Fare spazio sul Mac

Al lavoro sto usando con molta soddisfazione un Mac Book Pro da 13’’ del 2018. Ha un disco SSD da 120GB di spazio, molto poco se non si sa come archiviare i propri file, molto se si sistema tutto con un po’ di astuzia.

La scorsa settimana mi sono ritrovato ad avere 99GB utilizzati su 120GB, non potendo così scaricare e installare i 14GB di aggiornamento del sistema operativo.

Non avendo documenti pesanti, a parte foto e musica, non capivo cosa fosse ad occupare così tanto spazio.

Ho fatto un po’ di ricerche online. Primo step che mi ha liberato circa 15GB è stato eliminare file di lingua di tutti i programmi, sostanzialmente inutili, eliminando i file con estensione .lproj.

DaisyDisk

Come?

Si apre una finestra del Finder.

  • Applicazioni

  • Tasto destro su una applicazione

  • Mostra contenuto pacchetto

  • Dopo di che: Contents > Resources e cerca i file con estensione .lproj

Ho eliminato tutte le lingue che non fossero it o eng.

Ma ancora non capivo cosa ci fosse ad occupare così tanto spazio nella cartella Sistema. Ho scaricato allora DaisyDisk, grazie al quale ho scoperto che il vecchio programma di gestione delle email Postbox occupava oltre 30GB di spazio nonostante l’avessi cancellato oltre 2 mesi fa.

Questo perché ha deciso di archiviare tutta la mia posta in locale, senza eliminarla una volta cancellato il programma.

Ho fatto una bella pulizia di cose inutili e ora mi ritrovo con oltre 80GB di spazio libero. Non male per niente.

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#WhyIBlog Intervista a Kari Geltemeyer

Ho deciso di riprendere a intervistare curatori di blog, quando ne trovo di interessanti, continuando ad alimentare Why I Blog a tempo perso.

Oggi ho il piacere di ospitare una blogger americana di cui ho già parlato ad inizio anno: https://karigee.com

Scrive molto bene e ha uno stile tutto suo nel raccontarsi. Ci tenevo particolarmente ad averla tra la mia piccola “collezione” perché mi ispiro molto al suo stile e al suo pensiero circa la blogosfera vs social network e come esercizio personale in cui non ci sono regole o aspettative. C’è solo la sua vita e il piacere di raccontarla.

Le ho posto quindi le tre fatidiche domande:

Why do you blog?

I started blogging 15 years ago when I left a longtime job and wanted a way to stay in touch with the friends I used to see every day. I wanted them to be able to relate to what I was doing during the day (nobody requested this, I just came up with it on my own and assumed they would care ;-). Social media sites weren’t around, so it was what I had. And it has always been a small-scale thing; I never had big blogging dreams. Now I keep doing it because I love to write, and I process my own thoughts by typing them out, so I use it mostly as a journal and a scrapbook. 

Kari Gee

I also keep blogging because social media has been so disappointing. Twitter and Facebook and Instagram don’t facilitate communication, they just give everybody a megaphone attached to a fire hose so can they scream at each other and sell stuff. I find them really cold and impersonal, and I think they encourage and reward all the wrong behavior.

Blogs feel less manufactured, and less lazy. One way or another people have to seek them out, so they’re a conscious choice. And most people don’t bother seeking them out these days, which is fine too. I don’t need to reach everybody. If you’re interested in what I’m posting, that’s great and I thank you and I hope you get something out of it.

What kind of “fuel” keeps your blog constantly running?

Nothing, really, I just talk about whatever is going on in my life. I don’t have anything to promote, and I don’t have a big overarching theme; it’s not a career blog or a tech blog or a recipe blog, it’s a diary, and it’s pretty personal.

But the thing I like best about blogging is that it can be “useless.” There are no rules or expectations about what it has to be - I can post whatever I want, because it’s mine, and I don’t have any responsibility to provide people with a certain kind of content. It’s just whatever I’m thinking about on any given day.

Which future is waiting the blogosphere in your opinion?

I don’t know. I don’t expect there’s a big second wave or blogging renaissance around the corner, and maybe that's okay. Most people seem to prefer the instant responses of social media and want that reinforcement, the faves and likes.

But I have a real soft spot for the bloggers who stick around, and a lot of favorites that I check every day. I think of the blogosphere now as a small neighborhood, and it’s populated by people who still want to just hold out a hand and say, come in and sit with me for a while. I just find personal blogs inherently interesting, and I appreciate the effort and the care that people put into them; they’re like an endless supply of short stories.

Rallenta, non ti stai perdendo niente

C’è che è bello perdersi tutti i trend dell’internet, anzi è fantastico perdersi e basta.

Del resto basta un RSS Reader e passa la paura.

At the end of the day, we’re probably not going to be able to escape social media entirely. I couldn’t even if I wanted to since it’s part of my job, as it may be part of yours. For us poor souls—and those of you who are, for some reason, online all day by choice—know that it’s okay to slow down. You’re not missing anything.

Moise Kean

Moise è un giovane italiano nato a Vercelli nel 2000. Gioca per la Juventus. E ieri ha deciso di esultare così davanti la tifoseria ospite dopo il suo goal e in seguito a lunghi minuti di ululati razzisti.

Condivido il pensiero del fratello di fede bianconera Corrado Giustiniani sulla questione:

LA PROTESTA ESEMPLARE DI KEAN – Non il movimento delle braccia a ombrello, non la ancora più volgare esibizione dei genitali di cui si erano resi protagonisti prima Diego Simeone e poi Cristiano Ronaldo, ma un gesto nobilissimo, per protestare contro gli ululati razzisti che si erano elevati contro di lui.

Moise Kean, attaccante della Nazionale e della Juventus nato a Vercelli e cresciuto ad Asti, dopo il suo gol si è limitato a rivolgersi verso la curva dello stadio di Cagliari e ad allargare le braccia, rimanendo in quel gesto pacato, scultoreo ed esemplare, a metà fra un “avete visto cosa ho fatto, io nero?” e un “del razzismo non se ne può proprio più”. 

Complimenti davvero. La lezione di un diciannovenne.

SportAndrea Contino
Chi di AirPower perisce

Non so se la pubblicazione di questo video sia stato una specie di Pesce d’Aprile ritardato. Non so per quale masochistica ragione Apple faccia uscire un corto di storytelling su come un team non debba mai mollare se possiede un’idea vincente e non ci sia niente che possa fermarlo, dopo aver alzato bandiera bianca sul progetto AirPower.

Resta assodato che se Steve Jobs fosse ancora vivo non avrebbe mai permesso ai suoi ingegneri di mollare il colpo. Se si è letto un minimo la sua biografia, li avrebbe spronati a far meglio, li avrebbe trattati come bestie per far toccare i nervi scoperti dell’orgoglio e tirare fuori qualcosa di magico.

Così non è stato e l’azienda di Cupertino si è vista costretta a dover ritirare un prodotto annunciato sì, ma mai nato, stroncando un’idea così semplice all’apparenza, ma tremendamente complicata da realizzare. 

Nemmeno una settimana da questa Waterloo tecnologica e arriva il suicidio perfetto di come forse sarebbero dovute andare davvero le cose in azienda.

Il destino a volte è proprio un burlone.

Disordine minimal

Mostly, I write è il canale Telegram di Antonio Dini da cui traggo molte ispirazioni per i miei post.

Ad esempio quello di oggi dedicato all’ordine sulla scrivania dell’ufficio.

Io sono un disordinato cronico. Nel senso che la mia scrivania è un casino e anche quando decido di mettere in ordine, dura sì e no un paio di giorni.

In questo articolo di Medium alcuni sedicenti esperti associano l’ordine o il disordine con la produttività o l’assenza della stessa:

Having a clear space helps you avoid decision fatigue. If you have a lot of clutter on your desk, it creates a lot of stimuli for your brain to constantly react and respond to. Likewise, if you have a lot of stuff in your space that you have to move and shift around, you’ll likely feel flustered and spend more time finding the things you need. Be intentional and selective about what goes where. If you have a lot of decor you love, consider switching it out weekly instead of trying to fit it all on your desk at once.

Tuttavia io nel mio disordine mi ci trovo molto bene, so esattamente dove sono le mie cose e non penso riuscirei mai a cambiare il mio sistema.

Anzi, riordinare mi produce l’effetto opposto. La mia memoria muscolare mi tradisce ed essendo abituato in un certo modo, la frustrazione è doppia proprio perché non so più dove siano le cose.

Non so quale sia la giusta ricetta, ma dubito ce ne debba essere una a tutti i costi.

LifeAndrea Contino
🐟

Non ho mai sopportato i Pesci d’Aprile.

Forse nemmeno gli scherzi. Tranne quelli telefonici, quelli mi ammazzano dal ridere se fatti bene.

Per il resto li trovo un’inutile perdita di tempo.

Soprattutto quella tremenda moda cavalcata da tanti brand, solo per far parlare di sé durante la giornata di oggi.

Plauso a Microsoft per aver interrotto la pratica.

Chissà poi perché si chiama così. Continuo a pensare derivi dalla faccia di chi subisce lo scherzo.

Fate i buoni e usate il vostro tempo in modo più sensato.

LifeAndrea Contino
Multiforme

Anche per me è bello essere in tanti qui dentro. C’è sempre qualcuno pronto a salvarti le chiappe. Chiamala voce della coscienza, multi-personalità, due lati della stessa medaglia. Quando impari a conviverci è soddisfacente.

Non c’è nulla di male ad avere una moltitudine di persone dentro di sé. C’è quello che ti porta sempre a casa anche quando hai qualche birra in corpo. Quello che ti fa addormentare se ti ha preso l’ansia. Quello che ti urla dentro cose che altrimenti sfogheresti fuori. Quello che ti fa uscire dal locale prima che dilaghi la rissa. E non serve nemmeno andare tutti d’accordo.

LifeAndrea Contino
ECOffee

Mercoledì 3 aprile alle 14.30, grazie a L’Eco della Stampa, potrete sentire cosa ho da dire su un po’ di temi che mi stanno a cuore.

All’interno di uno dei webinar della serie ECOffee: Una formula innovativa, uno scambio a due voci mentre si sorseggia un caffè, per cercare di eviscerare i problemi e i cambiamenti che il mondo della comunicazione si trova ad affrontare: dall’uso dell’information design per combattere l’information overload e la frammentazione dell’informazione.

Un viaggio cross-mediale tra il mio lavoro e le mie passioni personali. Spesso intrecciati e davvero molto poco distanti tra loro.

Per accedere al webinar potete andare sulla Media Intelligence Arena, la nuova piattaforma online de L’Eco della Stampa. Oppure dalla pagina Facebook de L’Eco della Stampa.

A mercoledì!