Il break pubblicitario deve cambiare

Una bella analisi di come lo spot da 15 o 30 secondi deve necessariamente cambiare pelle e trasformarsi in qualcosa d’altro. Lo spettatore va alla ricerca di meno interruzioni e contenuti più rilevanti.

La pubblicità deve reinventarsi e trovare nuove forme di comunicazione.

Se da un lato anche il consumo di contenuti originali su smartphone sembra avviato verso un modello in abbonamento (sarà così la piattaforma di brevi contenuti premium creata da Jeffrey Katzenberg), dall’altro sono molti gli analisti che mettono in dubbio la sostenibilità di un sistema basato solo sulle sottoscrizioni. Potremmo anche assistere al risorgere di contenuti finanziati dalla pubblicità, magari distribuiti in maniera diversa, in streaming attraverso device come Roku o Apple TV. È una tendenza che potrebbe essere confermata dall’arrivo di Facebook Watch, che in alcuni Paesi include spot prima e durante i programmi, o dall’annuncio di Amazon della creazione di un nuovo servizio free e ad-supported che offrirà film e programmi in streaming, o ancora dal recente cambio di strategia di YouTube, i cui programmi saranno anch’essi gratuiti e finanziati dalla pubblicità. Forse gli scricchiolii non volevano avvertirci della morte della pubblicità (o della morte della pausa pubblicitaria come la conosciamo oggi), ma di un cambio di modello. La tv pagata dalla pubblicità continuerà a esistere ma in modo diverso. Come dice Amanda Lotz, “siamo di fronte a un aggiustamento generalizzato del mercato in cui è necessario allinea

Cinema & TVAndrea Contino
Ma la carta stampata non era in declino?

Dolce & Gabbana fanno questa curiosa dichiarazione a Vogue Italia, mentre il mondo va da tutta un’altra parte.

Ma qual è la logica dietro questa campagna, apparentemente controcorrente? Dopotutto, molte case di moda investono sempre più risorse nei digital influencer e nei social media.

Spiega Gabbana: «Utilizzare i media tradizionali in modo ancor più massiccio che in passato: ecco l’idea. Credo che nessun altro stia facendo qualcosa di simile. In un mondo sempre più globalizzato, esprimere la nostra unicità è diventato sempre più importante. Spiegare la nostra identità in questo modo è possibile solo attraverso la carta stampata: sfogliando le pagine di un giornale, a una a una, il punto di vista di ciascun fotografo si riconosce chiaramente, a colpo d’occhio. Se avessimo fatto un post, o lanciato una campagna digitale non sarebbe stata la stessa cosa. Per noi», prosegue lo stilista, «questo è il momento di tornare ai magazine, e anche ai giornali, di andare nella direzione opposta rispetto agli altri. Siamo un’azienda del lusso, ed esprimiamo il nostro valore attraverso un punto di vista unico.

Nel 2019 la stessa cosa vale per i magazine. Mentre tutti sono sullo smartphone, comprare la carta stampata potrebbe sembrare un lusso. In realtà se ne ricava un punto di vista unico, preparato con cura e tempo. Per me è il momento del grande ritorno delle riviste: potere alla stampa!».

Io non giudico imprenditori multi milionari. Se sono dove sono, dopo tutto, hanno ragione loro. Le scelte che reputano corrette, sono da rispettare.

Tolto questo preambolo dovuto, non mi trovo d’accordo sulla scelta. Anche se ne capisco le motivazioni post shit-storm, è facile intuire come sia molto più semplice intrattenere il rapporto con il proprio pubblico attraverso un mezzo a-sincrono e che non decreta nessun tipo di feedback immediato se non il drive-to-store, rispetto a buttarsi a capo fitto in rete dove si rischiano figure barbine.

A me non sembra ci possa essere un’inversione di tendenza, almeno a breve, sui numeri di diffusione della stampa. Ma tant’è, scelta da rispettare, ma sinceramente poco condivisibile.

Come dice Seth: “Mastering the Medium” ha un costo

Before you decide to master a medium, it’s worth considering the ups and downs that come with it. It’s not free. It costs. Is it worth it?

Does being good at this medium help you achieve your objectives beyond simply being good at the medium?

Yes, you might attract a crowd on the Bachelor or at the local fight club. You could probably be a world-class javelin catcher as well. But to what end?

If you’re going to put so much effort into a form of media, it’s worth deciding if it helps you or only the people who run the platform.

ComunicazioneAndrea Contino
Relazioni online e offline

Ricordo ancora alle superiori quando dopo pranzo accendevo il PC e facevo partire MSN Messenger.

I principali contatti?

I compagni di classe salutati poche ore prima, oppure i miei amici di infanzia per organizzare il pomeriggio o il weekend.

Strano dopo così tanti anni, soprattutto se penso a come vengono intrattenute oggi le relazioni online.

Ci ho costruito la mia tesi di laurea sulle dinamiche di interazioni in Rete. E a distanza di anni continuo ad appassionarmi con fervore all’argomento.

Reputo l’anonimato ancora la maschera usata da molti per dire le proprie verità, mentre quando si tratta di associare un nome e cognome a ciò che stiamo per scrivere bisogna fare un bel distinguo.

La relazione tra due o più persone si può sviluppare in svariati modi e modalità. Può essere pubblica, dove presumibilmente se dotati di un po’ di sale in zucca, le persone tendono a far apparire la versione più accettabile di sé.

Scrivere sapendo di essere letti non solo dalla propria cerchia di amici e confidenti, rende difficile il lasciarsi andare.

Al contrario se il gruppo è chiuso, protetto, si è più consapevoli di potersi sfogare e dire il proprio pensiero in libertà.

Lo spunto del video di Matteo è interessante. Le supposizioni basate sulla mia esperienza sopra enunciata mi portano pensare di non avere una così grossa differenza tra le relazioni online e offline.

Il concetto di familiarità, poi, è il comun denominatore tra queste due “piattaforme”. Insulto brutalmente qualcuno che mi taglia la strada passando col rosso e allo stesso modo lo faccio online?

Difficile a dirsi, vero?

Perché se si è protetti dall’anonimato o da un gruppo privato, ci si lascia andare più facilmente. Insultare pubblicamente su un post dalla vita infinita, è un altro paio di maniche e almeno personalmente la reputo un’attività da fare non a cuor leggero.

La differenza vera sta nella vita stessa del contenuto. La Rete non dimentica si diceva una volta e probabilmente è ancora così.

La confidenza, la familiarità, la cerchia ristretta. Sono differenziatori importanti per stabilire il grado di relazione. Sia offline come online. Il filtro però del monitor e della tastiera è ancora in grado di trasformare tanti agnelli in leoni e viceversa.

ComunicazioneAndrea Contino
Signal

Dalla newsletter di Carola, ma anche dal post di Emanuele, scopro con un paio d’anni di ritardo Signal. Un’app di messaggistica simile a Whatsapp e Telegram ma con un altissimo livello di sicurezza e privacy.

La più sicura, secondo il venditore di exploit
Dal punto di vista di exploit 0day (cioè di attacchi che sfruttano vulnerabilità ancora sconosciute), Signal è l’app più sicura, poi a seguire Whatsapp, Telegram, iMessage. Parola di uno dei più noti broker di attacchi informatici (che per quanto riguarda Signal è allineato a quanto sostenuto anche da molti esperti di sicurezza) - Chaouki Bekrar

La veste grafica è molto spartana e non ci si può fare nulla di più o di diverso dalle altre due. Tant’è se volete star tranquilli, qui siete certi che nessuno “ascolterà” le vostre conversazioni.

Ah, hanno anche aiutato Microsoft a sviluppare parte del codice di encryption per le conversazioni private di Skype.

TecnologiaAndrea Contino
Ti stravolge la vita

Un blog, ti stravolge la vita. La mia, ma anche quella di Galatea:

Il mio blog, questa cosa che ho aperto con somma incoscienza oramai più di dodici anni fa. Non avevo nessun piano, nessuna aspettativa. Mi annoiavo ed ero piena di curiosità per questo oggetto misterioso che consentiva non tanto di scrivere (quello lo avevo sempre fatto da quando andavo alle elementari, in continuazione) ma di farsi leggere da sconosciuti e sentire cosa ne pensassero loro di quello che scrivevo.

Non c’erano i social, quando ho cominciato. Che a dirlo ora sembra di parlare di un’epoca remota e lontana come quella del telegrafo senza fini. C’era solo una pagina bianca e virtuale e attorno un misterioso mare di utenti che giravano per la rete a caso, si fermavano. Ti leggevano, lasciavano un commento, a volte uno sberleffo.

Mi ha stravolto la vita, il blog. Immaginatevi una ragazza (allora lo ero ancora) che abita in un paesino di campagna, ai margini del tutto, e insegna a scuola, che d’improvviso viene catapultata in blogfest, convegni, cooptata in gruppi di giornalisti, partecipa a festival, comincia scrivere libri. Si ritrova persino di fronte ad una telecamera, a girare un documentario in cui può parlare delle sue grandi passioni, di storia, di Medioevo, di barbari.
Per me il blog è stato la lampada di Aladino, il mio personale genio. Di tanto in tanto sembro tradirlo, travolta dal fascino di altri account, dei social, di Facebook, di YouTube, ma poi è qui l’unico posto dove mi sento a casa.

Ok. Oggi ci sono i social e la gente diventa famosa su Instagram. Ma il sangue che abbiamo sputato qui, beh gli instagrammer se lo sognano. Seguite la serie del venerdì del Many, ci sono ogni settimana una serie di blog nati, ri-nati o mai morti degni di essere seguiti.

BlogosphereAndrea Contino
Soporifero

Niente è più soporifero di Roberto Giacobbo.

Per me che faccio un enorme fatica ad addormentarmi i suoi programmi, Voyager prima e Freedom adesso su Rete 4, sono una specie manna dal cielo per riuscire ad addormentarmi prima delle 23.

Cosa accaduta puntualmente anche giovedì.

Grazie Roberto.

Ho ricercato "Roberto + Giacobbo + Sonno” e stranamente uno dei link mi ha portato a questo video.

Chissà forse avevo semplicemente freddo.

LifeAndrea Contino
L'ultimo miglio della lista nozze

Partecipo al programma di affiliazione Amazon da qualche anno ormai. Ci guadagno un’eresia, giusto il minimo sindacale per pagare il rinnovo del dominio, ma va bene così. Non ho mai avuto pubblicità sul blog e non la vorrò mai.

La scorsa settimana però mi è arrivata questa email.

Ciao Andrea Contino,

a partire dall'1 febbario 2019 ti sarà possibile guadagnare un Bounty di €3,50 per ogni tuo visitatore che crea una Lista Nozze su Amazon. 

La Lista Nozze di Amazon offre alle coppie accesso a più di 250 milioni di articoli, può essere personalizzata e permette di: 1) visualizzare la lista degli articoli raccomandati e più popolari, 2) condividere la lista con amici e parenti con un clic, tramite e-mail o social media, 3) scaricare la lista delle persone che hanno contribuito, per poterle ringraziarle tutte facilmente, 4) avere consegne senza costi aggiuntivi per i clienti Prime.

L’ultimo miglio è stato raggiunto.

Dopo la lista nascite, Amazon gestisce anche le liste nozze. Il prossimo step penso sarà sposarsi comodamente da casa davanti una sessione Skype.

InternetAndrea Contino
Lavoro da casa

Work-life balance si diceva una volta.

Ci sono tante realtà che hanno sperimentato, stanno sperimentando, l’home working o smart working.

Di recente mi sono trovato ad affrontare una discussione, alla quale non ho mai ricevuto risposta, sul passo successivo al lavorare da casa solo saltuariamente. Il remote working. Ovvero una completa dislocazione del dipendente lontano da una struttura aziendale centralizzata, si lavora sostanzialmente da remoto senza avere un ufficio in cui andare.

Nel corso degli anni mi sono fatto una mia personalissima idea sulla faccenda. E benché abbia provato la prima delle due formule sulla mia pelle, posso assicurarvi come la ricetta riscuota un certo grado di successo e di conseguenza, funzionamento.

Ci sono delle pre condizioni necessarie, ovviamente.

I dipendenti devono essere responsabilizzati, gli devono essere affidati obiettivi invece di orari e insieme a questo anche gli strumenti tecnologici di collaborazione necessari, gli si deve garantire l’opportunità di esprimere il loro talento costruendo una cultura orizzontale e di condivisione, piuttosto che verticale e gerarchica.

Ho provato a lavorare 3 giorni da casa su 5 per quasi due anni. Non solo non mi mancava l’ufficio, ma riuscivo ad essere molto più produttivo, a collaborare meglio con i miei colleghi diretti e indiretti, a gestire e programmare la giornata lavorativa (e non) nel migliore dei modi.

L’ho sempre reputata una vera conquista, un cambiamento in meglio, non un fallimento per la mia crescita personale. Tutto l’opposto.

Ammiro perciò quelle aziende lungimiranti, come Automattic (l’azienda dietro WordPress), in grado di costruire il proprio futuro basandosi completamente sul concetto di remote working come modalità di attingere ai migliori talenti in tutto il mondo e non soltanto dove l’azienda opera.

È possibile, sostenibile e credo il futuro del lavoro non possa che essere questo.
Ma è naturale e ovvio che siamo di fronte a un modello impossibile da plasmare per tutte le realtà lavorative, sarebbe da stupidi sostenere il contrario.

Sono però convinto di come tantissime realtà che poggiano il proprio sostentamento sul Digital non abbiano affatto bisogno di un ufficio in cui poter crescere e prosperare. Se la conoscenza e l’esperienza possono essere condivise a mezzo tastiera o video conferenza, restano sempre le due chiavi per il successo.

Nel video qui sotto Matt Mullenweg, CEO di Automattic, racconta di come l’azienda non necessiti del sincronismo e compresenza, ma abbia fatto della a-sincronia il proprio mantra ed è per questo motivo che continua a crescere da quando è stata fondata.

LifeAndrea Contino