Passeggiate videoludiche

C'è tutto un mondo e, soprattutto un business, di gente che fa streaming di camminate virtuali dentro i videogiochi. Non ne ero a conoscenza, ma non me ne stupisco. 

Matteo Bittanti ne scrive su Link qui

A questo punto è legittimo porsi due domande. La prima: Perché camminare in un videogame? La seconda: Perché guardare un video che documenta il camminare in un videogioco? La prima verte sulle ragioni che motivano l’attività performativa. La seconda su quelle che legittimano l’attività spettatoriale. Il camminare è legato a motivi ludici, sociali, estetici, persino economici.
Lo sforzo peripatetico di TCMC attesta competenze ludiche (l’attraversamento dell’intera mappa di gioco, evitando ostacoli e trappole) ed extra-ludiche(un efficace montaggio del materiale registrato, la scelta del soundtrack). Non va poi dimenticato la competizione meta-ludica tra i vari YouTuber. In questo caso, TCMC ha esplicitamente riconosciuto il debito nei confronti di 3kliksphilip, autore di diversi video time-lapse che documentano l’attraversamento di ARMA e Elder Scrolls, ma al tempo stesso fa notare che tali produzioni “erano a bassa risoluzione” e per lo più ottenute “per mezzo di cheat mode”.
In breve, grazie alla condivisione della passeggiata videoludica su YouTube, TCMC incrementa il proprio capitale culturale (reputazione, status) e, in prospettiva, anche quello economico, grazie alle forme di monetizzazione diretta e indiretta tipiche del Let’s Play. Per quanto concerne l’attività peripatetica, nel suo trattato filosofico sul camminare, Andare a piedi, Frederic Gros (2013) scrive che “Camminando, non incontriamo noi stessi.
Al contrario, camminare significa rinunciare all’idea stessa di identità, alla tentazione di essere qualcuno, di avere un nome e uno storia”. Il videogioco – il più potente simulatore di identità mai creato, strumento che ci consente di reinventare noi stessi con la semplice pressione di un tasto – si presta benissimo alla logica della scampagnata. Non stupisce che la pratica sia assai diffusa nell’ambito dell’arte videoludica. Si pensi alla performance di Joseph DeLappe in Second Life, in cui l’artista americano ha riprodotto le marce pacifiste di Gandhi servendosi di un tapis roulant modificato, o agli interventi di COLL.EO in Grand Theft Auto IV.

Ready Player One

In attesa di leggere il libro da cui prende ispirazione, il mattino di Pasquetta, con una scelta del tutto astrusa, sono andato a godermi Ready Player One. 

Realtà virtuale, videogiochi, revival anni 80/90. Una combo di nerdismo allo stato puro, diretto da Steven Spielberg. Lo stesso regista di cui ho studiato di tutto e di più durante il mio esame di Storia del Cinema con il Prof. Gianni Canova, dal quale rubo le parole dalla sua recensione per "We Love Cinema". 

Si può ancora parlare di regia, di fronte a un film (ammesso che sia ancora un “film “…) come questo? Cosa fa il regista di un meccanismo testuale giocosamente complesso come quello di Ready Player One? Dirige gli attori? Non proprio. Per almeno metà film gli attori sono determinati dalla performance capture e dai sensori che li trasformano in ibridi semivirtuali. Sceglie le inquadrature? Non esattamente. Le immagini e le scene piroettano e saltellano come la pallina di un vecchio flipper sparata dentro un videogame anni ’90. E allora? Dov’è il regista? Che fa? È il capitano della ciurma. Tiene insieme il team. Assembla. Shakera. Mescola. Cuce. Come un barman dell’immaginario. Come un game designer che prova a fondere e a ibridare cinema e videogame, fumetti e subculture pop, reale e virtuale, pixel e carne.
[...]
Cosa c’è dentro Oasis? C’è tutto l’immaginario che Spielberg ha contribuito a creare. C’è il cubo di Zemeckis. C’è la DeLorean di Ritorno al futuro. Ma poi ci sono Alien e Godzilla, King Kong e i Transfomer, Dune e Clark Kent, Pac Man e Space Invaders, ma anche Quarto Potere e perfino Ejzenstejn, citato per la scena della battaglia sul lago gelato di Alexander Nevskij. E poi, su tutto, c’è Shining, a cui Spielberg dedica un omaggio intertestuale che porta ai confini dell’incredibile il rapporto fra la pellicola originale e la sua riscrittura elettronica-virtuale. Dopo A.I., Spielberg torna di nuovo a Kubrick e ancora una volta ne proclama la centralità in tutto il nostro immaginario: proprio la parte ispirata a Shining è quasi un compendio di tutta l’estetica citazionista degli ultimi trent’anni, oltre che la fucina di una delle scene più visionarie di Ready Player One (quella degli zombi che ballano sospesi nel vuoto e immersi in una luce verdastra, sulle note della musica che accompagnava le feste dell’Overlook Hotel).
Lì, in Oasis, il cattivo si chiama Nolan, come il regista di Inception e Interstellar: l’unico vero avversario che negli ultimi anni ha insidiato a Spielberg l’egemonia dell’immaginario contemporaneo. L’unico alla sua altezza. Per batterlo, per sconfiggere il suo avatar nel film, Spielberg mette insieme una banda di nerd: come i ragazzini di E.T., come quelli di Hook. Dotati di saperi incomprensibili agli adulti, alla fine vinceranno loro. E salveranno il cinema dal rischio di essere un’invenzione senza futuro. Fanno sorridere quei critici cisposi che lamentano assenza di profondità nei personaggi. Sarebbe come chiedere a Indiana Jones di cercare di assomigliare a un personaggio di Dostoevskij. Questo Spielberg – visionario, allucinatorio, spericolato – ci dice che il regista oggi è il detentore dell’archivio. È il Bosch del web. Il Bruegel del virtuale. Il Tintoretto del visual contemporaneo.
Che sia lui il “creatore che odia la sua creatura” di cui si parla nel film? Chissà. In ogni caso, con Ready Player One Spielberg ci dice che bisogna mescolare, ibridare, confondere. Bisogna entrare nel labirinto: perché solo lì dentro, dopo essersi perso, ognuno di noi può trovare il proprio easter egg: quello che ti spiega una volta per tutte come il virtuale altro non è che “un posto dove andare senza andare da nessuna parte”.

Welcome Home

Following my post around the personal hype I have around the HomePod product, I found this nice short commercial shot by Spike Jonze for Apple HomePod launch. Yes, the man behind Her movie.

Intensità vs Consistenza

Animation is the process of making small, repetitive, consistent actions, over and over, until you suddenly find you have created something you are proud of. Simon Sinek's wonderful talk is about applying that positive attitude to work and life.

Waiting for the HomePod

If you want an impartial point of view on everything about Apple, Six Colors is always a good source of news. 

That said, I've been an Apple Music subscriber from the very beginning and, therefore, looking with a lot of interest at HomePod product. Unfortunately it is not yet available in Italy, so I'm staring at the window waiting for the product release over here.

Meanwhile, I read basically all the online reviews. Mostly negative for the product launch timing, all of them positive about the speaker's quality. 

Loving music myself, I'm super curious about this last feature. Six Colors sums up in the right way which are the plus and the problems that Apple has and needs to face being so late in the market:

The HomePod is the Siri Speaker I dreamed about in 2016. Unfortunately, it shipped in 2018, and it’s got a lot more competition now. With the launch of Apple Music, Apple had a great opportunity to come out with a superior voice-controlled music device and claim the high ground in this market; HomePod is good, but it feels like a product that’s two years late to market (and yet still has features missing, such as stereo pairing and multi-room support).
The Sonos One may not sound as good as the HomePod, but it’s awfully close—and you can pick up two for the price of a single HomePod and put them in a stereo pair today. The Sonos One even supports Apple Music—but not with voice control, as the built-in Alexa assistant works with Amazon Music, Spotify, Pandora, and a few other services, but not Apple’s.
So where does the HomePod fit? In the end its biggest differentiator is that it’s the only way to listen to Apple Music via voice commands. Even as someone who fits in the target demographic for HomePod, that’s slicing a market awfully thin. If you’re the user of another music service, you can use AirPlay to play music from your phone to the HomePod, but at that point, why would you choose HomePod over something like Sonos One? Keeping in mind that Sonos One is half the price.
Two years ago things would’ve been different. But the competition in this category is fierce, and Apple has some catching up to do. Will HomePod end up being, like the Apple TV, an expensive product that is notable because it supports Apple’s ecosystem in a way that no other product does?

Anyways, I do really want to try it!

National Identities

Nationality feels powerful, especially today. But the idea of identifying with millions of strangers just based on borders is relatively new. We explain why it was invented — and how it changed the world.

Song Maker

This is fun!

Google has launched “Song Maker,“ a nifty new in-browser program that allows users to sequence basic beats in their web browser. “Song Maker” is the latest web-based music tool from Chrome Music Lab, which has previously rolled out experiments geared towards demonstrating and visualizing concepts such as chords and oscillators. “Song Maker” users can program drums, change the tempo, and set the key so that even the most inexperienced beatmaker can come up with something listenable. It’s also compatible with MIDI keyboards. Try it out for yourself.

The Cloverfield Paradox

Ieri sera, finalmente, ho visto The Cloverfield Paradox.

Il film ha ricevuto pesanti critiche, sia in Italia che all'estero. È assolutamente vero. Questo terzo capitolo della serie è girato in modo mediocre, il cast, benché di livello, ha poco spazio per sviluppare il proprio personaggio e per finire le regole della nuova dimensione in cui si trovano non ha spiegazioni e non vengono date in modo approfondito.

L'idea di questo film, benché prequel del primo Cloverfield uscito 10 anni fa, si basa sullo script La particella di Dio acquistato da J.J. Abrams nel 2012. E a me è piaciuto!

Perché nonostante abbia utilizzato delle furbate molto elementari per spiegare le cose accadute negli altri due film, la storia ha un senso, lascia quel grandissimo punto di domanda finale come i due predecessori.

Funziona molto bene la superficialità della narrazione e trattandosi di un film di fantascienza ci si può spippolare all'infinito domandandosi del perché e percome il film abbracci certe regole di un universo multiverso.

Il provarle ad accettare per come sono, guardare questo non come un capitolo conclusivo ma iniziale, apprezzare la volontà di dare un senso agli altri due, sono le giustificazioni necessarie che mi han fatto apprezzare il film.

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