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Chi di AirPower perisce

Non so se la pubblicazione di questo video sia stato una specie di Pesce d’Aprile ritardato. Non so per quale masochistica ragione Apple faccia uscire un corto di storytelling su come un team non debba mai mollare se possiede un’idea vincente e non ci sia niente che possa fermarlo, dopo aver alzato bandiera bianca sul progetto AirPower.

Resta assodato che se Steve Jobs fosse ancora vivo non avrebbe mai permesso ai suoi ingegneri di mollare il colpo. Se si è letto un minimo la sua biografia, li avrebbe spronati a far meglio, li avrebbe trattati come bestie per far toccare i nervi scoperti dell’orgoglio e tirare fuori qualcosa di magico.

Così non è stato e l’azienda di Cupertino si è vista costretta a dover ritirare un prodotto annunciato sì, ma mai nato, stroncando un’idea così semplice all’apparenza, ma tremendamente complicata da realizzare. 

Nemmeno una settimana da questa Waterloo tecnologica e arriva il suicidio perfetto di come forse sarebbero dovute andare davvero le cose in azienda.

Il destino a volte è proprio un burlone.

ECOffee

Mercoledì 3 aprile alle 14.30, grazie a L’Eco della Stampa, potrete sentire cosa ho da dire su un po’ di temi che mi stanno a cuore.

All’interno di uno dei webinar della serie ECOffee: Una formula innovativa, uno scambio a due voci mentre si sorseggia un caffè, per cercare di eviscerare i problemi e i cambiamenti che il mondo della comunicazione si trova ad affrontare: dall’uso dell’information design per combattere l’information overload e la frammentazione dell’informazione.

Un viaggio cross-mediale tra il mio lavoro e le mie passioni personali. Spesso intrecciati e davvero molto poco distanti tra loro.

Per accedere al webinar potete andare sulla Media Intelligence Arena, la nuova piattaforma online de L’Eco della Stampa. Oppure dalla pagina Facebook de L’Eco della Stampa.

A mercoledì!

Nessuno batte il sito e il brand

Gianluca fa una riflessione molto interessante sul potere inconsapevole che ogni azienda ha a sua disposizione. Il brand e la qualità del contenuto proprietario.

Altra ondata, chiusura dei blog aziendali in favore della pagina Facebook: io stesso sono un colpevole, quanto meno di eutanasia. Ho staccato la spina all’epigone sbiadito del blog Ducati, perché la Pagina cresceva, era scelta dagli utenti, aveva le foto (!), c’era più conversazione. Era più facile essere lì che sul web, per tutti. Perché le persone hanno bisogno, per il 99%, di reminder, anche dei brand che amano. Solo l’1% di fanatici non ne ha bisogno, ma di solo quelli non vivi, anche per i sedicenti lovebrand.

Ma qui entra in campo un altro fattore: se la piattaforma attira per la sua facilità, potresti compensare aumentando la qualità del contenuto sul tuo web proprietario, in modo che le persone superino la friction per accedere a quel contenuto superiore. La sfortuna è che il management non lavora mai nel lungo periodo, non per scelta, spesso, e i social avevano tanti shiny object da accecare anche i più compassati. Like! Commenti! al confronto con le oscure e lugubri analytics del web, non c’era storia. (Google, sciagura su di te! Dovevi rendere le Google Analytics per manager, non per specialisti. Ma è altra storia questa.)

I bimbi

E i capolavori di Brera. Due sere fa ho avuto la fortuna di fare un giro guidato per la pinacoteca di Brera. All’ingresso una raccolta di 16 “diplomi”. In realtà sono frasi di bambini sul museo legate a un’esperienza didattica degli anni ‘50 raccolte dall’artista Giulio Paolini e trasformate in opera.

Tra questi, all’improvviso il genio, l’ingenuità, la trasparenza tipiche dei bambini.

Giulio Paolini
Banksy

Domenica sera sono stato alla minuscola mostra con alcune opere di Banksy non autorizzata dall’artista. La mostra è breve, ma intensa.

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Sono andato al MUDEC totalmente vergine rispetto alla mia conoscenza dell’artista, a parte alcune immagini iconiche e alcuni colpi di teatro da grande professionista della comunicazione, non sapevo assolutamente nulla su di lui/loro.

La cosa affascinante è il non sapere chi lui sia, se agisce da solo, se è un collettivo di artisti, ma soprattutto il messaggio intrinseco della sua arte: essere invisibili è un super potere riservato a pochi in questo mondo dove la nostra vista è costantemente filtrata dalla lente dei social.

Seppur breve, anche grazie alla guida che avevamo, è stata una scoperta comprendere i messaggi nemmeno troppo nascosti delle sue opere principali.

È un grande comunicatore e non fa nulla per nasconderlo, fedele a se stesso durante i decenni, riesce a raccontare i nostri tempi con un linguaggio semplice e iconico, facilmente riconoscibile e con una lettura a “bassa risoluzione”.

Bellissima la collaborazione con i blur.

Da visitare.

Ma la carta stampata non era in declino?

Dolce & Gabbana fanno questa curiosa dichiarazione a Vogue Italia, mentre il mondo va da tutta un’altra parte.

Ma qual è la logica dietro questa campagna, apparentemente controcorrente? Dopotutto, molte case di moda investono sempre più risorse nei digital influencer e nei social media.

Spiega Gabbana: «Utilizzare i media tradizionali in modo ancor più massiccio che in passato: ecco l’idea. Credo che nessun altro stia facendo qualcosa di simile. In un mondo sempre più globalizzato, esprimere la nostra unicità è diventato sempre più importante. Spiegare la nostra identità in questo modo è possibile solo attraverso la carta stampata: sfogliando le pagine di un giornale, a una a una, il punto di vista di ciascun fotografo si riconosce chiaramente, a colpo d’occhio. Se avessimo fatto un post, o lanciato una campagna digitale non sarebbe stata la stessa cosa. Per noi», prosegue lo stilista, «questo è il momento di tornare ai magazine, e anche ai giornali, di andare nella direzione opposta rispetto agli altri. Siamo un’azienda del lusso, ed esprimiamo il nostro valore attraverso un punto di vista unico.

Nel 2019 la stessa cosa vale per i magazine. Mentre tutti sono sullo smartphone, comprare la carta stampata potrebbe sembrare un lusso. In realtà se ne ricava un punto di vista unico, preparato con cura e tempo. Per me è il momento del grande ritorno delle riviste: potere alla stampa!».

Io non giudico imprenditori multi milionari. Se sono dove sono, dopo tutto, hanno ragione loro. Le scelte che reputano corrette, sono da rispettare.

Tolto questo preambolo dovuto, non mi trovo d’accordo sulla scelta. Anche se ne capisco le motivazioni post shit-storm, è facile intuire come sia molto più semplice intrattenere il rapporto con il proprio pubblico attraverso un mezzo a-sincrono e che non decreta nessun tipo di feedback immediato se non il drive-to-store, rispetto a buttarsi a capo fitto in rete dove si rischiano figure barbine.

A me non sembra ci possa essere un’inversione di tendenza, almeno a breve, sui numeri di diffusione della stampa. Ma tant’è, scelta da rispettare, ma sinceramente poco condivisibile.

Come dice Seth: “Mastering the Medium” ha un costo

Before you decide to master a medium, it’s worth considering the ups and downs that come with it. It’s not free. It costs. Is it worth it?

Does being good at this medium help you achieve your objectives beyond simply being good at the medium?

Yes, you might attract a crowd on the Bachelor or at the local fight club. You could probably be a world-class javelin catcher as well. But to what end?

If you’re going to put so much effort into a form of media, it’s worth deciding if it helps you or only the people who run the platform.

ComunicazioneAndrea Contino
Relazioni online e offline

Ricordo ancora alle superiori quando dopo pranzo accendevo il PC e facevo partire MSN Messenger.

I principali contatti?

I compagni di classe salutati poche ore prima, oppure i miei amici di infanzia per organizzare il pomeriggio o il weekend.

Strano dopo così tanti anni, soprattutto se penso a come vengono intrattenute oggi le relazioni online.

Ci ho costruito la mia tesi di laurea sulle dinamiche di interazioni in Rete. E a distanza di anni continuo ad appassionarmi con fervore all’argomento.

Reputo l’anonimato ancora la maschera usata da molti per dire le proprie verità, mentre quando si tratta di associare un nome e cognome a ciò che stiamo per scrivere bisogna fare un bel distinguo.

La relazione tra due o più persone si può sviluppare in svariati modi e modalità. Può essere pubblica, dove presumibilmente se dotati di un po’ di sale in zucca, le persone tendono a far apparire la versione più accettabile di sé.

Scrivere sapendo di essere letti non solo dalla propria cerchia di amici e confidenti, rende difficile il lasciarsi andare.

Al contrario se il gruppo è chiuso, protetto, si è più consapevoli di potersi sfogare e dire il proprio pensiero in libertà.

Lo spunto del video di Matteo è interessante. Le supposizioni basate sulla mia esperienza sopra enunciata mi portano pensare di non avere una così grossa differenza tra le relazioni online e offline.

Il concetto di familiarità, poi, è il comun denominatore tra queste due “piattaforme”. Insulto brutalmente qualcuno che mi taglia la strada passando col rosso e allo stesso modo lo faccio online?

Difficile a dirsi, vero?

Perché se si è protetti dall’anonimato o da un gruppo privato, ci si lascia andare più facilmente. Insultare pubblicamente su un post dalla vita infinita, è un altro paio di maniche e almeno personalmente la reputo un’attività da fare non a cuor leggero.

La differenza vera sta nella vita stessa del contenuto. La Rete non dimentica si diceva una volta e probabilmente è ancora così.

La confidenza, la familiarità, la cerchia ristretta. Sono differenziatori importanti per stabilire il grado di relazione. Sia offline come online. Il filtro però del monitor e della tastiera è ancora in grado di trasformare tanti agnelli in leoni e viceversa.

ComunicazioneAndrea Contino
In poche parole

Le cose sono molto più complicate di poche parole.

Questo film cerca di descrivere la storia del Mondo attraverso immagini, 3.000 per l’esattezza, con un montaggio molto veloce.

In the 1920’s, Russian cinema genius Sergei Eisenstein pioneered the use of montage in film. According to Eisenstein, “narrative always proceeds with an eye towards rhythm.” By juxtaposing images one after another in rhythmic, ideological montage one could “express abstract ideas by creating relationships between opposing visual intellectual concepts.” This theory is the crux of Friedli’s film. To capture existence, he first pared down global themes and subjects into recognizable objects. It was deeply important to him that each object reflect something beyond the literal. The first image in the film is that of a seed, which can be seen as the seed of an idea and also, of life. From there, Friedli takes us into “the birth of human consciousness, leading to the discovery of mathematics, languages, architecture and art.” The more nuanced subjects of industrialization, war, and technology required careful planning, precise props and extreme ingenuity. For example, to represent World War II, Friedli recreated a life-size atomic bomb piece by piece. The scale of it was so large that the animators needed to move to an entirely new studio just to animate that segment.

To complete the montage as Eisenstein described it, Friedli’s images needed rhythm to find the narrative. Using hyper-fast stop-motion and ingenious digital compositing, he paced the film so ridiculously high that it forces one to read in between the lines or rather see in between the frames.

the film’s cycle ends with a microchip (i.e. nutshell), a small piece of technology large enough to store incredible amounts of information. One could infer different possibilities of where technology might take us if the film were to continue, but instead, in the post credit scene, Friedli starts the cycle of life again with the seed transforming again. The real thesis of the film is that, no matter what, “life keeps going in cycles.”

ComunicazioneAndrea Contino
Cosa rende una poesia... una poesia?

Cosa esattamente fa di una poesia... una poesia? Gli stessi poeti hanno lottato con questa domanda, spesso usando metafore per abbozzare una definizione. Una poesia è una piccola macchina? Un fuoco artificiale? Un'eco? Un sogno? Melissa Kovacs descrive tre caratteristiche individuabili nella maggior parte delle poesie.

ComunicazioneAndrea Contino
Mantenere la calma

Una giornata tipo, al lavoro.

Se lavori principalmente sul pc e le tue relazioni si limitano a pranzare insieme ai colleghi, scambiare e-mail e telefonate con i clienti e dar sempre l’impressione che tutto sia sotto controllo con parole rassicuranti al tuo datore di lavoro, è facile dissimulare tensioni, nervosismi, preoccupazione e anche demotivazione e depressione. Si tratta di contatti con il prossimo talmente radi che puoi cavartela con dei sorrisi di circostanza e risposte standard.

La rabbia si stempera parcellizzandola nei milioni di colpetti che diamo con i polpastrelli sulla tastiera e per questo c’è una letteratura esaustiva su quali siano le migliori periferiche da input per tenersi allenati alla potenza. Al primo posto c’è quella fighissima tastiera per il Mac, grigia con i tastini gommosi, che dà agli utenti una sensazione insuperabile e permette di prendere a ditate il mondo intero con tutto quello che ce l’ha con te.

A volte superi il limite dello stress e ti viene da spaccare il monitor con il pugno e lanciare quello che rimane del portatile dalla finestra, ma si tratta di casi limite. Stesso discorso se i colleghi li mandi affanculo perché poi con quelli, se sono nella tua stessa condizione, capita anche di venire alle mani. Quando invece dall’altra parte non hai Microsoft Office ma sei in mezzo a esseri umani perché il tuo lavoro si basa sulle relazioni è importante lasciare la vita privata a casa, insieme alle delusioni o alle incazzature e a tutto ciò che può indurci a prendercela con le persone con cui abbiamo a che fare.

Si tratta di un fattore che non avevo mai preso in considerazione – oggi mi è successo per la prima volta di riflettere su questo aspetto – e spero che esistano dei corsi di formazione per mantenere la calma e aspettare il termine dell’orario di servizio quando c’è qualcosa che non va.

Via.

ComunicazioneAndrea Contino