it the second most popular livestream of all time.
The videos and reuploads have since attracted tens of millions more views and virtually every publication on the planet wrote about it.
Just days after car companies spent millions on commercials to run during the Super Bowl, Tesla probably beat them in overall reach simply because Musk used some synergy between his two companies.

HappyOrNot. La customer satisfaction a colpi di smile

Ieri mi sono imbattuto in questo articolo de Il Post. Parla di HappyOrNot, quelle simpatiche macchinette con delle faccine dal verde sorridente al tristissimo rosso, che da qualche tempo ormai stazionano negli aeroporti, all'uscita dai supermercati e in molti punti vendita delle nostre città.

Ci chiedono di essere premuti, di dare un feedback effimero sull'esperienza appena ricevuta. 1 secondo, una pressione sul pulsante e arrivederci. Dietro tutto ciò c'è tanto altro. I cosiddetti Big Data entrano in gioco e mostrano molto altro. Un estratto dall'articolo del New Yorker dal quale Il Post ha preso ispirazione:

Smiley Terminal Button Press.jpg
A single HappyOrNot terminal can register thousands of impressions in a day, from people who buy and people who don’t. The terminals are self-explanatory, and customers can use them without breaking stride. In the jargon of tech, giving feedback through HappyOrNot is “frictionless.” And, although the responses are anonymous, they are time-stamped. One client discovered that customer satisfaction in a particular store plummeted at ten o’clock every morning. Video from a closed-circuit security camera revealed that the drop was caused by an employee who began work at that hour and took a long time to get going. She was retrained, and the frowns went away.
Last year, a Swedish sofa retailer hired HappyOrNot to help it understand a sales problem in its stores. Revenues were high during the late afternoon and evening but low during the morning and early afternoon, and the retailer’s executives hadn’t been able to figure out what their daytime employees were doing wrong. The data from HappyOrNot’s terminals surprised them: customers felt the most satisfied during the hours when sales were low, and the least satisfied during the hours when sales were high. The executives realized that, for years, they’d looked at the problem the wrong way. Because late-day revenues had always been relatively high, the executives hadn’t considered the possibility that they should have been even higher. The company added more salespeople in the afternoon and evening, and earnings improved.

Insomma, figata figata, fin qui tutto bene. Installi l'aggeggio, leggi i dati, spii da lontano cosa fanno i tuoi dipendenti e aggiusti il tiro. Nell'intervista, il responsabile delle vendite di HappyOrNot, dice che la torretta è in grado di rilevare i falsi positivi così come escludere chi per ripicca staziona lì davanti e preme ripetutamente uno dei bottoni. 

Bene. Ma come?

Penso e ripenso a quando si esce da Eataly Smeraldo a Milano, c'è uno di quegli affari posizionati all'uscita, subito dopo le casse. Quando arriverà il report al gestore del punto vendita mi piacerebbe sapere quali sono gli indicatori, nel caso ce ne fossero, che gli permettano di capire se c'è qualcosa che va storto.

Il voto dato a cosa si riferisce? All'esperienza in generale? All'aver litigato con chi ha affettato i salumi al piano di sopra, o al resto sbagliato alla cassa? All'esser felici per l'acquisto appena fatto?

Dare feedback, così come rispondere a sondaggi scritti, telefonici o per strada è un immensa rottura di scatole, ma spesso fondamentale per migliorare tanti aspetti dell'offerta di beni e servizi.

HappyOrNot offre un'esperienza a bassa risoluzione (per citare il libro di Massimo appena uscito) mi sembra ottimo per i piccoli negozi, dove l'occhio del direttore o del proprietario è in grado di correggere certi comportamenti, per la grossa distribuzione o i grandi punti vendita sarebbe interessante averne uno in ogni reparto, o come fatto per gli aeroporti in aree specifiche. 

The End of the F***ing World

Lo scorso weekend, in una serata e mezza, abbiamo terminato di vedere The End of the F***ing World la nuova mini-serie Netflix basata sul fumetto di Charles S. Forsman

Sono pochi episodi, 20 min ca. ciascuno, quindi non troppo impegnativa. Ho pensato sia lunedì che ieri di scrivere qualcosa su questi moderni e apatici Bonnie & Clyde in cerca di emozioni forti, instancabili nel riuscire a provare qualcosa almeno una volta nella vita.

Tuttavia, leggendo le recensioni online il più è stato già scritto: la serie non eccelle per una narrazione o un girato da Oscar, ma il suo punto forte sta proprio nel riuscire ad infilare scene macabre e, per i più, truci, trattandole in maniera banale e leggera. Quasi a ricordarci costantemente quanto la generazione di oggi spesso rimanga senza reazioni di fronte alla tragedia o al lutto. 

La chiave di lettura che avrei voluto dare è proprio quella di Vulture. Al di là del piattume e della mediocrità che fanno da sfondo alla serie, alla leggerezza dei cliché sbattuti sullo schermo come se stessimo guardando il nostro NewsFeed di Facebook, The End of the F***ing World nasconde un significato profondo e impercettibile, non troppo complicato da decifrare ma che richiede attenzione per essere compreso. 

Il senso ultimo è l'arrivo alla comprensione dell'importanza dell'altro, della condivisione delle esperienze, il completamento esistenziale, nonostante il contesto, nonostante le situazioni circostanziali della vita.

“I’ve just turned eighteen, and I think I understand what people mean to each other,” James thinks to himself. Alyssa screams for him. The screen goes black and we hear a final gunshot.
I don’t know what else there is to say. This was a tremendously compelling love story. This was the last show that’s ever allowed to have a self-professed psychopath because it’s the first one to ever pull it off. Everyone involved with The End of the F***ing World should be making television forever and ever, but I hope this is the last we see of Alyssa and James as characters, because this is a perfect way for their story to end.

Nonostante quindi la messa in scena tragicomica di crimini più o meno gravi, i secondi finali della serie guadagnano quel sentimento unico e sconvolgente che molte persone provano quando l'amore della loro vita è minacciato, se non addirittura portato via: è come se il mondo fosse, appunto, finito, e l'atto di sacrificio di James combinato con le suppliche di pianto di Alyssa evocano quella precisa sensazione.

Ci sono cose buone in questo mondo - amore, risate e vita - anche se devi scavare nello schifo per trovarle.

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