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Come un font ha aiutato l'Apollo

La curiosa storia del font Futura.

When humanity first landed on the moon in 1969, the typeface Futura was right there with them. In this fascinating history of typography, designer Douglas Thomas shares Futura's role in launching the Apollo 11 spacecraft -- and how it became one of the most used fonts in the world.

Il linguaggio delle GIF

Si pronuncia gif e non ghif, mi raccomando.

We text GIFs because of Julie Logan. Her work pioneered the use of GIFs as a language, enriching texts and tweets with a touch of personality and feeling. In this lively talk, she explains why the GIF is so powerful and shares a few tips for using them well.

Who is Julieee Logan? You text GIFs bc of me.

I’ve snuck onto an Indonesian spy plane & spent a World Cup with Team USA. I founded/sold a company in my 20s. Spent a weekend in a “Real World” style Nike Running campaign. Was called the “queen glitter bomb” in Wired, but these days I prefer sparkly human GIF ◡̈ I spent the last few years rebranding low-fi loops on the internet into a global cultural phenomenon.

The GIFs I’ve created have been seen more than a billion times and used by everyone from my mom to Janelle Monae (who just used one of my stickers on IG and hello, I’m dead now). I make .jpgs .gifs and .movs for myself, my friends, and clients like these: julieeelogan.com/clients. You can find me on the social media as @julieeelogan.

This talk was given at a TEDx event using the TED conference format but independently organized by a local community

Faceapp, divertente ma...

Ma come al solito stiamo regalando petabyte di dati a una società russa che sostanzialmente può e potrà fare ciò che vuole di tutte queste belle immagini che stiamo ritoccando per vanità personale e la paura di essere troppo decrepiti tra una decina d’anni.

NssMag fa una breve analisi di ciò.

Il successo dell'app è almeno in parte dovuto alla nostra paura di invecchiare: non vorremmo sapere tutti come saremo a 65 anni? Quante rughe avremo e come apparirà il nostro volto? E se davvero sarà quello il nostro aspetto fra 50 anni, siamo ancora in tempo per cambiarlo con prodotti ad hoc e creme per la pelle? Forse quest'ultimo è un passaggio troppo forzato, in fondo è solo un'app per divertirsi, ma questa riflessione non può essere sfuggita ai maggiori beauty brand del mondo, che vedendo quali sarebbero le parti del viso più soggette all'invecchiamento avrebbero un buon punto di partenza per sviluppare un prodotto mirato di sicuro successo.

La diffusione di questa app, però, non può non farci venire qualche domanda sulla sicurezza e sulla privacy dei nostri dati personali. FaceApp, infatti, non è mai stata chiara sull'utilizzo che fa delle immagini dei suoi utenti: al momento la società non è coinvolta in nessuno scandalo informatico relativo all'utilizzo dei dati personali, ma è molto probabile che ogni immagine che scattiamo con l'applicazione resti sul server della stessa, conservata in modo sicuro e potenzialmente disponibile per chi ne avesse bisogno. In pratica il divertimento di un minuto - lo scatto di un selfie - si trasforma in FaceApp nell'accumulo di centinai di migliaia di informazioni personali, che ancora non sa come utilizzare. 

Ma c’è di più, o meglio, sarebbe la prima cosa da leggere prima di utilizzare qualsiasi app. I termini di servizio di Faceapp riportano chiaramente quanto segue. Divertente eh, ma fino a un certo punto.

Faceapp terms of service
Cambiamo la nostra dieta dell'attenzione

Un lungo post per questa calda domenica sul bisogno di cambiare la nostra “dieta dell’attenzione” e non soltanto quella mediatica.

The same way we discovered that the sedentary lifestyles of the 20th century required us to physically exert ourselves and work our bodies into healthy shape, I believe we’re on the cusp of discovering a similar necessity for our minds. We need to consciously limit our own comforts. We need to force our minds to strain themselves, to work hard for their information, to deprive our attention of the constant stimulation that it craves.

Ancora sugli spazi privati

A tratti potrebbe apparire una cosa da stronzi, ma, in realtà, è il miglior modo che esiste per fare l’esatto opposto e non essere mai stronzi. Io, nelle chat private, capisco le idiosincrasie, le incazzature, le polemiche e le battute di tutti. Anche quelle sbagliate. Soprattutto quelle sbagliate. Perché c’è la fiducia che in pubblico non c’è più. Mi sento immediatamente accogliente. E per questo tutte le frustrazioni, tutte le volte che ripensate a un commento appena letto e vi dite, basta, adesso rispondo, sì gli scrivo così, è quello che si merita, lo capirà anche lui, perché mi daranno ragione, ecco, un bel “condividi in privato su Whatsapp” e tutto passa.

Le logiche dei gruppo Whatsapp nel pezzo di Rivista Studio non sono troppo distanti da quelli Telegram per me.

Alternative

Il post di ieri capitava, non volutamente, a fagiolo.

Nella serata di mercoledì in molti luoghi del globo terraqueo tanti social network non erano raggiungibili, o meglio, molti dei loro contenuti inaccessibili e non fruibili.

Ho sorriso provando a pensare a chi ha deciso di basare completamente la propria carriera su una piattaforma non sotto il proprio controllo, poggiando sulla discrezionalità del fato e del business delle stesse.

L’intangibilità di quest’ultime corrisponde alla fragilità di un’escalation di cui non si decifra molto bene l’orizzonte. Sia temporale, sia nei termini di come il mercato deciderà di premiare i cosiddetti influencer.

Chissà se a tutti quei professionisti e non sia venuta in mente la stessa cosa. Se hanno a disposizione un’alternativa professionale valida, perché diciamocela tutta, tolte quelle piattaforme a cui devono spesso tutta la loro fortuna, sono in grado di saltare sul treno di un’altra oppure no?

Sapersi reinventare non è affare per molti.

Spazi pubblici vs privati

Questa tendenza a chiudere il proprio pensiero esclusivamente in spazi privati mi ha indotto a riflettere sull’impatto complessivo che ciò può avere sull’ecosistema informativo del web. 

Non è che in questo modo, inconsapevolmente, si sta contribuendo a minare le fondamenta dell’open web, basato proprio sull’economia del dono ossia sulla condivisione pubblica del pensiero di milioni di persone? 

Per quanto mi riguarda continuerò a preferire il blog per le mie piccole riflessioni, convinto di un suo ruolo fondamentale nell’ecosistema informativo attuale, e ad usare gli altri strumenti in maniera complementare (soprattutto per condividere frammenti di notizie). Per dirla con Jeff Jarvis, quando qualche anno fa pensava al ruolo dei giornali: Cover what you do best. Link to the rest.

La riflessione di Vincenzo è parecchio interessante e fotografa un momento storico che ha inizio un paio di anni fa. Il ritorno ai blog è a quanto pare passeggero e tanti creatori, contributor e chi ha più nomi aggiunga pure qui alla lista, si stanno spostando su canali alternativi dove probabilmente hanno maggior certezza di essere ascoltati dal proprio pubblico.

Newsletter e canali telegram in primis. È un tipo di comunicazione top-down. L’interazione è prossima allo zero, se non one-to-one rispondendo direttamente a chi ha prodotto il contenuto.

Viene meno così il concetto di commento, di community e di accrescimento delle idee?

Dipende, il pensiero sì diffonde lo stesso, il contenuto può essere fruito e rielaborato in così tanti modi e attraverso così tanti canali che oggi è diventato impossibile tenere traccia di tutti i rivoli in cui quest’ultimo espande il suo percorso.

I grandi spazi pubblici online, e sto parlando soprattutto dei grandi social network, sono diventati spesso e volentieri puro voyeurismo e sfogatoi senza controllo. Dove prevale l’istinto e non la cultura. In una situazione “climatica” del genere è davvero complesso far prevalere la condivisione del sapere. Pochi sono gli ambiti in cui ho visto nascere e svilupparsi community e gruppi ben organizzati, gaming e argomenti tecnologici richiamano un po’ le logiche dei vecchi forum degli anni ‘90.

Vedo invece gli spazi privati, sebbene sulle prime possano sembrare molto elitari, come i luoghi dove ora si radunano quelle poche persone che da Internet cercano un’espansione dei propri orizzonti cognitivi, dove si aggregano per condividere esperienze e comprendere meglio il mondo in cui vivono.

Infatti ci sono anche esempi virtuosi, proprio su Telegram, di come una community possa svilupparsi in una forma completamente diversa dalla quale siamo abituati a fruirla, attraverso solo messaggi vocali. E per la quale non serve troppa moderazione.

Proprio in questi due anni ho accresciuto così tanto la mia conoscenza grazie a newsletter e canali Telegram che ormai non posso non considerarli come una nuova forma di scambio di idee e riflessioni, entrando stabilmente a far parte della mia quotidiana dieta mediatica. Penso poi che ognuno si senta più a suo agio nel creare valore nel modo più affine alla sua personalità. Chi attraverso la cadenza settimanale di una email, chi in un post quotidiano sul proprio blog, chi attraverso decine di status update su un canale Telegram.

Il volume di informazioni a nostra disposizione è centuplicato e avere a disposizione strumenti che ci aiutino a mettere ordine e specializzarci su quanto a noi più affine o scoprire nuovi ambiti della conoscenza è puramente un esercizio tecnologico, che quando lo impari a gestire diventa una fonte da cui non si può più smettere di abbeverarsi.

I dettagli scontati

L’organizzazione di un evento, qualsiasi esso sia, è come diventare direttore d’orchestra.

Non solo devi avere la capacità di far suonare all’unisono tutti gli elementi coinvolti, ma devi avere “l’orecchio” per interpretare immediatamente se qualcuno stecca, se qualcuno va troppo veloce o rallenta.

Il più delle volte chi non fa parte dell’organizzazione, o non conosce ciò di cui ti stai occupando è il primo a fare due cose:

  • giudicare

  • voler metterci bocca

La fatica è far comprendere il nascosto, l’attenzione anche al minimo dettaglio è essenziale. E la maggior parte di quei dettagli sono invisibili, scontati agli occhi di chi vi partecipa. Ma senza di essi, gli eventi, non sarebbero gli stessi, o sarebbero ricordati quasi essenzialmente per gli aspetti negativi di cosa non ha funzionato.

Ormai gli standard settati sono molto elevati e le aspettative anche. Per questo motivo è sempre più difficile stupire e lasciare un ricordo.

Instillarlo nei partecipanti è tanto complesso quanto la riuscita dell’evento stesso.

È un po’ come un grande piatto preparato da uno chef. Che sia stellato o meno il preparativo richiede ingredienti di qualità che combinati insieme possono essere discretamente normali, ma se trattati diversamente dal solito possono creare un successo inatteso.

Per le papille gustative dell’ospite è giubilo, senza dover conoscere necessariamente la lista della spesa, per chi sta dietro le quinte la capacità di potersi ripetere e innalzare costantemente la qualità.

Benché inimmaginabili ai più, metter a fattor comune la fatica, la complessità, l’empatia necessarie, tirando fuori il meglio da tutti, rimane per me il solo metro di misura del successo.

Tutte il resto, per la maggior parte incontrollabile, non può rientrare nel conteggio.

Quando è troppo è troppo

Insomma: è il quanto basta quello che dovremmo perseguire e quello su cui dovremmo, per evitare derive tossiche, parametrare le nostre decisioni e le nostre azioni individuali e collettive. 

[…]

Da una parte, siamo immersi in un sistema così veloce e bulimico di stimoli e vantaggi che ci riesce difficile non solo scandalizzarci o preoccuparci per il troppo, ma perfino percepirne l’entità e l’impatto, il fastidio e la componente tossica. Peraltro, proprio da questa inettitudine deriva anche il nostro essere incapaci di porre un vero argine al crescere delle disuguaglianze.

Un bel cane che si morde la coda.

Social detox

Riprendo da Lorenzo alcuni consigli pratici sulla lista della spesa per avere una vita serena senza entrare nel logorante loop del controllo costante dei propri account social.

1. Limita quando e come usi i social media, visto che possono interferire con la comunicazione di persona. Evitiamo di usarli durante i pranzi con famiglia e amici o a lavoro;

2. imponiti dei periodi di detox: sia totali di qualche giorno, ma anche riducendo drasticamente l’uso (10 minuti al giorno);

3. presta attenzione a cosa fai e a come ti senti: se dopo 45 minuti di scrolling forsennato ti rendi conto di sentirti stanco e a disagio, smetti di farlo. Non fare il lurker, ma partecipa attivamente;

4. chiediti il perché usi i social media: controllare twitter la mattina è un’abitudine o un modo per rimanere informato? Guardarlo a lavoro è una via di fuga da un task difficile? Sii onesto con te stesso e decidi cosa vuoi dalla tua vita;

5. fai pulizia: tutti i contatti accumulati, i brand seguiti sono ancora interessanti per te? Sono noiosi, pesanti o ti fanno arrabbiare? È il momento di usare unfollow, mute, hide, delete;

6. non lasciare che i social media sostituiscano la vita: non fare in modo che le interazioni online sostituiscano interamente quelle faccia a faccia.

Per mia personale esperienza. Aggiungo al punto 1 la praticità di allontanare lo smartphone dal tavolo decresce sensibilmente la voglia di update.

Il punto 6, in particolare, mi stupisce ogni giorno di più. Amici e colleghi mi parlano di influencer dai nomi esotici quotidianamente. Hai visto xyz che ha fatto questo, xxx ha fatto quest’altro, il figlio di $£& ha avuto la sua prima torta di compleanno.

Ok, per lavoro devo anche seguire le nicchie di pubblico a cui si rivolgono determinati influencer, ma mi stupisco come molte persone vivano, sì la parola giusta è vivano, la vita di qualcun altro con il filtro di uno smartphone a fargli apparire davanti agli occhi una realtà drogata e costruita ad hoc per apparire.

E mi domando spesso e volentieri se anche io faccio lo stesso. Fortunatamente, quando mi parlano dei suddetti, faccio scena muta perché ne conosco davvero pochissimi. Quindi la risposta è sicuramente no.