Un blog ti cambia la vita parte 2

Bella intervista a Khoi Vinh, Adobe Principal Designer, che da 20 anni sul suo blog racconta se stesso e il suo mondo: Subtraction.com

Ci sono alcuni passaggi fondamentali, in cui mi sono rispecchiato totalmente. Sia dal punto di vista della carriera:

It’s hard to overstate how important my blog has been, but if I were to try to distill it down into one word, it would be: “amplifier.” Writing in general and the blog in particular has amplified everything that I’ve done in my career, effectively broadcasting my career in ways that just wouldn’t have happened otherwise.

Sia dell’indipendenza, non importa a che prezzo, da tutte le altre piattaforme del momento.

That said, I personally can’t imagine handing over all of my labor to a centralized platform where it’s chopped up and shuffled together with content from countless other sources, only to be exploited at the current whims of the platform owners’ volatile business models. I know a lot of creators are successful in that context, but I also see a lot of stuff that gets rendered essentially indistinguishable from everything else, lost in the blizzard of “content.”

E ancora:

Again, I’m not suggesting that what I do has any superior worth at all, but what I will say is that the difference between content that lives on a centralized blogging platform and what I do on a site that I own and operate myself—where I don’t answer to anyone else but me—is that what my writing on Subtraction.com has a high tolerance for ambiguity. It’s generally about design and technology, but sometimes it’s about some random subject matter, some non sequitur, some personal passion. It’s a place for writing and thinking, and ambiguity is okay there, even an essential part of it. That’s actually increasingly rare in our digital world now, and I personally value that a lot.

Da leggere tutta!

Playdate

Questa mattina mi sono alzato con il feed reader un po’ impazzito. Molti siti e blog parlano di Playdate, una nuova console portatile con screen bianco e nero, 149$ di costo e 12 giochi. I giochi arriveranno sulla console con un formato molto particolare, uno a settimana per 12 settimane, ogni lunedì.

Panic, la società software dietro a tante fortunate app e Campo Santo, sono gli sviluppatori dietro il progetto, hanno scritto il loro sistema operativo proprietario e sono riusciti a piazzare un’ottima risoluzione (400 × 240) anche se non retro-illuminato e una stranissima manovella che pare possa ampliare l’interazione con i vari giochi.

Uscita 2020. Restiamo in attesa.

Playdate
La scienza del dolore

Explore the biological and psychological factors that influence how we experience pain and how our nervous system reactions to harmful stimuli. -- In 1995, the British Medical Journal published a report about a builder who accidentally jumped onto a nail, which pierced straight through his steel-toed boot. He was in such agonizing pain that any movement was unbearable. But when the doctors took off his boot, they discovered that the nail had never touched his foot at all. What’s going on? Joshua W. Pate investigates the experience of pain.

LifeAndrea Contino
L'ultima volta del Trono

Come non essere d’accordo con l’opinionista de Il Corriere?

E poi parliamo di Jon Snow: che fine gli hanno fatto fare a questo povero re legittimo senza corona? Scopre in quattro e quattr’otto di essere l’erede al trono perché nelle sue vene scorre il sangue Targaryen: una rivelazione che ha emozionato profondamente lo spettatore, venuto a conoscenza del segreto molto prima del diretto interessato. Nel giro di poche puntate Jon viene trasformato in un personaggio totalmente inutile: non salva il suo Nord dagli Estranei perché ci pensa Arya mentre lui stava per essere fatto arrosto dal drago dei non morti, non frena la furia di Daenerys e non salva i civili di Approdo del re. E nel finale? Non me la bevo la storia che uccide la sua amata per salvare il mondo dall’ennesimo tiranno. O meglio, lo fa con uno scontatissimo pugnale nel cuore (ah i bei tempi dei baci al veleno di Dorne), ma solo perché Tyrion (ancora lui) tocca la sua anima e il suo senso di colpa nell’unica scena riuscita dell’ultimo episodio. Senza quel discorsetto del condannato a morte, visto come buttava nell’ultima stagione, l’ex bastardo di casa Stark probabilmente non avrebbe neppure fatto il giusto atto finale. 

Così, la mia storia di sangue e veleni termina negli ultimi minuti del finale di stagione con una carrellata hollywoodiana che accompagna commossa i nostri personaggi mentre si preparano alla loro vita futura senza più una trama. Tutto molto bello, ma Game of Thrones non è cinema, non è “Star Wars”, non è “Il Signore degli anelli”. Non è il filtro blu che colora tutta l’ultima stagione per rendere più moderna la fotografia. È tutta un’altra cosa, è molta più cruda, sporca, tanto che a rivedere gli episodi delle prime stagioni sembrano quasi telefilm di fine anni ‘90. A Westeros non c’è spazio per il sentimentale e il commovente. Qui c’è, c’era, spazio per uomini che vivono, sbagliano e si redimono (forse) solo dopo la morte. E invece vedo la mia Arya, la ragazza soldato dai mille volti, che si prepara il fagotto e parte alla conquista delle terre sconosciute come qualsiasi esploratore. Non doveva finire così. Non il mio trono di spade.

La vera sensazione che da grande fan della serie ho avuto è che la rovina di Game Of Thrones sia stata il proseguire le serie TV senza avere le spalle coperte dai libri di Martin.

L’adattamento TV di una serie con un così ampio pozzo di informazioni ben si denotava nelle prime stagioni, mentre, soprattutto quest’ultima ottava, tutto è sembrato veloce, abbozzato, una cavalcata veloce verso un finale agrodolce.

Eravamo tutti preparati a non avere un lieto fine, ci era stato detto, ma così sembra una presa in giro. Le regole di un reame millenario cambiate in pochi minuti. Dal dimenticarsi totalmente chi fosse il Re legittimo per diritto di sangue, al passare ad una sorta di democrazia per chi dovrà essere il vero reggente.

Ovvio, gli spettatori del Trono di Spade auspicavano tutti un finale da film, da oscar, sennò perché far resuscitare un personaggio come Jon Snow? A che scopo? Unire i popoli per poi essere liquidato da tutti i suoi familiari in poche battute?

Tant’è, questa è la volontà del padre di questa epica storia, che come dice Tyrion sono la cosa più potente di tutte.

Spero nei libri e magari in un finale diverso.

Niksen

I popoli nordici sono maestri nell’insegnarci a come poltrire. Il concetto danese di niksen elogia e premia il dolce far niente. Liberarci dalla cultura del dover essere costantemente occupati a fare qualcosa, non solo è salutare, ma è anche produttivo per il nostro cervello e il nostro fisico.

Ms. Mann’s research has found that daydreaming — an inevitable effect of idleness — “literally makes us more creative, better at problem-solving, better at coming up with creative ideas.” For that to happen, though, total idleness is required.

“Let the mind search for its own stimulation,” Ms. Mann said. “That’s when you get the daydreaming and mind wandering, and that’s when you’re more likely to get the creativity.”

Per farlo il suggerimento è trovare uno spazio della propria casa dedicato proprio a questo. Per me è sempre stata la mia scrivania e il mio computer personale. Dove non entrano cose di lavoro, ma solo ciò che mi appassiona. Per me non è perdere tempo, ma trovare qualcosa dal niente.

Altamente rilassante. Soprattutto in queste giornate di pioggia.

Your surroundings can have a major impact on how much nothingness you can embrace, so consider the physical space in your home and workplace. Keep your devices out of reach so that they’ll be more difficult to access, and turn your home into a niksen-friendly area. Add a soft couch, a comfy armchair, a few cushions or just a blanket. Orient furniture around a window or fireplace rather than a TV.

LifeAndrea Contino
Microsoft-Sony anti Google Stadia

Sony Corporation (Sony) and Microsoft Corp. (Microsoft) announced on Thursday that the two companies will partner on new innovations to enhance customer experiences in their direct-to-consumer entertainment platforms and AI solutions.

Under the memorandum of understanding signed by the parties, the two companies will explore joint development of future cloud solutions in Microsoft Azure to support their respective game and content-streaming services. In addition, the two companies will explore the use of current Microsoft Azure datacenter-based solutions for Sony’s game and content-streaming services. By working together, the companies aim to deliver more enhanced entertainment experiences for their worldwide customers. These efforts will also include building better development platforms for the content creator community.

As part of the memorandum of understanding, Sony and Microsoft will also explore collaboration in the areas of semiconductors and AI. For semiconductors, this includes potential joint development of new intelligent image sensor solutions. By integrating Sony’s cutting-edge image sensors with Microsoft’s Azure AI technology in a hybrid manner across cloud and edge, as well as solutions that leverage Sony’s semiconductors and Microsoft cloud technology, the companies aim to provide enhanced capabilities for enterprise customers. In terms of AI, the parties will explore incorporation of Microsoft’s advanced AI platform and tools in Sony consumer products, to provide highly intuitive and user-friendly AI experiences.

L’annuncio di Microsoft di ieri ha, seppur sulle prime spiazzato un po’ tutti gli addetti al settore, soprattutto quello gaming, certamente un senso compiuto.

Soprattutto alla luce dell’arrivo di Google Stadia.

Personalmente sono particolarmente felice di questo primo passo di una collaborazione futura, soprattutto se provo a pensare a una piena interoperabilità tra i due sistemi di gioco, miraggio a cui tanti gamer cercano di abbeverarsi da lungo tempo.

Una bella partita a scacchi iniziata da Google di cui vedremo gli sviluppi da qui a 5 anni.

Dress-code panic

E allora non lo so, che cos’ho, se sono solo io o se succede anche a qualcun altro, nel mondo, ma com’è che quando mi alzo al mattino e mi metto una camicia e lei è bella stirata, tutta dritta, perfetta e in tiro, che mi guardo allo specchio e mi stimo tutto inorgoglito di fronte e di profilo, com’è che dopo dieci minuti che mi son messo la cintura in macchina, o che son seduto sul treno nel mio posto prenotato, sembra sempre che sono andato a dormire vestito?

il Many parla del nervosismo della connessione vestito bene - abiti stropicciati.

Io ho preso posizione qualche tempo fa. Niente giacca né cravatta se non a cerimonie o occasioni di cene di gala o super formali.

Fortunatamente non sono obbligato da contratto lavorativo ad indossare un completo. Perciò vesto casual e con indumenti che mi fanno sentire a mio agio sempre.

Lo so, me ne frego delle convenzioni e del bon ton. Ma sinceramente non ci faccio nemmeno più caso. Se il rispetto per il prossimo si deve basare sui cliché di come ci si veste, allora non è cosa per me.

Per dire, e per coerenza, nemmeno al mio matrimonio metterò cravatte o papillon.

Felice di aver fatto questa scelta tempo fa.

LifeAndrea Contino