In orario

Ma la questione del tempo di cui voglio parlare non riguarda solo l’orario in cui si è soliti sedere a tavola. Riguarda cosa succede quando dobbiamo andare a un appuntamento. Ci sono infatti tre modi per presentarsi a un appuntamento: arrivare presto, arrivare puntuali, arrivare tardi. Poi c’è un quarto modo, praticato da pochissimi amatori – che qui denominerò iperanticipanti – e che richiede un vero e proprio esercizio di filosofia: arrivare in largo anticipo. I disinvolti non solo non ammettono il quarto modo, ma sono incapaci anche solo di immaginarlo, come le marmotte non possono immaginare a cosa serve una caffettiera.

Nella concretezza della mia vita da iperanticipante arrivare in largo anticipo significa che, se devo prendere un treno alle nove del mattino, farò in modo di trovarmi in stazione alle sette e quarantacinque. Perché proprio un’ora e un quarto di anticipo, e non un’ora tonda? Un’ora e un quarto di anticipo non è un tempo casuale o approssimativo. È il frutto di un ragionamento profondo. Perché l’ora d’anticipo è il minimo che la mia coscienza rivendica affinché io possa galleggiare nel tempo dell’attesa senza lasciarmi trasportare dalle sue fluttuose rapide

Questo articolo su doppiozero è forse un po’ estremo per come intendo io la puntualità.

Il mondo purtroppo è in mano ai ritardatari. Anche un solo minuto di ritardo per me inizia ad essere troppo, non scusabile e non giustificabile, a meno di serie motivazioni.

La tecnologia ci dà la possibilità di pianificare molto bene i nostri spostamenti. Le varie app di mappe hanno ormai integrate varie funzionalità di monitoraggio del traffico in tempo reale, se si sta pianificando un viaggio è possibile monitorarlo quotidianamente per capire come varia il timing di giorno in giorno in modo da fare una stima.

Idem per i trasporti pubblici.

Un ritardatario oggi non ha più scuse.

Eppure la stragrande maggioranza della gente non pensa minimamente al prossimo, alla mancanza di rispetto per chi ha altro da fare e si è programmato la giornata con delle scadenze precise e il ritardo di qualcuno diventa il ritardo di qualcun altro e così a cascata.

Personalmente tendo anche io sempre ad arrivare in anticipo, non certo un’ora e un quarto, ma quasi sempre sono io a dover aspettare il mio appuntamento.

L’inclinazione morale ad arrivare in largo anticipo l’ho ereditata da mia madre. Quand’ero ragazzino, mia madre era il tipo che se avevamo un appuntamento dal dentista alle quattro del pomeriggio, diceva che era meglio presentarsi alle tre. La scusa era semplice: se il paziente prima di noi avesse saltato l’appuntamento, noi saremmo subentrati al suo posto.

Ho cercato più volte di darmi una spiegazione. Se sia il menefreghismo verso il prossimo, la superficialità del “tanto che vuoi che siano 5 minuti”, la scarsa propensione a misurare il proprio tempo e quindi finire di lavorare alle 20 invece che alle 18 perché lo si perde in innumerevoli distrazioni.

Non sono riuscito ancora a darmi una risposta. Forse è tutta una questione di educazione.

LifeAndrea Contino
Nero Pece

Non so bene quando e dove sia partita la moda dei lavaggi auto all’interno dei parcheggi dei centri commerciali.

Ieri mattina ho lasciato la mia approfittando per fare la spesa e lasciare qualche capo in tintoria.

Al momento del ritiro dell’auto mi sono incantato sui cerchioni.

Perché si mette ancora quel liquido nero pece sulla spalla della gomma per farla diventare più luminosa?

Anzi, qual è il senso di metterlo?

Per far sembrare le auto più nuove? Ma non escono dal concessionario con le ruote lucide, quindi non ne capisco il motivo.

A cosa serve di preciso?

LifeAndrea Contino
Lo smartphone è la nuova fotocamera

Non che sia una novità, ma mai come in questi due anni passati lo smartphone viene scelto soprattutto per una caratteristica.

La sua fotocamera.

Le capacità software, al di là di pochi cambiamenti e funzionalità arrivati con gli aggiornamenti annuali, sono rimaste sostanzialmente le medesime.

La partita si è spostata sulla capacità di avvicinarsi a una reflex e riuscire ad avere la durata massima di batteria.

Probabilmente Apple arriva con imperdonabile ritardo a combattere questa battaglia, soprattutto se considerati i costi al consumatore finale ormai più prossimi a un personal computer che a un Nokia di qualche decennio fa, ma sembra che finalmente abbia compreso di dover responsabilizzare sul serio i pay-off delle sue campagne.

La miglior fotocamera di sempre.

iPhone 11, o meglio iPhone 11 Pro sembra rispondere a questo assioma.

Quindi se arrivate da qualche vecchia generazione di iPhone, ma non vi interessa poi molto il comparto fotografico, non c’è molto che vi state perdendo.

Se invece per voi Smartphone = Fotocamera di qualità. Allora siete entrati nel famoso tunnel della linea di galleggiamento del “sempre aggiornato”, e quindi vi scatterà l’insana voglia di prendere il vostro iPhone XS e buttarlo alle ortiche dopo aver visto questo video.

Ovvio, fino al prossimo anno.


TecnologiaAndrea Contino
Quattro note mortali

Think back to some of the most dramatic scenes in film history — from The Lion King, The Shining, It’s a Wonderful Life. Besides being sad or scary, they have something else in common: the dies irae. “Dies irae” translates from Latin to “Day of Wrath” — it’s a 13th-century Gregorian chant describing the day Catholics believe God will judge the living and the dead and send them to heaven or hell. And it was sung during one specific mass: funerals.

As Catholicism permeated world culture, the melody of the chant was repurposed into classical music, where it was used to convey a deathly, eerie tone. From there it worked its way into films — and if you don’t already know it, you’ve almost certainly heard it before: It’s played over and over in our scariest and most dramatic cinematic moments.

Cinema & TV, MusicAndrea Contino
L'importanza dello streaming nel futuro dell'intrattenimento

In a talk and demo, Twitch cofounder Emmett Shear shares his vision for the future of interactive entertainment -- and explains how video game streaming is helping people build communities online

Il CEO di Twitch parla della relazione tra creatori e consumatori. Come i giochi multiplayer ci rendono partecipativi, siano intrinsecamente social e ci rendano allo stesso modo partecipanti e spettatori.

VideogiochiAndrea Contino
I messaggi hanno sostituito le telefonate. E a me sta bene così.

With so many digital avenues now available for reaching someone, the problem with phone calls is not that they’re inconvenient. It’s that they’re gauche. Especially for young people who tend to use their phones constantly, text messaging has become a roiling conversation that never really begins or ends. There’s often just as strong an expectation of an immediate answer to a text as there has traditionally been to a phone call—a phenomenon probably familiar to you if your significant other has ever fussed at you for tweeting or posting to Instagram Stories while you’ve left him or her on read. A phone call might still carry a more explicit demand for attention, but it’s actually far easier to explain being unable to answer a call than a text.

Lo spunto arriva da un articolo di The Atlantic. Seppure la tesi sostenga che una telefonata oggi giorno sia molto meglio di un messaggino, in quanto quest’ultimi hanno creato un’aspettativa di risposta e una tensione non indifferente tra i soggetti in gioco, io resto a favore del testo scritto.

Personalmente ho sempre ritenuto la telefonata una scocciatura, una perdita di tempo fatta di formalismi ai quali non mi sono mai troppo abituato, mentre sono perfettamente a mio agio con email, chat e quant’altro.

Inoltre negli anni ho sviluppato i giusti “anticorpi” per affrontare serenamente le aspettative di risposta. I tempi li detto io, ovvio salvo emergenze, di quanto poter e dover rispondere.

Si chiama comunicazione asincrona e forse troppo spesso ce ne dimentichiamo.

ComunicazioneAndrea Contino
La musica che non c'è più

Dove sono io ora? Dove sono andato? Dove è finita la mia musica?

Ho scoperto musica che mi piaceva negli ultimi vent’anni. Ma le canzoni che mi hanno emozionato come mi capitava un tempo, in cuffia con il volume al massimo nella mia camera di studente, si contano sulle dita di una mano. Quattro o cinque in tutto, in un periodo molto lungo. Non ve le elencherò. Nei due decenni precedenti erano state invece centinaia, anche se molte di queste — ne sono convinto — rimangono solide certezze solo perché collegate ai meccanismi del ricordo e del rimpianto.

Il post di ieri di Massimo racconta una realtà molto comune. O per lo meno è ciò che vivo anche io nei miei mid 30s.

Al di là dell’improvviso imbruttimento della musica, provo ad aggiungere la mia personale esperienza.

Le canzoni pop e mainstream si sono via via accorciate, per permettere una fruizione veloce mordi e fuggi, sempre di più escono singoli ed EP invece di album proprio per rispettare questa logica.

Questa è la prima diretta conseguenza dell’avvento delle piattaforme di streaming, le quali nel tempo sono riuscite a creare dei comportamenti al limite dell’isteria. L’accesso a una libreria pressoché infinita di brani fa scattare spesso la voglia di voler ascoltare il più possibile di un genere musicale, stando dietro alle nuove uscite del venerdì, così come le varie playlist suggerite.

L’abbondanza crea dipendenza da ascolto superficiale.

Molto raramente si ascolta un album fino a consumare la batteria dello smartphone e ci si emoziona ancora più di rado.

Per vendere bisogna uniformarsi alle logiche contemporanee del mercato, anche se serve passare attraverso una musica inascoltabile (che poi per alcuni non lo è affatto ovviamente), e sono sempre più rari quegli artisti che prediligono la fedeltà al proprio stile musicale sopra le logiche di mercato.

Dal mio personale punto di vista sono questi a rimanere gli ultimi baluardi di una produzione artistica seria.

Insomma, se da un lato Spotify ci ha liberato dalle catene dell’inaccessibilità dell’ascolto, dall’altro ci ha relegato a un mondo di musica superficiale che passa dalle nostre orecchie con rapidità senza lasciare emozioni o ricordi. Quelle che ci riescono il più delle volte sono fuori da qualsiasi classifica Billboard e non ne sente parlare nessuno. Il vero lavoro da fare su quelle piattaforme da parte dell’utente è cercare quelle gemme nascoste e tenersele strette fino alla prossima playlist.

MusicAndrea Contino
La battaglia per l'attenzione

Joseph Gordon-Levitt has gotten more than his fair share of attention from his acting career. But as social media exploded over the past decade, he got addicted like the rest of us -- trying to gain followers and likes only to be left feeling inadequate and less creative. In a refreshingly honest talk, he explores how the attention-driven model of big tech companies impacts our creativity -- and shares a more powerful feeling than getting attention: paying attention.

ComunicazioneAndrea Contino
Discutere. Sì, ma per quale motivo?

In tanti anni di presenza su molteplici social network, raramente mi è capitato di partecipare a discussioni accese e ritrovarmi invischiato nel sadico meccanismo di controllo spasmodico del mio turno per esprimere la mia opinione.

In questi giorni sono rimasto coinvolto in questa rarità. E le conclusioni a cui sono arrivato sono diverse e talvolta contrastanti.

Mi sono domandato se avesse senso, fosse importante, portasse a qualcosa di costruttivo scrivere su Facebook mie opinioni personali, talvolta ruvide, per aggiungere il mio punto di vista a una discussione che comunque sarebbe lo stesso terminata in un binario morto.

Mi sono domandato invece perché non farlo. Perché rimanere impassibili, auto-eliminarsi da un discorso, che come detto sarebbe comunque finito su un binario morto, e lasciare spazio a una sola corrente di pensiero giustificandosi privando di importanza il fatto che lo scambio di opinioni avvenisse online e per di più su un social network.

Mi sono domandato se il vortice di spreco di energie, il coinvolgimento emotivo, il rilascio di adrenalina valessero la pena. Se fossero soltanto dannosi per la mia sanità mentale oppure nascondessero qualcosa di diverso.

Per mia natura non sono capace di lasciar perdere. Da non confondere con l’attaccare briga o fare il leone da tastiera come oramai piace tanto dire. Mi sono sempre reputato rispettoso dell’opinione altrui, anzi prego che tutti abbiano la possibilità di esprimerla.

E così mi sono risposto. Lasciar perdere anche una insignificante discussione online talvolta è la mossa migliore. Per prima cosa perché il più delle volte non ho la titolarità né le competenze per aggiungere qualcosa al discorso. Ma quando si passa sul piano del giudizio e delle opinioni personali credo sia importante esserci, farsi sentire, con modi e tempi aderenti all’educazione e rispettosi della legge.

Lo star zitti equivale a far passare una sola linea di pensiero, ad uniformarsi, al dover per forza aderire a una corrente che il più delle volte vuol far credere di essere onnisciente, sopra le parti, nel giusto perché utilizza il buonismo come leva giustificativa.

Sì, è solo una diamine di discussione nell’etere. Ma quando è messa a repentaglio la libertà di esprimersi e rappresentare un contraddittorio, allora è giusto farsi sentire sempre e comunque.